cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

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La medicina nell’antica Roma

Lo sviluppo della medicina in Roma si può dividere in tre periodi: il primo è quello della medicina detta autoctona, di antica origine italica; il secondo è caratterizzato dalla coesistenza dell’elemento autoctono e di quello greco che andava infiltrando il mondo romano (fase di transizione) ed il terzo consiste nel definitivo trapianto della medicina greca nel mondo romano (periodo delle scuole).

Fase di transizione.
E’ caratterizzata dall’arrivo a Roma di parecchi medici greci, molti dei quali erano per la verità di scarsa abilità tecnica e di dubbia moralità: si occupavano infatti principalmente di esecuzione di aborti, della produzione e della vendita di filtri amorosi. Erano quasi tutti schiavi o liberti, per cui inizialmente non godevano di grande prestigio.
Con Arcagato, arrivato dal Peloponneso intorno al 219 a.C., inizia invece la pubblica professione medica esercitata in luoghi a metà strada tra ambulatori, farmacie e scuole detti tabernae medicinae che ricordavano molto da vicino gli jatreia greci descritti da Ippocrate.

Periodo delle scuole
E’ il momento di maggiore splendore della medicina a Roma: non a caso coincide con l’età imperiale. Sotto l’influenza delle varie scuole che tuttavia degeneravano spesso in vere e proprie sette in aperta contraddizione tra loro, comincia a prendere forma un pensiero medico vero e proprio.
Questo periodo abbraccia tre fasi ben distinte che hanno come punto di riferimento la figura di Galeno: la fase pre-galenica, quella galenica e quella post-galenica.

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La medicina in Grecia

Anche se la nascita del pensiero scientifico si può far risalire alla comparsa delle prime scuole mediche in Italia (Scuola di Crotone e Scuola di Sicilia), è in Grecia che avviene la completa e definitiva emancipazione del medico sul sacerdote con la costituzione del concetto di “clinica”.
Nell’antica Grecia la medicina veniva praticata nei ginnasi, nelle palestre e negli jatreia: il ginnasio era il luogo in cui i giovani venivano formati culturalmente e fisicamente, mentre nella palestra si allenavano gli atleti veri e propri. L’uno e l’altra consentirono un certo sviluppo della chirurgia in seguito alle non infrequenti lesioni in cui gli atleti incorrevano nell’esecuzione degli esercizi fisici. Tutti coloro che lavoravano in queste strutture avevano conoscenze abbastanza approfondite di traumatologia e massoterapia; i medici, che solitamente visitavano in strutture pubbliche o private (jatreia), venivano chiamati dal ginnasiarca solo nei casi più gravi

Scuola di Cnido

Particolare fu l’interesse di questa scuola per l’anatomia; il concetto di patologia appare invece piuttosto rudimentale in quanto ogni malattia era considerata un fenomeno completamente isolato e relativo al singolo organo che ne veniva colpito. Anche la terapia era poco sviluppata: si basava essenzialmente su latte, siero e succhi di alcune piante (euforbio, elleboro come cardiotonico e diuretico, scammonea e coloquintide come purganti drastici, oltre ai semi di dafne, detti anche granelli cnidici come revulsivo).

Scuola di Coo.

C’è il passaggio all’osservazione diretta del malato eseguita con grande larghezza di vedute ed ottime intuizioni che distinguono indiscutibilmente questa scuola da tutte le altre: nasce qui il vero concetto di clinica e della conseguente diagnosi. Il medico è uomo, e la sua opera non ha sfumature soprannaturali, mistiche, astratte o filosofiche. La medicina deve essere una ricerca continua, serena e disinteressata alla quale bisogna dedicarsi solo per amore di essa e della
o libri a contenuto etico
o libri di clinica e patologia
o libri di chirurgia
o libri di ostetricia, ginecologia e pediatria
o libri di anatomia e fisiologia
o libri di terapeutica e dietetica.

Medico cura un paziente (vaso greco, 480-470 a.C.)

Medico cura un paziente (vaso greco, 480-470 a.C.)

La figura del medico.

E’ l’unione del perfetto uomo con il perfetto studioso: calma nell’azione, serenità nel giudizio, moralità, onestà, amore per la propria arte e per il malato sono i cardini della personalità del medico così come era concepito da Ippocrate. Ogni interesse personale passa in secondo piano. Non è certo un essere superiore ed infallibile come i sacerdoti degli antichi templi, ma deve sopperire alla sua fallacità con il massimo dell’impegno e della diligenza in modo da commettere solo errori di lieve entità. Deve inoltre essere filosofo, ma non tanto da farsi distogliere dalla vera scienza che è quella che si appoggia su solide basi pratiche. Il suo abito, infine, deve essere decoroso ed il suo aspetto denotare salute.
Con il passare dei secoli questa concezione rimase sostanzialmente immutata al punto che il Papa Clemente VII (Pontefice dal 1523 al 1534), in una sua bolla, stabilì che il laureato in medicina si impegnasse solennemente ad osservare il testo del giuramento ippocratico.

L’anatomia.

Non fu molto approfondita dalla scuola di Coo per due motivi principali: da una parte Ippocrate era più indirizzato verso il lato pratico della medicina, aveva cioè una maggiore propensione per la clinica; dall’altra la cultura greca aveva un rispetto assoluto per i corpi dei morti, quindi non c’era la possibilità di studiare l’anatomia esercitandosi direttamente sui cadaveri.
Si avevano nozioni di osteologia, soprattutto riguardo la struttura delle ossa del capo, delle vertebre e delle costole; molto poco si sapeva di miologia, anche se si conoscevano i principali muscoli del dorso e degli arti; vene ed arterie venivano confuse, così come nervi e legamenti. Di cuore e cervello erano note le principali caratteristiche morfologiche ma non le reali funzioni. Gli organi di senso erano probabilmente oggetto degli studi più accurati, soprattutto per quanto riguarda la struttura dell’occhio.

