cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

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Stregoneria e Africa

In Africa la stregoneria è parte dello scenario supernaturale comunemente accettato e temuto. Di solito le streghe vengono considerate dottori o uomini medicina più che semplici streghe. Il potere del maligno è dappertutto e questo gli permette di ottenere ed utilizzare il proprio potere. Il male di solito viene portato fuori e reso potente da sentimenti quali la rabbia, l’odio, la gelosia, l’invidia e la lussuria, persino la pigrizia. Ogni diversa tribù africana considera la stregoneria in maniera differente: gli Nyakyusa ad esempio la definiscono come “il pitone nella pancia” (Python in the belly), la tribù Pondo come ” il serpente della donna” (Snake of the woman), la tribù Xhosa crede che sia una grande bestia pelosa e la chiama Baboon. Nella tribù Tswana invece le streghe vengono distinte in “night witches ” (streghe della notte) e day sorceres (streghe del giorno): le streghe del giorno usano i loro poteri magici per infliggere danno attraverso l’uso delle erbe e altre medicine, le streghe notturne sono di solito anziane donne che si riuniscono in piccoli gruppi e viaggiano per stregare gli sfortunati, non vestono abiti ma si cospargono di ceneri bianche o di sangue di morti.
Nella cultura africana il ruolo degli spiriti soprattutto maligni è molto forte, come anche il ruolo della morte e del trapasso dello spirito del defunto. Non tutte le tribù danno un significato a ciò che avverrà per il defunto dopo il trapasso ma il loro interesse è rivolto ai presagi di morte e alle disposizioni del morente in quanto esse riguardano i sopravvissuti: nella tribù Anuak ad esempio esistono segni ben conosciuti (gavado thou) che rammentano la possibilità della morte e mettono in guardia da essa: insuccessi costanti nella caccia e nella pesca, stanchezza o inerzia persistenti, apparizioni di determinati uccelli sul terreno che circonda la casa, in particolare del gufo che secondo gli anuak fa il verso che tudo y bur, attira verso la tomba, e infine che esso sia evitato dai cani. Secondo molti miti, soprattutto africani, le condizioni in cui versava l’umanità vennero radicalmente mutate da un messaggio mandato dalla Luna per mezzo di un animale (lepre, lucertola, etc.) che avrebbe dovuto annunciare agli uomini che essi moriranno e risorgeranno ciclicamente come la Luna, ma che per errore annunciò loro il contrario: da quel momento gli uomini sono irrevocabilmente soggetti alla morte

