cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

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Lo sciamanesimo, una religione della natura

PREGHIERA DELLO SCIAMANO

(BRISHPATI BANSTOLA)

Possa, il dio delle Nuvole, proteggere le nostre case, darci ricchezza e abbondanza da dividere con tutti i fratelli.

Possano, gli spiriti della Foresta, dare riparo al viandante, possano, gli spiriti delle Stelle e della Luna, purificare i nostri desideri e illuminare il cammino.

O Rudra, padre del Fulmine non privarci della luce del sole, allontana da noi odio e preoccupazioni, disperdi ai quattro venti malattie e dolori.

Possa il dio del Vento ascoltare le nostre preghiere, con l’ arco e la freccia allontanare i nemici, rimuovere gli ostacoli, concedere la sua benedizione.

Madre Acqua, sorgente di felicità, concedi il tuo nutrimento, disseta le risaie, sii il balsamo per le nostre ferite.

O spirito del Fuoco, lasciaci riposare accanto a te, fai danzare la tua fiamma al ritmo del mio tamburo.

O Vasundhara, protettrice della Terra, possano i tuoi dolci frutti placare la nostra farne, possa il nostro cammino essere leggero come una foglia.

O spirito del Tamburo, possa la tua voce risuonare nei nostri cuori, uniti nella pace e nell’amore

Lo sciamanesimo è universalmente riconosciuto come la prima religione, la prima disciplina spirituale e la prima pratica terapeutica del mondo. È una religione della Natura, che risuona della presenza del Divino, si nutre del Divino e da questo nutrimento elargisce doni agli umani. È dalla Natura che lo sciamano trae ispirazione, consigli, aiuti per i rituali di guarigione e di protezione, e, ponendosi come intermediario tra gli umani e il divino, fa partecipe il genere umano di questa comunione coti la natura, del linguaggio degli animali, delle piante, traduce la voce del vento e dell’acqua, delle stelle e della luna, intreccia sottili legami con le pietre, che parlano e danzano al ritmo del tamburo.

E’ un linguaggio ancestrale, un linguaggio dell’anima, non verbale ma simbolico, non limitato dalla parola: il gorgoglio dell’acqua, lo stormire delle foglie, il crepitio del fuoco portano messaggi a chi è pronto ad ascoltare, con il cuore, non coti la mente. Ogni oggetto usato dallo sciamano è un dono della natura, quindi imbevuto del Divino, è un ponte che lo unisce alle energie cosmiche, al mondo sovrannaturale, senza più barriere spazio‑temporali. Tutte le cose sono connesse e hanno un significato.

Lo sciamanesimo ci insegna a non separare la forma fisica da quella spirituale, il visibile dall’invisibile, a tradurre il linguaggio della natura, degli animali che sono simboli di una particolare energia, modelli di comportamenti archetipi, espressioni di specifiche forze della natura, del regno spirituale che si manifesta nella nostra realtà. Gli uccelli sono sempre stati considerati simboli dell’anima: la loro capacità di volare riflette la nostra stessa capacità di spiccare il volo», di aumentare la consapevolezza, di creare un ponte tra la terra e il cielo.

Nel mondo dello sciamano tutto è reale: la realtà non ordinaria diventa un prolungamento di quella ordinaria, si sovrappone ad essa, i suoni dei due mondi creano accordi planetari, il canto dello sciamano è il canto dei 3 mondi nei quali il «viaggiatore cosmico», accompagnato dal tamburo ha libero accesso, servendosi dei totem che lo assistono nell’affrontare il mistero. Attraverso la danza, il costume e tutti i parafernalia, lo sciamano si identifica con le divinità, diventa una manifestazione del potere della natura, invoca una presenza che lo aiuta a trascendere il Inondo fisico. Lo sciamano allora può danzare con gli dei, giocare con le note del tamburo, salire la scala musicale che esprime il linguaggio del cosmo, libero di giocare qualsiasi gioco.

Se la Natura è la Grande Madre che ci nutre, ci accompagna nell’avventura della vita, può essere anche colei che ci punisce per le nostre infrazioni alle regole universali, può darci nutrimento ma anche malattia, può darci rifugio ma anche lasciarci soli, fino a che lo sciamano, nel suo compito « di terapeuta spirituale», non ripristina l’antico ordine, non rabbonisce le divinità offese, non ricrea la comunicazione interrotta. Compito dello sciamano è cercare le cause della malattia, e la sua ricerca spazia nel mondo della Natura, del Divino, perché il dolore, le sofferenze fisiche e psicologiche, nell’ottica sciamanica, sono interpretati come «punizioni divine» per negligenza o per un semplice capriccio delle divinità che mettono alla prova gli uomini nel loro cammino esistenziale.