La patologia

Alla base della medicina ippocratica stava l’integrazione tra una concezione pneumatica della vita ed una umorale, ma quest’ultima rivestiva senza dubbio un ruolo più importante. Gli umori erano quattro: sangue (caldo umido) che proveniva dal cuore, una sorta di muco detto flegma (freddo umido) dal cervello, bile gialla (caldo secco) dal fegato, bile nera (freddo secco) dalla milza. Lo stato di salute si aveva quando questi umori erano perfettamente bilanciati tra loro; se invece la crasi era alterata per l’eccesso, la corruzione o la putrefazione anche di un solo componente, allora insorgeva la malattia. Era la natura stessa con la sua capacità curativa ad intervenire nel tentativo di ristabilire l’equilibrio tramite l’espulsione degli umori in eccesso per mezzo di urina, sudore, pus, espettorato e diarrea. Se invece la malattia risultava più forte del processo autoriparativo dell’organismo il paziente moriva. Per poter essere eliminati gli umori, dovevano prima essere modificati con un processo che Ippocrate definiva di “cottura”. Il periodo intercorrente tra questo processo e la guarigione prendeva il nome di “crisi”.
Il predominio di uno dei quattro umori conferiva anche particolari caratteristiche all’individuo (principio della costituzione e dei temperamenti): si avevano così i temperamenti sanguigno, biliare, flemmatico e atrabiliare.
Motivi dell’alterazione degli umori potevano essere le intemperie, la dieta o, concezione nuova in assoluto, cause fisiche correlate all’ambiente di vita. Altra novità fondamentale introdotta dalla dottrina di Ippocrate fu il fatto di considerare le patologie come fenomeni generali per l’organismo e non relativi ad un singolo organo; quelle più conosciute dalla scuola di Coo furono: la polmonite, la pleurite, la tubercolosi (ma con un concetto ben differente da quello attuale), la rinite, la laringite, la diarrea, alcune malattie del sistema nervoso, l’epilessia, il tetano.

La clinica

L’epoca ippocratica segna la nascita della clinica intesa come studio dei segni e dei sintomi osservabili sul paziente. Vi sono 406 aforismi che racchiudono in frasi brevi e coincise tutte le osservazioni e le esperienze del maestro di Coo; la sua sapienza fu poi diffusa presso tutti i popoli allora più evoluti attraverso traduzioni in arabo, ebraico e latino. Da essi si evince che l’esame effettuato dal medico doveva essere il più approfondito possibile e comprendeva non solo l’ascoltazione, la palpazione e, forse, la percussione, ma anche qualsiasi piccolo indizio che avrebbe potuto essere utile per la diagnosi: diverse sfumature di colore, variazioni di comportamento, insolite contrazioni muscolari, quantità e qualità di qualsiasi escrezione e secrezione ecc.. Da ricordare l’accuratezza con cui veniva esaminata l’urina, valutata come quantità, colore, sedimento e torbidità. Assai particolareggiata e minuziosa era inoltre l’anamnesi, pur essendo rivolta essenzialmente a conoscere solo la situazione presente del malato. La prognosi si basava sullo studio degli esiti delle varie patologie: essa era considerata infausta se si notavano fattori quali disturbi visivi, sudore freddo, anemizzazione delle mani, cianosi delle unghie e stato di agitazione, mentre il polso non veniva tenuto in nessuna considerazione.

La chirurgia

La scuola di Ippocrate disponeva di uno strumentario abbastanza fornito comprendente coltelli e bisturi di varie forme e dimensioni. Gli interventi più frequentemente eseguiti erano la riduzione di lussazioni (con particolari macchine) e di fratture (con stecche e fasciature), la trapanazione del cranio in seguito a fratture delle ossa del capo e la cura dei piedi torti. Assai particolareggiata era inoltre la tecnica delle fasciature. Nella cura delle ferite era raccomandato il riposo e l’applicazione di calore senza ricorrere ad oli o balsami vari.
Limitati erano invece gli interventi in ginecologia e ostetricia: tra questi è notevole il trattamento della deviazione del collo dell’utero con obliterazione e soppressione delle mestruazioni. Era vietata la pratica dell’interruzione volontaria della gravidanza.

La terapia

Varie erano le piante usate come farmaci; tra le più importanti ricordiamo: l’elleboro nero e la scilla (cardiotonici e diuretici), la coloquintide (purgante drastico), il veratro bianco (antireumatico, ipotensivo, contro le affezioni cutanee), l’issopo (espettorante), il giusquiamo (antidolorifico, sedativo), l’oppio, la mandragora e la belladonna (narcotici, analgesici locali), la ruta (abortivo), la menta (stomachico). Pur conoscendo i principali gruppi di medicamenti, la scuola di Ippocrate li usava con moderazione in quanto riponeva molta fiducia nelle capacità autocurative del corpo umano. Venivano inoltre praticati salassi, cure idroterapiche, inalazioni, irrigazioni e lavaggi vaginali. Notevole l’uso di ventose come antiflogistico: creando una depressione nella zona infiammata si provoca una vasocostrizione da suzione che riduce la quantità di essudato e trasudato. Interessante infine l’uso di vesciche introdotte nelle ferite toraciche allo scopo di tamponare la lesione e contenere l’emorragia.
Il principio terapeutico seguito però varia: a prescindere dal fatto che è preferibile sconfiggere la malattia in modo indiretto invece che drasticamente e violentemente, si passa dal concetto del similia similibus (provocare fenomeni simili alla sintomatologia del paziente per guarirlo) a quello certamente più sensato del contraria contrariis (avvalersi di mezzi ritenuti contrari alla causa della patologia). La febbre è un ottimo mezzo per raggiungere la guarigione: il suo calore facilita infatti l’evacuazione degli umori in eccesso accelerandone la “cottura”.

La dietetica.

Ippocrate considerava la dieta come il complesso di regole e prescrizioni che il malato era tenuto a seguire non solo relativamente al suo regime alimentare che, comunque, era di fondamentale importanza. Lo scopo ultimo era il ripristino dell’equilibrio degli umori tramite la prescrizione di cibi che, a seconda dei casi, erano umidi, caldi, freddi, o asciutti. Il principio generale, come già accennato in precedenza, era quello di aiutare le difese naturali dell’organismo a liberarsi degli umori corrotti o in eccesso, per cui nella fase acuta della malattia erano maggiormente indicati cibi leggeri e bevande poco nutrienti al fine di non distrarre le forze dell’organismo dalla “cottura” degli umori verso quella degli alimenti.
Assai famose erano la tisana, cioè un decotto di orzo macinato, e l’idromele, una bevanda data dalla fermentazione di acqua e miele.

Il dogmatismo post-ippocratico
Da una parte è il riconoscimento della validità delle teorie e del pensiero di Ippocrate, dall’altra è invece il ritorno a una concezione che sembrava ormai superata: c’è nuovamente una certa quale sacralità nel concetto di medicina, anche se l’elemento divino è sostituito da quello umano, cioè dalla dottrina del maestro di Coo.
La scuola dogmatica, che vide come maggiori esponenti Diocle di Caristo (grande studioso di anatomia) e Prassagora di Coo (famoso per i suoi studi di semeiotica), ebbe tuttavia il merito di riconoscere il valore di un nuovo sintomo fino ad allora tenuto in scarsa considerazione: l’esame del polso. Tra i dogmatici va ricordato anche il filosofo Platone che in due delle sue opere (il “Timeo” e il “Simposio”) traccia una visione d’insieme sul livello della medicina a quei tempi. La fine di questa scuola si può collocare intorno al 310 a.C., quando la filosofia stoica vi si infiltrò alterandone i principi e mutandone la fisionomia: la dialettica e la speculazione astratta sostituirono infatti l’osservazione dei reali fenomeni patologici.