animismo

Burkina Faso e l’animismo
L’animismo è una religione che attribuisce un’anima a tutti i fenomeni naturali, una energia che pervade tutto l’esistente, visibile ed invisibile, causa di ogni fenomeno, della vita e della morte, della stabilità e di ogni cambiamento, intrinseca ad ogni essere vivente, uomo, animale o vegetale, e nella materia sia essa solida, liquida o gassosa. L’animista possiede la ferma convinzione dell’esistenza di questa energia, la sua iniziazione ed il suo percorso religioso consistono nella acquisizione di una profonda sensibilità nei confronti della natura, nell’osservazione dei fenomeni naturali e degli avvenimenti ciclici come i giorni, le lunazioni, le stagioni. Le influenze sugli accadimenti naturali per l’animista equivalgono ad un libro nel quale sono possibili letture profonde e significative, e l’analisi che l’animista è in grado di compiere è il frutto di una sensibilità ottenuta grazie all’abitudine di esplorare i significati che la natura dona all’uomo.
L’animismo non può essere semplicemente liquidato con la superficiale definizione di “religione primitiva”. La complessità e la profondità delle idee e dei concetti di questa religione è sorprendente, un vero mondo in cui, come in altre religioni, le forze del male e del bene si scontrano. Queste lotte immani e misteriose si manifestano nella natura e nel mondo materiale sottoforma di simboli che l’animista può decifrare. La consapevolezza che in un seme vi è l’intera ” anima ” della pianta, un disegno preciso, l’esecuzione di un progetto grandioso, il desiderio insito di vivere, germogliare,crescere, fiorire, fruttificare allo scopo di realizzare un suo simile, per essere nella sua essenza eterno, è un esempio emblematico della complessità e spessore delle analisi e della profondità di lettura della natura nell’animismo. Un codice che l’animista acquisisce non solo nell’attento esame delle manifestazioni naturali ma anche attraverso l’insegnamento di un anziano, un maestro con il quale, anche dopo la sua morte, continuerà ad avere uno stretto rapporto.
L’animismo in Africa occidentale è la religione autoctona ed è praticata da molto tempo, ancor prima che arrivassero Islam e Cristianesimo, considerate religioni dei popoli invasori. Queste religioni sono state in generale accettate dalle popolazioni ma adattate alle loro credenze e sovente snaturate dei loro messaggi originali.
Nelle tradizioni dei popoli animisti l’accettazione di una nuova credenza religiosa non si contrappone ai loro principi. I portatori di nuove religioni sono sempre accolti con le loro divinità, che vengono in qualche modo inserite nel pantheon delle divinità locali, anzi, in alcune circostanze, quando il confronto di superiorità è per essi evidente, dichiarano senza esitazione che il Dio dei cristiani o dei musulmani è più forte dei loro. Nelle città di Bobo Dioulasso (Burckina Faso) e a Moptì ( Mali), si può constatare la presenza, negli affollatissimi mercati, di numerosi banchi di vendita di oggetti delle più variate provenienze religiose. Sono in bella mostra: code di serpenti, camaleonti rinsecchiti, mazzi di piume di gallina e quant’altro necessario per il rito feticista affiancati alle immagini di Papa Woitila, S. Antonio di Padova, croci, Bibbie e Vangeli, Corani di varia foggia, rosari cristiani e musulmani, poster raffiguranti la Kaba e persino immagini induiste giunte in chissà quale modo.
E’ veramente formidabile il sincretismo religioso di questa straordinaria cultura. Argomento quest’ultimo che potrebbe insegnarci la strada per una possibile pace mondiale.
Gli antropologi considerano l’animismo come la religione tradizionale dell’Africa, e se pur vero che i rituali e le pratiche variano tra le etnie, la sostanza di fondo resta la medesima ovunque. Il nome di Dio è pronunciato nelle preghiere, nelle benedizioni, durante i sacrifici. Dio dona la vita eterna dopo la morte. L’animismo si caratterizza secondo l’etnia e si presenta in modo differente secondo la storia del gruppo etnico, delle sue componenti storiche anche di un passato lontano, o dei personaggi veri o mitizzati che si sono distinti per le capacità sciamaniche e divinatorie.
Il culto animista ha dei giorni imposti durante l’anno in cui si svolgono i rituali (feste ricorrenti).
In queste occasioni vengono effettuati sacrifici di animali, generalmente polli , offerte d’acqua,di farina, di olio, di birra di miglio e altro, che vengono posti in un luogo consacrato ed offerti a Dio.
L’animista crede in un Dio creatore che mantiene il perfetto ordine delle cose, tutte concatenate tra loro; il suo aspetto non viene mai antropomorfizzato, anzi è pensato tutt’uno con l’intero creato in un’idea che può rappresentare una sorta di panteismo dell’universale.