La dea dell’arcobaleno Indreni, soprattutto durante il monsone, può colpire, causando perdita di coscienza; i Bayu sono degli invisibili demoni del vento che possono provocare malattie negli animali e negli uomini mal di stomaco e di milza; i Bhut, in forma di fantasmi, vivono nelle foreste e sulle rive dei fiumi, causano, se arrabbiati, perdita di coscienza, trance e vertigini, ma anche perdite di sangue abbondante dalla bocca, tale da portare alla morte se non interviene lo sciamano. Nelle foreste e nella giungla dimora Shikari, lo spirito cacciatore che può causare problemi cardiaci.

Solo lo sciamano, con la sua abilità nel travalicare la realtà ordinaria per entrare in altri spazi, può individuare la causa della malattia attraverso la divinazione, la lettura di grani di riso o, se non soddisfatto, attraverso le risposte che ottiene nel suo «viaggio» al di là del visibile. Il suono e lo spirito del tamburo sono i suoi assistenti, le sue cavalcature per entrare in altri mondi, i suoi protettori quando dovrà affrontare scontri diretti con le negatività, gli oggetti fatti coli la pelle di animali gli forniranno il potere dell’animale stesso, i mantra creeranno una sorta di barriera alle negatività. A questo punto lo sciamano è pronto a combattere, a contattare chi ha «rubato» l’anima al paziente, a cercare alleanze con le divinità e gli spiriti. Lo sciamano è un eroe, un terapeuta, un viaggiatore in altri mondi, è l’unica persona che, conoscendo segreti sconosciuti agli umani, può ripristinare antichi equilibri e rimuovere le cause della malattia. Il compito dello sciamano si estende anche nel regno dei morti, nel regno del silenzio che risuona dei suoi canti: accompagna l’anima della persona morta affinché trovi la direzione giusta, non permettendo che diventi pericolosa per l’intera comunità quando, ancora non pronta a lasciare questo mondo, si aggira «affamata» di un altro corpo dove entrare e continuare a vivere.

Ban Jhankri, il dio sciamano della foresta

Nell’immenso pantheon sciamanico, un posto di primaria importanza è dato alla figura del Ban Jhankri (ban significa foresta in nepalese e jhankri è il termine per identificare uno sciamano), il dio sciamano della foresta, dalle sembianze metà umane e metà divine, a cui si attribuiscono grandi poteri di guarigione e la capacità di iniziare i prescelti allo sciamanesimo.

In accordo con la leggenda e con i racconti fatti dagli sciamani che lo hanno incontrato, il Ban Jhankri rapisce i potenziali sciamani, generalmente dell’età fra i 7 e i 17 anni, li porta nella foresta, in una grotta che è la sua dimora, per impartire loro gli insegnamenti della futura attività. Appena rapiti, gli allievi‑sciamani vengono fatti spogliare per permettere al «Maestro» un’ispezione al fine di scoprire eventuali difetti, sia nel corpo fisico che in quello spirituale.

Solo coloro che sono «puri» vengono accettati per l’insegnamento che in genere dura da pochi giorni ad una settimana, o un mese, a volte un anno, prima di ritornare a casa. 1 candidati che non hanno superato l’ispezione e quindi considerati «impuri», vengono immediatamente allontanati dal Ban Jhankri o, peggio, catturati dalla moglie, la Ban Jhankrini, malvagia e feroce che, coli la sua spada d’oro, cerca di ucciderli tagliando loro la testa e le gambe o peggio, di mangiarli.

Il Ban Jhankri compie rituali di guarigione e protezione nelle notti di luna piena, fa divinazione, comunica telepaticamente con gli umani. Sempre in accordo alla leggenda, è una manifestazione del dio Sole, il dio del metallo inalterabile, simbolo del potere divino, la caverna dove abita è rivestita d’oro, d’oro è il suo tamburo e, in certe descrizioni, la controparte femminile usa una spada d’oro e oggetti sacri che riportano all’«Età dell’Oro» o «periodo della verità», quando gli uomini, gli animali e gli dei parlavano lo stesso linguaggio, un periodo prima che una barriera scendesse fra il cielo e la terra, prima del decadimento morale che caratterizza l’epoca attuale, la Kali yuga.