Medicamenti nell'Antica Grecia

Medicamenti nell’Antica Grecia

La scuola di Alessandria

Dopo l’era della clinica rappresentata dalla scuola di Ippocrate, si apre quella caratterizzata dall’esperimento biologico: iniziano studi sistematici su sezioni anatomiche e comincia la pratica della vivisezione su animali. Prima della scuola di Alessandria fu però il filosofo Aristotele, definito da molti come il fondatore dell’anatomia comparata, ad intraprendere questo genere di studi fondendo scienza e filosofia in ragionamenti basati sui suoi famosi sillogismi: studiò a fondo l’anatomia con particolare attenzione per il sistema nervoso e per il cuore.
Alessandria fu indubbiamente il più importante centro culturale del IV
sec. a. C., e la medicina, come tutte le altre scienze e discipline, raggiunse un elevato grado di specializzazione grazie alla scuola che sorse appunto nella città fondata da Alessandro Magno. Partendo dalla dottrina di Ippocrate approfondì gli studi sull’anatomia e sulla fisiologia anche attraverso vivisezioni per conoscere meglio la struttura e la funzione degli organi dando così il primo impulso all’anatomia patologica. Nel periodo di massimo splendore riuscì ad integrare perfettamente la parte clinica e quella scientifica tentando di colmare le lacune che entrambe presentavano.
Erasistrato fu uno dei più famosi esponenti di questa scuola: mise per primo in dubbio la teoria umorale e ipotizzò che la causa delle malattie fosse da ricercarsi in un’alterazione dei vasi o dei tessuti; dette particolare valore all’esame del polso e fu inoltre assai rinomato per l’accuratezza delle diagnosi; scoprì per primo i vasa vasorum, studiò le valvole atriali e vasali, la vena e l’arteria polmonare, il fegato (notò la correlazione esistente tra cirrosi epatica ed ascite).
Altro caposcuola fu Erofilo, che si distinse per le precise descrizioni del cervello, dell’occhio e del nervo ottico. Fu inoltre famoso come ginecologo e ostetrico.

La scuola empirica

Si sviluppò tra il 270 e il 220 a. C. grazie all’iniziativa di Filino di Coo e Serapione di Alessandria all’interno della stessa scuola alessandrina. Sorse come risposta sia allo sterile dogmatismo in cui erano caduti molti dei successori di Erasistrato ed Erofilo, sia all’eccessivo indirizzo sperimentale che aveva fatto almeno in parte trascurare l’attuazione pratica della medicina: gli empirici ponevano infatti le cognizioni frutto della loro diretta esperienza in contrapposizione a quelle acquisite da altri.
L’esperienza si basava essenzialmente su tre punti: l’autopsia (cioè la diretta osservazione), l’historicon (la storia delle osservazioni proprie e altrui), l’analogia (il confronto)

Gli esponenti di questa scuola si distinsero nella chirurgia (soprattutto cura di lussazioni e fratture, cataratta e calcoli), nel trattamento delle ferite e nella tecnica delle fasciature, anche se tralasciarono completamente lo studio dell’anatomia e della fisiologia poiché le ritenevano di secondaria importanza rispetto al problema del malato. Persero quindi di vista il concetto di malattia come espressione di un generale malessere dell’organismo, considerando solo la particolarità e la localizzazione della singola patologia.
Poi, anche per il fatto che la ricerca e lo studio delle leggi naturali sembravano giungere a conclusioni spesso troppo difficili da spiegare in confronto alle teorie mistiche ed occultistiche che da sempre avevano trovato terreno fertile in Egitto, tornò la tendenza a rivolgersi alla sfera soprannaturale e magica che si sarebbe manifestata in Occidente con il periodo alessandrino-romano

 


Lo sciamanesimo, una religione della natura

PREGHIERA DELLO SCIAMANO

(BRISHPATI BANSTOLA)

Possa, il dio delle Nuvole, proteggere le nostre case, darci ricchezza e abbondanza da dividere con tutti i fratelli.

Possano, gli spiriti della Foresta, dare riparo al viandante, possano, gli spiriti delle Stelle e della Luna, purificare i nostri desideri e illuminare il cammino.

O Rudra, padre del Fulmine non privarci della luce del sole, allontana da noi odio e preoccupazioni, disperdi ai quattro venti malattie e dolori.

Possa il dio del Vento ascoltare le nostre preghiere, con l’ arco e la freccia allontanare i nemici, rimuovere gli ostacoli, concedere la sua benedizione.

Madre Acqua, sorgente di felicità, concedi il tuo nutrimento, disseta le risaie, sii il balsamo per le nostre ferite.

O spirito del Fuoco, lasciaci riposare accanto a te, fai danzare la tua fiamma al ritmo del mio tamburo.

O Vasundhara, protettrice della Terra, possano i tuoi dolci frutti placare la nostra farne, possa il nostro cammino essere leggero come una foglia.

O spirito del Tamburo, possa la tua voce risuonare nei nostri cuori, uniti nella pace e nell’amore

Lo sciamanesimo è universalmente riconosciuto come la prima religione, la prima disciplina spirituale e la prima pratica terapeutica del mondo. È una religione della Natura, che risuona della presenza del Divino, si nutre del Divino e da questo nutrimento elargisce doni agli umani. È dalla Natura che lo sciamano trae ispirazione, consigli, aiuti per i rituali di guarigione e di protezione, e, ponendosi come intermediario tra gli umani e il divino, fa partecipe il genere umano di questa comunione coti la natura, del linguaggio degli animali, delle piante, traduce la voce del vento e dell’acqua, delle stelle e della luna, intreccia sottili legami con le pietre, che parlano e danzano al ritmo del tamburo.

E’ un linguaggio ancestrale, un linguaggio dell’anima, non verbale ma simbolico, non limitato dalla parola: il gorgoglio dell’acqua, lo stormire delle foglie, il crepitio del fuoco portano messaggi a chi è pronto ad ascoltare, con il cuore, non coti la mente. Ogni oggetto usato dallo sciamano è un dono della natura, quindi imbevuto del Divino, è un ponte che lo unisce alle energie cosmiche, al mondo sovrannaturale, senza più barriere spazio‑temporali. Tutte le cose sono connesse e hanno un significato.

Lo sciamanesimo ci insegna a non separare la forma fisica da quella spirituale, il visibile dall’invisibile, a tradurre il linguaggio della natura, degli animali che sono simboli di una particolare energia, modelli di comportamenti archetipi, espressioni di specifiche forze della natura, del regno spirituale che si manifesta nella nostra realtà. Gli uccelli sono sempre stati considerati simboli dell’anima: la loro capacità di volare riflette la nostra stessa capacità di spiccare il volo», di aumentare la consapevolezza, di creare un ponte tra la terra e il cielo.