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Feticismo africano
Nel pensiero degli animisti africani Dio è troppo potente per interessarsi all’uomo, egli è al di sopra delle esigenze minute dei piccoli problemi umani, per questi bastano gli intermediari, e cioè i geni, le forze spiritiche del simbolismo, che vengono esortati con rituali magici .In una parola : “Il feticismo”.
Comunemente si dice che le popolazioni nere dell’Africa siano di religione feticista e sono considerati feticci tutti gli oggetti che ricevono un culto qualsiasi. Il termine “féticheur ” dei francesi deriva da feticeiro dei portoghesi che per primi diedero questo nome agli idoli dei neri, derivante a sua volta dal latino factitius, da cui l’italiano ” fattucchiera”.
Il feticismo è l’insieme dei rituali magici per mezzo dei quali sono credute possibili complicità ed alleanze con geni e spiriti capaci allo stesso tempo di portare beneficio o nuocere a se stessi o ad altri.
Melekey et Sitani ( termine in cui si nota una l’influenza della lingua araba ” melik el Šitan ” ovvero il rè satana) è considerato il soffio vitale che dona la vita a una cosa inanimata. E’ un intermediario tra Dio e gli uomini che viene sovente implorato in quanto simbolo della forza, della potenza è la sorgente della vita.
Parallelamente a Melekey et Sitani che agisce a fin di bene, il feticismo è animato da spiriti chiamati ” Sitanis”, i geni, che agiscono sotto ordine del male. Essi sono sottoposti a Dio ma vivono tra gli uomini, che si servono di loro come veicoli della stregoneria.
Il feticismo costituisce perciò una pratica per ottenere dei soddisfacimenti di bisogni immediati attraverso i geni che si credono viventi nelle manifestazioni naturali. Questi sitanis (geni) sono solitamente evocati per ottenere la guarigione dalle malattie, ma anche per inviare maledizioni. Dopo la guarigione o ottenimento del risultato richiesto, il feticista donerà un grosso pollo per ringraziare le differenti forze che sono intervenute.
La gerarchia delle forze naturali è, secondo gli animisti, lo specchio di quelle sovranaturali. Essi collocano in differenti gradi di potere i geni, in un ventaglio che rispecchia le caratteristiche umane. Vi sono dei geni potentissimi che come gli uomini potenti, hanno un prezzo alto per muovere un loro intervento, ma quando ciò avviene il risultato è assicurato. All’estremo opposto vi sono geni di poco conto i cui poteri sono limitati. Sulla base di queste differenze possiamo osservare modalità di rituali che variano dal sacrificio animale celebrato con intenso sentimento devozionale per un genio considerato importante, alla semplice e superficiale formulazione di protezione.
I geni, gli spiriti e le differenti entità soprannaturali sono credute viventi dentro i fenomeni naturali, di cui sono gli artefici, negli alberi, particolarmente quelli dalla forma mostruosa che impressionano più di altri la fantasia, nei termitai, molto frequenti nella brousse (boscaglia), negli animali pericolosi sui quali si raccontano straordinarie leggende. Il culto si esprime sempre attraverso il sacrificio di una vita animale.
L’offerta sacrificale viene posta sopra al feticcio, differente a secondo dei casi e dei luoghi. I feticci possono essere: gli scranni degli antenati, le calobas (zucche vuote), le statuette scolpite nel legno, la terra contenuta in un recipiente, i corsi d’acqua, sulle cui sponde si fanno i sacrifici.
Dopo aver pronunciato le richieste, viene recisa la gola dell’animale, solitamente un pollo, viene poi lasciato colare il sangue sopra il simulacro sul quale vengono lasciate cadere le piume che aderiscono al sangue vischioso. Subito dopo l’officiante mangerà la carne dell’animale.

Un ultima e sintetica considerazione sulla religione animista dell’Africa Occidentale: L’animismo è la fede nell’esistenza di un Dio del macrocosmo, un Dio che si occupa dell’intero universo, un essere supremo, perfetto, lontano dagli affanni umani giornalieri, al di sopra delle piccolezze degli uomini, creatore e motore di tutto, il quale non può fare che il bene, dunque non ha bisogno di essere onorato con culto regolare.
Il feticismo con i geni, abitatori del microcosmo, sono divinità vicine agli uomini, che vivono in stretto rapporto con loro, che tramite i rituali magici sono chiamati alle soluzioni dei problemi umani.
Un pericoloso, ma interessantissimo mondo, in cui per alcuni aspetti sono riscontrabili tracce anche nella nostra cultura “popolare”, un mondo in cui è possibile, nel corso della esplorazione, scoprire implicanze e parallelismi del nostro sapere antico e nel contempo provare vertiginose


Lo sciamanesimo, una religione della natura

PREGHIERA DELLO SCIAMANO

(BRISHPATI BANSTOLA)

Possa, il dio delle Nuvole, proteggere le nostre case, darci ricchezza e abbondanza da dividere con tutti i fratelli.

Possano, gli spiriti della Foresta, dare riparo al viandante, possano, gli spiriti delle Stelle e della Luna, purificare i nostri desideri e illuminare il cammino.

O Rudra, padre del Fulmine non privarci della luce del sole, allontana da noi odio e preoccupazioni, disperdi ai quattro venti malattie e dolori.

Possa il dio del Vento ascoltare le nostre preghiere, con l’ arco e la freccia allontanare i nemici, rimuovere gli ostacoli, concedere la sua benedizione.

Madre Acqua, sorgente di felicità, concedi il tuo nutrimento, disseta le risaie, sii il balsamo per le nostre ferite.