Dopo il periodo di addestramento e dopo essere ritornato a casa, lo sciamano considera il Ban Jhankri la sua divinità tutelare, il Grande Maestro, dal quale attingere nuovi insegnamenti elle. vengono impartiti durante il sogno. Uno sciamano di etnia tamang, Padani Bahadur, incontrato in un villaggio del Nepal, racconta di essere stato rapito dal Ban Jhankri all’età di 9 anni, dopo che il suo rapimento gli era stato predetto in sogno. Quel giorno si trovava nella foresta a raccogliere erba, quando improvvisamente appai‑ve il Ban Jhankri. Gli diede da mangiare della frutta. Appena mangiata, Padani cadde in uno stato di semi incoscienza, come in sogno. Il vento iniziò a soffiare forte come un tornado, ci fu un violento temporale e una scossa di terremoto. Allora il Ban Jhankri lo portò nella grotta rivestita d’oro, attraverso un piccolo buco. Padam lo descrive piccolo di statura, dalla pelle color d’oro, i capelli lunghi e bianchi, capace di apparire e scomparire misteriosamente e di cambiare la sua forma in quella di un animale.

Dal Maestro apprese potenti mantra di guarigione, il controllo sugli elementi, come invocare le divinità e allontanare i demoni. Solo dopo un anno fece ritorno a casa, con la sensazione di essersi svegliato da un lungo sonno, da un sogno popolato di strane figure, a volte malvagie, ma quasi sempre protettive e luminose. Ancora oggi, incontra il Ban Jhankri in sogno, che lo istruisce su come condurre i rituali di guarigione, gli assicura la sua protezione, colpe un padre.

La Ban Jhankrini è una presenza inquietante, demoniaca, ma indispensabile per la completa iniziazione. Gli smembramenti o il cannibalismo che esercita sono dei passaggi rituali obbligatori, simbolici, è la morte che prepara alla rinascita spirituale come sciamano. E il lato oscuro della realtà, senza il quale la realtà non esisterebbe. L’unione matrimoniale del Ban Jhankri con la Ban Jhankrini rappresenta l’unione degli opposti, lei è scura, lui è chiaro e luminoso. Lei è violenta, piena di rabbia, lui è il maestro paziente, che protegge i discepoli «puri». La moglie, se sente l’odore dell’allievo, chiede un pezzo della sua carne, ma il novizio è protetto dal maestro che gli insegna a diventare trasparente e a salvarsi dal pericolo. L’ insegnamento viene impartito in una stanza dove la Ban Jhankrini non ha accesso. Sono insegnamenti segreti: uno sciamano ci ha riferito che il Maestro presta particolare attenzione affinché il mantra Om, di Shiva, il mantra della creazione, non giunga alle orecchie della moglie che lo userebbe recitandolo al contrario, con l’effetto di annullare il potere di guarigione o, peggio, di distruggere il mondo.

Per gli sciamani che sono stati iniziati dal Ban Jhankri, e da quasi tutti i nepalesi, il dio sciamano della foresta è una presenza reale, in quanto tutto ciò che accade in stato di trance o di sogno è considerato una vera esperienza, accaduta in una realtà parallela alla nostra. È questo il concetto universale dello sciamanesimo che sta alla base della guarigione sciamanica e dei rituali. Tutto ciò che accade, che vediamo nel corso di una esperienza in una realtà non ordinaria, non è frutto della nostra immaginazione, ma ha le stesse valenze di ogni esperienza, corre su un binario parallelo, dove forse cambiano solo i parametri. Apre la porta ad altre realtà, ci aiuta ad acquisire il potere di guarigione, a riscoprire conoscenze perdute, a metterci in comunicazione con forze archetipe. Ciò che è «visto» è quindi reale e va interpretato come tale. L’esistenza del Ban Jhankri è riconosciuta corre una presenza reale, non solo dagli sciamani che sono stati da lui addestrati e iniziati. È il messaggio della Natura, è un dono della foresta che lo accoglie, è la divinizzazione della Natura stessa.

Spesso il rapimento è preceduto da una malattia (la cosiddetta «malattia divina») o da un sogno premonitore, dai messaggi reconditi, a volte inquietanti. Quando il Ban Jhankri arriva e prende il candidato, si impossessa del suo corpo e della sua anima: è impossibile opporre resistenza. Una forza magnetica, sovrannaturale, attrae il rapito che corre, nudo, nella foresta: la sua nudità rappresenta la liberazione da ogni legame dalla realtà ordinaria, per entrare in quella non ordinaria. Si nutre di lombrichi bianchi, di corteccia di alberi, vaga nei luoghi di cremazione, dorme nelle grotte, fa esperienze terribili di ri‑costruzione di se stesso: l’abilità di controllare tutto ciò rappresenta, soprattutto per un bambino, un passaggio rituale estremamente drammatico. Solo chi ha il cuore «puro» riesce a superare la paura, imparare e acquisire il potere da queste esperienze.

Lo sciamano non racconta di sogni, racconta la sua realtà. Non parla di miracoli, parla della sua realtà. Il suo non è un mondo surreale, è «l’altro» mondo, parallelo al nostro, è un’avventura dell’inconscio, i suoi incontri, al limite della coscienza, sono una realtà «reale», come i sogni ad occhi aperti.