Nel mondo dello sciamano tutto è reale: la realtà non ordinaria diventa un prolungamento di quella ordinaria, si sovrappone ad essa, i suoni dei due mondi creano accordi planetari, il canto dello sciamano è il canto dei 3 mondi nei quali il «viaggiatore cosmico», accompagnato dal tamburo ha libero accesso, servendosi dei totem che lo assistono nell’affrontare il mistero. Attraverso la danza, il costume e tutti i parafernalia, lo sciamano si identifica con le divinità, diventa una manifestazione del potere della natura, invoca una presenza che lo aiuta a trascendere il Inondo fisico. Lo sciamano allora può danzare con gli dei, giocare con le note del tamburo, salire la scala musicale che esprime il linguaggio del cosmo, libero di giocare qualsiasi gioco.

Se la Natura è la Grande Madre che ci nutre, ci accompagna nell’avventura della vita, può essere anche colei che ci punisce per le nostre infrazioni alle regole universali, può darci nutrimento ma anche malattia, può darci rifugio ma anche lasciarci soli, fino a che lo sciamano, nel suo compito « di terapeuta spirituale», non ripristina l’antico ordine, non rabbonisce le divinità offese, non ricrea la comunicazione interrotta. Compito dello sciamano è cercare le cause della malattia, e la sua ricerca spazia nel mondo della Natura, del Divino, perché il dolore, le sofferenze fisiche e psicologiche, nell’ottica sciamanica, sono interpretati come «punizioni divine» per negligenza o per un semplice capriccio delle divinità che mettono alla prova gli uomini nel loro cammino esistenziale.

La dea dell’arcobaleno Indreni, soprattutto durante il monsone, può colpire, causando perdita di coscienza; i Bayu sono degli invisibili demoni del vento che possono provocare malattie negli animali e negli uomini mal di stomaco e di milza; i Bhut, in forma di fantasmi, vivono nelle foreste e sulle rive dei fiumi, causano, se arrabbiati, perdita di coscienza, trance e vertigini, ma anche perdite di sangue abbondante dalla bocca, tale da portare alla morte se non interviene lo sciamano. Nelle foreste e nella giungla dimora Shikari, lo spirito cacciatore che può causare problemi cardiaci.

Solo lo sciamano, con la sua abilità nel travalicare la realtà ordinaria per entrare in altri spazi, può individuare la causa della malattia attraverso la divinazione, la lettura di grani di riso o, se non soddisfatto, attraverso le risposte che ottiene nel suo «viaggio» al di là del visibile. Il suono e lo spirito del tamburo sono i suoi assistenti, le sue cavalcature per entrare in altri mondi, i suoi protettori quando dovrà affrontare scontri diretti con le negatività, gli oggetti fatti coli la pelle di animali gli forniranno il potere dell’animale stesso, i mantra creeranno una sorta di barriera alle negatività. A questo punto lo sciamano è pronto a combattere, a contattare chi ha «rubato» l’anima al paziente, a cercare alleanze con le divinità e gli spiriti. Lo sciamano è un eroe, un terapeuta, un viaggiatore in altri mondi, è l’unica persona che, conoscendo segreti sconosciuti agli umani, può ripristinare antichi equilibri e rimuovere le cause della malattia. Il compito dello sciamano si estende anche nel regno dei morti, nel regno del silenzio che risuona dei suoi canti: accompagna l’anima della persona morta affinché trovi la direzione giusta, non permettendo che diventi pericolosa per l’intera comunità quando, ancora non pronta a lasciare questo mondo, si aggira «affamata» di un altro corpo dove entrare e continuare a vivere.

Ban Jhankri, il dio sciamano della foresta

Nell’immenso pantheon sciamanico, un posto di primaria importanza è dato alla figura del Ban Jhankri (ban significa foresta in nepalese e jhankri è il termine per identificare uno sciamano), il dio sciamano della foresta, dalle sembianze metà umane e metà divine, a cui si attribuiscono grandi poteri di guarigione e la capacità di iniziare i prescelti allo sciamanesimo.

In accordo con la leggenda e con i racconti fatti dagli sciamani che lo hanno incontrato, il Ban Jhankri rapisce i potenziali sciamani, generalmente dell’età fra i 7 e i 17 anni, li porta nella foresta, in una grotta che è la sua dimora, per impartire loro gli insegnamenti della futura attività. Appena rapiti, gli allievi‑sciamani vengono fatti spogliare per permettere al «Maestro» un’ispezione al fine di scoprire eventuali difetti, sia nel corpo fisico che in quello spirituale.

Solo coloro che sono «puri» vengono accettati per l’insegnamento che in genere dura da pochi giorni ad una settimana, o un mese, a volte un anno, prima di ritornare a casa. 1 candidati che non hanno superato l’ispezione e quindi considerati «impuri», vengono immediatamente allontanati dal Ban Jhankri o, peggio, catturati dalla moglie, la Ban Jhankrini, malvagia e feroce che, coli la sua spada d’oro, cerca di ucciderli tagliando loro la testa e le gambe o peggio, di mangiarli.

Il Ban Jhankri compie rituali di guarigione e protezione nelle notti di luna piena, fa divinazione, comunica telepaticamente con gli umani. Sempre in accordo alla leggenda, è una manifestazione del dio Sole, il dio del metallo inalterabile, simbolo del potere divino, la caverna dove abita è rivestita d’oro, d’oro è il suo tamburo e, in certe descrizioni, la controparte femminile usa una spada d’oro e oggetti sacri che riportano all’«Età dell’Oro» o «periodo della verità», quando gli uomini, gli animali e gli dei parlavano lo stesso linguaggio, un periodo prima che una barriera scendesse fra il cielo e la terra, prima del decadimento morale che caratterizza l’epoca attuale, la Kali yuga.

Dopo il periodo di addestramento e dopo essere ritornato a casa, lo sciamano considera il Ban Jhankri la sua divinità tutelare, il Grande Maestro, dal quale attingere nuovi insegnamenti elle. vengono impartiti durante il sogno. Uno sciamano di etnia tamang, Padani Bahadur, incontrato in un villaggio del Nepal, racconta di essere stato rapito dal Ban Jhankri all’età di 9 anni, dopo che il suo rapimento gli era stato predetto in sogno. Quel giorno si trovava nella foresta a raccogliere erba, quando improvvisamente appai‑ve il Ban Jhankri. Gli diede da mangiare della frutta. Appena mangiata, Padani cadde in uno stato di semi incoscienza, come in sogno. Il vento iniziò a soffiare forte come un tornado, ci fu un violento temporale e una scossa di terremoto. Allora il Ban Jhankri lo portò nella grotta rivestita d’oro, attraverso un piccolo buco. Padam lo descrive piccolo di statura, dalla pelle color d’oro, i capelli lunghi e bianchi, capace di apparire e scomparire misteriosamente e di cambiare la sua forma in quella di un animale.

Dal Maestro apprese potenti mantra di guarigione, il controllo sugli elementi, come invocare le divinità e allontanare i demoni. Solo dopo un anno fece ritorno a casa, con la sensazione di essersi svegliato da un lungo sonno, da un sogno popolato di strane figure, a volte malvagie, ma quasi sempre protettive e luminose. Ancora oggi, incontra il Ban Jhankri in sogno, che lo istruisce su come condurre i rituali di guarigione, gli assicura la sua protezione, colpe un padre.

La Ban Jhankrini è una presenza inquietante, demoniaca, ma indispensabile per la completa iniziazione. Gli smembramenti o il cannibalismo che esercita sono dei passaggi rituali obbligatori, simbolici, è la morte che prepara alla rinascita spirituale come sciamano. E il lato oscuro della realtà, senza il quale la realtà non esisterebbe. L’unione matrimoniale del Ban Jhankri con la Ban Jhankrini rappresenta l’unione degli opposti, lei è scura, lui è chiaro e luminoso. Lei è violenta, piena di rabbia, lui è il maestro paziente, che protegge i discepoli «puri». La moglie, se sente l’odore dell’allievo, chiede un pezzo della sua carne, ma il novizio è protetto dal maestro che gli insegna a diventare trasparente e a salvarsi dal pericolo. L’ insegnamento viene impartito in una stanza dove la Ban Jhankrini non ha accesso. Sono insegnamenti segreti: uno sciamano ci ha riferito che il Maestro presta particolare attenzione affinché il mantra Om, di Shiva, il mantra della creazione, non giunga alle orecchie della moglie che lo userebbe recitandolo al contrario, con l’effetto di annullare il potere di guarigione o, peggio, di distruggere il mondo.

Per gli sciamani che sono stati iniziati dal Ban Jhankri, e da quasi tutti i nepalesi, il dio sciamano della foresta è una presenza reale, in quanto tutto ciò che accade in stato di trance o di sogno è considerato una vera esperienza, accaduta in una realtà parallela alla nostra. È questo il concetto universale dello sciamanesimo che sta alla base della guarigione sciamanica e dei rituali. Tutto ciò che accade, che vediamo nel corso di una esperienza in una realtà non ordinaria, non è frutto della nostra immaginazione, ma ha le stesse valenze di ogni esperienza, corre su un binario parallelo, dove forse cambiano solo i parametri. Apre la porta ad altre realtà, ci aiuta ad acquisire il potere di guarigione, a riscoprire conoscenze perdute, a metterci in comunicazione con forze archetipe. Ciò che è «visto» è quindi reale e va interpretato come tale. L’esistenza del Ban Jhankri è riconosciuta corre una presenza reale, non solo dagli sciamani che sono stati da lui addestrati e iniziati. È il messaggio della Natura, è un dono della foresta che lo accoglie, è la divinizzazione della Natura stessa.

Spesso il rapimento è preceduto da una malattia (la cosiddetta «malattia divina») o da un sogno premonitore, dai messaggi reconditi, a volte inquietanti. Quando il Ban Jhankri arriva e prende il candidato, si impossessa del suo corpo e della sua anima: è impossibile opporre resistenza. Una forza magnetica, sovrannaturale, attrae il rapito che corre, nudo, nella foresta: la sua nudità rappresenta la liberazione da ogni legame dalla realtà ordinaria, per entrare in quella non ordinaria. Si nutre di lombrichi bianchi, di corteccia di alberi, vaga nei luoghi di cremazione, dorme nelle grotte, fa esperienze terribili di ri‑costruzione di se stesso: l’abilità di controllare tutto ciò rappresenta, soprattutto per un bambino, un passaggio rituale estremamente drammatico. Solo chi ha il cuore «puro» riesce a superare la paura, imparare e acquisire il potere da queste esperienze.

Lo sciamano non racconta di sogni, racconta la sua realtà. Non parla di miracoli, parla della sua realtà. Il suo non è un mondo surreale, è «l’altro» mondo, parallelo al nostro, è un’avventura dell’inconscio, i suoi incontri, al limite della coscienza, sono una realtà «reale», come i sogni ad occhi aperti.


La medicina a Roma Imperiale

ROMA IMPREGNATA DELLE GRANDI CULTURE CHE L’AVEVANO PRECEDUTA

Roma non era semplicemente città imperiale capace di sottoporre al suo controllo territori e genti, imponendo la sua lingua e la sua dura legislazione. Era anche culla mondiale di civiltà, avendo essa raccolto e coagulato in se stessa le cose migliori espresse dalle precedenti esperienze millenarie egiziane, assiro-babilonesi, greco-persiane.

COS’ERA LA SALUTE PER I ROMANI

Salute per Roma significava circolare velocemente e con sicurezza, ecco il motivo di tante strade e di tanti ponti. Salute per Roma significava capirsi in modo chiaro e non come a Babilonia, per cui il latino era lingua imposta in ogni centro ed in ogni provincia annessa. Salute era disporre di acqua corrente, di terme e di vespasiani, di stadi e di palestre. Salute era sapersi mantenere in ottima forma fisica, mentale e spirituale senza l’ausilio di pozioni strane, di maghi, di guru, di fattucchieri e di medici. Soprattutto di medici, vietati espressamente per legge, al pari dei loro farmakon, ossia dei loro veleni.

2500 ANNI SENZA L’OSSESSIONE E L’ACCANIMENTO DELLA MEDICINA

La Caput Mundi seppe dunque vivere sana e potente senza ombra di medico per 700 anni di fila, nel momento del suo più alto splendore, proprio quando le arti mediche erano rigorosamente proibite per legge. Questa concomitanza tra acme di splendore e assenza di medicus, non era affatto casuale. Gli antichi romani erano dunque tenuti a vivere con coscienza e con sobrietà. Troppi templi portavano ancora la scritta “Conosci te stesso”, per poter rinunciare alla comprensione di se stessi, per abdicare alla propria salute affidandola a qualcuno che si vantasse di capacità guaritive o divinatorie. Dal momento in cui tale legislazione anti-medica si attenuò, trascorsero altri 1800 anni a corto di medici, o in regime di tolleranza verso i medici. Grazie anche alla Scuola Medica Salernitana, che era nota e stimata in tutta Europa, mantenendo essa in auge i saggi principi di Pitagora, di Ippocrate, di Asclepiade e di Galeno. Conti alla mano, 700 anni di medicus-divieto e 1800 anni di medicus-tolleranza. Come dire 2500 anni senza il tormento e l’accanimento della medicina. Dunque è provata dalla storia una cosa fondamentale, e cioè che si può vivere benissimo senza sentirsi addosso l’ossessionante ronzio dei medici.

COSA SI INTENDE PER NATURA

Ippocrate aveva fissato principi inequivocabili tipo “La Natura è Sovrana Medicatrice di tutti i mali”. La natura, non il farmakon e non il medico. Aveva pure enunciato un eloquente “Primo non nuocere”. Cos’è di più nocivo al mondo se non togliere serenità e tranquillità alle persone? Cos’è di più nocivo ed ammalante se non lo spaventare, il terrorizzare, il ricattare, il dire “se non fai questa operazione ti succede quello, se non prendi questo farmaco ti accade quell’altro?”, Oppure: “Se non prendi la tachipirina, la febbre va a 45 e ti scoppia il cervello?”

A ROMA SI CONOSCEVANO I PRINCIPI DELL’HYGIENE 2000 ANNI PRIMA DI HERBERT SHELTON

Asclepiade (100 AC) che, da grande anticipatore igienista e da ispiratore della futura Scuola Medica Salernitana, mise in evidenza tre principi-base: A) L’importanza delle cause a monte (non accontentarsi delle facili apparenze sintomatiche e di guardare fino al proprio naso, ma di andare più a fondo).
B) L’importanza del terreno, cioè del corpo e di come il corpo vene usato. C) L’irrilevanza dei sintomi, poiché tutte le malattie hanno la stessa matrice tossica.

MARCO AURELIO SI LEGGE TUTTORA

Mai ci fu tanta salute, tanta padronanza di se stessi, tanta igiene naturale, tanto benessere psico-fisico, sulla faccia del Pianeta Terra, con ogni persona portata, indotta e costretta a conoscere se stessa, a non delegare la propria salute a nessuno, con diversi imperatori pronti a dare il buon esempio. “Medicus curat, natura sanat”, era uno dei proverbi latini più in voga, a dimostrazione che i romani non erano interessati a cure mediche ma alla salute naturale. Tipico il caso di Marco Aurelio Antonino Antonino (121-180 d.C), capace di lasciarci dei testi di igiene tuttora letti e in auge presso i maggiori studiosi mondiali di longevità e di salutistica.

ANCHE I PAZIENTI HANNO LE LORO COLPE

D’accordo, chi si ammala ha i suoi bei torti. Soprattutto se non capisce i meccanismi costruttivi della malattia-benettia e pretende inoltre di guarire in quattro e quattr’otto. Gli dà fastidio non la sua abitudine alimentare perversa ed intossicante, ma il dolorino, l’emicrania, la candida, la tiroide ballerina, l’adipe, il sovrappeso, l’impotenza. Per pazienti di questo tipo, non è casuale che esista una medicina di questo tipo, ossia una medicina che se ne strafotte della malattia causante e che punta tutto sulla eliminazione rapida del sintomo, della spia rossa, del lato appariscente della patologia.

A ROMA ESISTEVA IL DIVIETO D’ESSERE MEDICI, OGGI VIGE IL DIVIETO D’ESSERE SANI

In Roma antica vigeva il divieto di esistere per la medicina, ed era dunque obbligatorio aver buona cura di se stessi, essere sani e in forma. Oggi, al contrario, i medici dilagano e vige il divieto per la gente di essere sani. Per trovare poi un singolo igienista devi mandare in giro Diogene con la lampada accesa in pieno giorno! In una recente indagine americana, e parliamo di un paese dove lo spirito critico e l’esperienza non dovrebbero mancare, il 77% della popolazione ha affermato di credere all’utilità dei farmaci. Forse anche perché, in America, ognuno ha in tasca azioni della Pfizer e della Glaxo, visto che sono proprio le multinazionali del farmaco a tenere a galla la borsa di New York.

RISPETTARE LA NATURA SIGNIFICA RISPETTARE LE LEGGI ETERNE

L’hygiene è basata su una riverenza assoluta verso il Creatore e verso la Natura, su un religioso rispetto per il corpo e l’anima, sulla buona coscienza, sul buon senso, sui buoni principi. L’hygiene è basata su leggi scientifiche, precise ed eterne. La legge di causa ed effetto, la legge dello squilibrio e del riequilibrio (ossia del gioco salute-malattia), la legge dell’intossicazione e della crisi detossificante-eliminativa, la legge del minimo (la legge della catena, che è forte tanto quanto il suo anello più debole), la legge della saggezza intrinseca corporale (per cui il corpo non va mai contro se stesso, ma tende ad auto-guarire, non appena gli vengano date le possibilità di farlo).

È L’ANELLO PIÙ DEBOLE A DETERMINARE LA FORZA DELLA CATENA

Posso avere in una catena 100 anelli indistruttibili di acciaio inox, ma se uno solo di essi è fatto di latta, la catena si spezzerà sempre e solo in quel punto. Tutti così pronti ad ossessive e inutili prove del sangue, per sapere se c’è carenza di questo minerale o di quella vitamina, ignorando che esiste la legge del minimo, per cui se manca la presenza, magari irrisoria, del manganese e del rame, ogni aggiunta di ferro non risolve ma aggrava il problema.

GLI ASPETTI VISIBILI E TOCCABILI DELLE COSE

Pensiamo forse che il fatto di aver fagocitato maiali e vitelli, galline e struzzi, anatre ed oche, tacchini e conigli, sia ininfluente e non abbia correlati verificabili su una tabella di controllo e su una scheda diagnostica? Pensiamo forse che le nostre perdite di auto-stima non vengano registrate sul monitor generale? Crediamo forse di essere solo mossi e toccati dagli aspetti visibili e materiali delle cose?
Ma questa è stupidità manifesta. Ce l’ha insegnato Giordano Bruno, prima di essere messo al rogo a Campo de’ Fiori, nel febbraio del 1600, da un cero Ippolito Aldebrandini, un pontefice chiamato paradossalmente papa Clemente (Clemente VIII per l’esattezza).

L’ANELLO PIÙ DEBOLE RIMANE QUELLO SPIRITUALE

Ecco pertanto la necessità assoluta di rivolgere le nostre attenzioni al nostro punto fragile, al nostro punto di rottura. Ma nelle analisi mediche, per un valore che si cita ce ne sono 100 che si tacciono. L’anello più debole della nostra catena è, assai spesso, quello spirituale, quello morale, quello etico. E nessuna prova del sangue è in grado di evidenziare valori fondamentali quali il rispetto per noi stessi e per tutti gli altri, il benessere, l’armonia, la serenità, l’accettazione della prova suprema, l’accettazione della vita e di quello che viene dopo di essa.


La medicina nel Medioevo

Dal II al IV secolo: fame, pestilenze e guerre sconvolsero tutta l’Italia: c’erano pochi posti ove la gente potesse recarsi e sentirsi sicura. C’era anche la necessità di trovare un luogo ove i malati e i feriti potessero trovare ricovero e assistenza. La cura era quella già conosciuta: ciò che “funzionava”, semplicemente era ripetuto. Questo pose termine all’apprendimento medico e alla sperimentazione ed aprì la porta a falsi trattamenti, all’inganno e agli amuleti.

Per alleviare le sofferenze dei malati erano infatti considerati, tra l’altro: cuore di lepre (per la febbre quartana); carne lessata di cane neonato (per le coliche); tre violette (come prevenzione dalle malattie); e una infinità di frasi “magiche” per la cura, ad esempio di orzaioli, corpi estranei nell’occhio, paterecci, dolori addominali. Esistevano anche “giorni” adeguati per la preparazione delle medicine, tipi di preghiere da recitare, pratiche speciali da compiere (legare una scrofa al letto; usare uova di formica miste a olio di scorpione e carne di leone; bere sangue di capretto, eccetera).

I “malefici” erano nell’ordine comune delle cose, e quindi i sortilegi e la invocazione dei miracoli erano accetti e di largo uso. C’era sempre un santo per le malattie: sant’Antonio (fuoco sacro); sant’Andrea (spasmi); san Giovanni (convulsioni); oppure venivano compiuti pellegrinaggi in talune località per guarire l’epilessia, la corea, l’ergotismo, ecc. Con il decadimento intellettuale la gente tornò ai grandi insegnamenti del passato e per ogni necessità venivano consultati i testi di Ippocrate e Galeno. La sola istituzione che ebbe il potere di offrire ed assicurare assistenza a tali bisognosi fu la Chiesa di Roma: la medicina letteraria trovò una sede nelle chiese e nei chiostri. Qui l’informazione sopravvisse e poterono essere conservati i dati dei pazienti. Sfortunatamente i monaci erano conosciuti quali uomini pratici: essi sostenevano che leggi naturali governavano la vita degli uomini e che non c’era motivo di preoccuparsi delle acquisizioni mediche. Inoltre c’era un altro motivo per cui la pratica medica dei “secoli bui” si accentrò nei monasteri: essi erano dove erano gli ospedali e dove si possedevano le liste delle erbe mediche. La gente in cerca di aiuto doveva recarsi presso di loro.

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IL MONACHESIMO E LA MEDICINA MONASTICA

Alcuni cenni storici Nell’anno 300 ca. d.C. si ha la nascita del monachesimo cristiano in Egitto ed in Siria. San Pacomio (287-346) fonda il primo cenobio (vita comune) nel 320 circa, a Tabennisi nell’alto Egitto. Alla sua regola si sono ispirate tutte le successive regole monastiche. Sempre in Egitto era nato l’anacoretismo con Antonio (sant’Antonio abate) che si era ritirato nel deserto per cercarvi laperfezione dell’anima. è stata la prima figura storica del monachesimo. Le abitazioni dei suoi primi seguaci, sparse attorno alla cella del santo, furono chiamate “monasteri”. La tendenza naturale di riunirsi, avendo simili sentimenti e la stessa vocazione a un tipo di ascesi diversa, fece nascere i “conventi”. Pacomio (dal copto Pa-ahom, “dall’aquila”) educò i suoi discepoli alla vita comune, costituendo poco lontano dalle rive del Nilo la prima koinonia, una comunità cristiana, a imitazione di quella fondata dagli apostoli a Gerusalemme, basata sulla comunione nella preghiera, nel lavoro e nella refezione, e concretizzata nel servizio reciproco. In breve tempo un centinaio di monaci si unirono a lui e così poté fondare dieci nuovi monasteri. Contemporaneamente a quelli maschili nacquero i primi cenobi femminili: il più antico di essi in Occidente fu probabilmente il convento fondato a Roma attorno al 360; mentre una delle prime regole per monache fu quella dettata da san Cesario (470 circa – 542) per il cenobio di Arles, nel quale, tra le altre attività, una suora esercitava la medicina pratica. In seguito il convento femminile di Poitiers, fondato secondo la stessa regola da santa Radegonda, (518-587) si dedicò alla cura dei malati. San Benedetto da Norcia (480ca.- 547) dettò ai monaci del monastero di Montecassino, da lui fondato nel 529, la Regula Monachorum (Regola Benedettina), che divenne la più importante regola monastica dell’Occidente. Il monachesimo di san Benedetto oltre alle predominanti preghiere e lodi a Dio, promosse anche varie attività, tra cui gli studi medici, iniziando in effetti la “medicina monastica”. Si formarono centri di studio della medicina in tutta Europa. A titolo esemplificativo si possono ricordare i monasteri di Chartres, di Cluny, di San Gallo, di Aberdeen, di Reichenau. Lo studio della medicina comprese anche la copiatura, da parte degli amanuensi, di codici e testi di autori dell’antichità. Tale rinascita della medicina medievale, contrapponendosi a quella popolare, ebbe centro a Montecassino e a Roma ma anche a Farfa (Rieti), dove fu fondato un hospitale e a Fossanova, presso Latina, dove l’attività medica principale dell’abbazia consistette nella cura dei malarici delle vicine paludi e fatta segno di speciale benevolenza da parte dei numerosi pontefici, massimamente di Innocenzo III. Grande importanza, anche politica, acquistarono infatti quei centri monastici in luoghi malarici, non esclusa l’opera di risanamento prestata dai monaci. L’attività medica dei monaci cistercensi va inquadrata pertanto in questa secolare tradizione, ispirata non soltanto alla Regola di san Benedetto, ma rispetto a quanto mano a mano nei secoli veniva deciso dai Concili, dai papi e dalle autorità laiche. A Montecassino Flavio Magno Aurelio Cassiodoro incoraggiò i monaci allo studio della medicina e all’insegnamento delle erbe e dei medicamenti. Riprese lo studio e la diffusione di Ippocrate, Galeno, e altri: diede un forte sostegno e sviluppo all’educazione medica. Durante tutto l’Alto Medioevo, i monasteri, disseminati lungo le grandi vie di pellegrinaggio verso la Terra Santa, si dedicarono all’assistenza dei pellegrini ammalati, oltre alla costruzione ed alla gestione di altri centri di assistenza (xenodochi) presso ai monasteri stessi. Si diffusero anche i medici – monaci vaganti. I Benedettini fondarono le scuole di Carlo Magno ed egli ne ampliò la diffusione. Nell’ 805 Carlo Magno ordinò che la medicina, sotto il nome di fisica, fosse introdotta nei programmi regolari di insegnamento. Si registra che il monastero di San Gallo nell’820 avesse un giardino di erbe mediche, 6 camere per malati, una farmacia e un alloggio speciale per i medici. Questo fu forse il primo esempio di ospedale nell’Europa Occidentale.

Nel XII secolo aumentò l’opposizione alle attività extraconventuali dei medici-monaci, e tale posizione venne sancita a più riprese dalle massime autorità ecclesiastiche. Papa Innocenzo II (1130-1143), in tre concili, fece vietare ai monaci l’esercizio della medicina intesa come fonte di profitti materiali. Di qui derivò l’osservanza strettamente letterale della Regola Benedettina propugnata dai Cistercensi: di qui derivarono compiti e nuovi indirizzi all’assistenza dei malati svolta nei conventi.

Proibizione dell’esercizio della medicina ai religiosi 1131 – Concilio di Reims Innocenzo II proibisce che canonici e monaci studino medicina a scopo di lucro 1157 – Capitolo generale dei Cistercensi Proibizione dell’esercizio esterno 1163 – Concilio di Tours Proibizione che i religiosi “escano” per studiare medicina 1195 – Concilio di Montpellier Proibizione dello studio della medicina 1212 – Concilio di Parigi Minaccia di scomunica per i religiosi che, trovandosi fuori per l’esercizio della medicina, entro due mesi non rientrino nel convento 1215 – Concilio Laterano Ecclesia abhorret a sanguine: proibizione della pratica della chirurgia

Le infermerie monastiche raggiunsero talvolta ragguardevoli dimensioni. Gli statuti dei monasteri cistercensi ricordano spesso l’infermeria riservata ai poveri, infirmarium pauperum; inoltre i conventi erano spesso forniti di appositi edifici per l’isolamento e la cura dei lebbrosi e degli appestati. I medici-monaci potevano uscire dal convento soltanto per curare gli ammalati che si trovavano nelle immediate vicinanze, ed era loro vietato il pernottamento fuori sede.

Gli ospedali annessi alle abbazie Cistercensi venivano fondati allo scopo di nutrire i poveri, come si praticava nel monastero di Valle S. Egidio di Buch. La sede di monasteri ed abbazie fu spesso scelta nei luoghi paludosi nelle zone infestate dalla malaria. Ai monaci veniva richiesta la presenza in tali luoghi, anche a costo della loro morte. La medicina monastica basava la “speranza della guarigione” sulla misericordia di Dio e l’azione dei semplici. Nasce così, dentro le mura del monastero, l’orto dei semplici e l’armarium pigmentariorum, rispettivamente per la coltivazione delle erbe medicinali e per la loro conservazione. Il monachus infirmarius svolgeva queste funzioni, a somiglianza, si potrebbe pensare, di un farmacologo, un medico ed un farmacista. Costui infatti preparava le medicine e curava ad un tempo i monaci malati, i pellegrini, i vecchi ed i poveri in genere.

Nella seconda metà dell’XI secolo, Costantino Africano, monaco del monastero di Montecassino, iniziò la traduzione in latino dei testi arabi d’argomento medico. Il rapporto tra il monachesimo e la medicina andò mutando nel tempo: se i primi monaci predicavano l’umiliazione della carne, i benedettini, dal concetto che il corpo deve essere dominato giunsero, dopo la riforma cluniacense (X-XI secolo), a preferire il raccoglimento e la preghiera. Negli infirmari monastici, il frate malato veniva ricoverato per il tempo che bastava perché potesse tornare a pregare e a lavorare. In seguito, nei secoli XII e XIII ci fu l’assistenza anche ai malati laici, con l’istituzione degli Ordini Ospedalieri, modellati sulla Regola di sant’Agostino. In Europa si diffusero gli ospedali ed i lebbrosari, con il compito dapprima dell’assistenza, ma successivamente anche della cura dei pellegrini e degli ammalati Con il concetto cristiano di charitas nacquero gli ospedali, intesi dapprima come luogo di accoglienza dei deboli (poveri, pellegrini e ammalati), poi come strutture dedite alla cura delle malattie. I primi ospedali, a partire dall’editto di Costantino, sono individuati in luoghi di ospitalità costruiti accanto alle chiese, specie quando queste sorgevano lungo le principali vie di comunicazione. La medicina divenne conventuale non solo perché gli studi medici ebbero asilo e sviluppo esclusivamente nei conventi, ma anche perché fu attorno ad essi che si formarono i centri di ricovero e poi gli ospedali. Nessuno infatti, in quell’epoca di sanguinose contese, avrebbe potuto avere la pace e la serenità necessarie per compiere l’assistenza agli infermi fuorché gli ordini religiosi. In particolare fu in Irlanda, ove si era diffuso il Cristianesimo nel V secolo, che si sviluppò un centro di studi sugli antichi testi nei conventi fondati da san Patrizio. Nel VI e VII secolo i monaci si distribuirono in Inghilterra e nel continente fondando molti chiostri che divennero famosi per gli studi medici, come quello di San Gallo, ma anche di Bobbio, presso Piacenza. Con l’incremento dei traffici e dei pellegrinaggi, a partire dal X secolo vi fu un aumento dei luoghi di assistenza che, dal XII secolo in poi, furono spesso sotto la custodia di Ordini monastico-militari sorti con le Crociate, quali Templari, Teutonici, Ospitalieri di San Lazzaro e soprattutto Gerosolimitani.

Dal XIV secolo gli Ospedali entrarono a far parte del contesto amministrativo urbano: retti da confraternite religiose o dalle stesse amministrazioni comunali, ebbero a loro disposizione uno o più medici e chirurghi per i ricoverati, e furono retti da statuti che assicuravano un trattamento ottimale di vitto e alloggio ai ricoverati secondo i principi igienici dell’epoca.

Gli ospedali comunque non offrivano assistenza ai lebbrosi, per i quali esistevano appositi lebbrosari, che erano strutturati come comunità di malati, isolati dal mondo (il lebbroso era considerato quasi un morto vivente) e spesso autogestiti. Nei monasteri invece esistevano strutture specializzate dedicate ai monaci, ma talora aperte anche ai pellegrini, in cui, secondo la Regola del monastero, venivano ricoverati i monaci malati per il tempo strettamente necessario per riacquistare la salute.

Generalmente i malati erano assistiti da un monaco infirmario, pratico di medicina. La letteratura medica è quasi esclusivamente ecclesiastica, perché soltanto i clerici conoscevano la scrittura ed erano in grado di leggere gli antichi testi. Questa medicina conventuale, anche fuori d’Italia, si sviluppò rapidamente e ricorda, fra i suoi maggiori maestri, il magontino Hrabanus Maurus (776-856), monaco del Chiostro dei Benedettini di Fulda, allievo di Alcuino, e Walfrido Strabone (m. 849), abate del Chiostro di Reichenau. Essi mantennero l’antica tradizione degli studi medici, iniziarono a costituire piccoli ospedali annessi ai conventi, iniziarono a curare amorevolmente i degenti.