O spirito del Fuoco, lasciaci riposare accanto a te, fai danzare la tua fiamma al ritmo del mio tamburo.

O Vasundhara, protettrice della Terra, possano i tuoi dolci frutti placare la nostra farne, possa il nostro cammino essere leggero come una foglia.

O spirito del Tamburo, possa la tua voce risuonare nei nostri cuori, uniti nella pace e nell’amore

Lo sciamanesimo è universalmente riconosciuto come la prima religione, la prima disciplina spirituale e la prima pratica terapeutica del mondo. È una religione della Natura, che risuona della presenza del Divino, si nutre del Divino e da questo nutrimento elargisce doni agli umani. È dalla Natura che lo sciamano trae ispirazione, consigli, aiuti per i rituali di guarigione e di protezione, e, ponendosi come intermediario tra gli umani e il divino, fa partecipe il genere umano di questa comunione coti la natura, del linguaggio degli animali, delle piante, traduce la voce del vento e dell’acqua, delle stelle e della luna, intreccia sottili legami con le pietre, che parlano e danzano al ritmo del tamburo.

E’ un linguaggio ancestrale, un linguaggio dell’anima, non verbale ma simbolico, non limitato dalla parola: il gorgoglio dell’acqua, lo stormire delle foglie, il crepitio del fuoco portano messaggi a chi è pronto ad ascoltare, con il cuore, non coti la mente. Ogni oggetto usato dallo sciamano è un dono della natura, quindi imbevuto del Divino, è un ponte che lo unisce alle energie cosmiche, al mondo sovrannaturale, senza più barriere spazio‑temporali. Tutte le cose sono connesse e hanno un significato.

Lo sciamanesimo ci insegna a non separare la forma fisica da quella spirituale, il visibile dall’invisibile, a tradurre il linguaggio della natura, degli animali che sono simboli di una particolare energia, modelli di comportamenti archetipi, espressioni di specifiche forze della natura, del regno spirituale che si manifesta nella nostra realtà. Gli uccelli sono sempre stati considerati simboli dell’anima: la loro capacità di volare riflette la nostra stessa capacità di spiccare il volo», di aumentare la consapevolezza, di creare un ponte tra la terra e il cielo.

Nel mondo dello sciamano tutto è reale: la realtà non ordinaria diventa un prolungamento di quella ordinaria, si sovrappone ad essa, i suoni dei due mondi creano accordi planetari, il canto dello sciamano è il canto dei 3 mondi nei quali il «viaggiatore cosmico», accompagnato dal tamburo ha libero accesso, servendosi dei totem che lo assistono nell’affrontare il mistero. Attraverso la danza, il costume e tutti i parafernalia, lo sciamano si identifica con le divinità, diventa una manifestazione del potere della natura, invoca una presenza che lo aiuta a trascendere il Inondo fisico. Lo sciamano allora può danzare con gli dei, giocare con le note del tamburo, salire la scala musicale che esprime il linguaggio del cosmo, libero di giocare qualsiasi gioco.

Se la Natura è la Grande Madre che ci nutre, ci accompagna nell’avventura della vita, può essere anche colei che ci punisce per le nostre infrazioni alle regole universali, può darci nutrimento ma anche malattia, può darci rifugio ma anche lasciarci soli, fino a che lo sciamano, nel suo compito « di terapeuta spirituale», non ripristina l’antico ordine, non rabbonisce le divinità offese, non ricrea la comunicazione interrotta. Compito dello sciamano è cercare le cause della malattia, e la sua ricerca spazia nel mondo della Natura, del Divino, perché il dolore, le sofferenze fisiche e psicologiche, nell’ottica sciamanica, sono interpretati come «punizioni divine» per negligenza o per un semplice capriccio delle divinità che mettono alla prova gli uomini nel loro cammino esistenziale.

La dea dell’arcobaleno Indreni, soprattutto durante il monsone, può colpire, causando perdita di coscienza; i Bayu sono degli invisibili demoni del vento che possono provocare malattie negli animali e negli uomini mal di stomaco e di milza; i Bhut, in forma di fantasmi, vivono nelle foreste e sulle rive dei fiumi, causano, se arrabbiati, perdita di coscienza, trance e vertigini, ma anche perdite di sangue abbondante dalla bocca, tale da portare alla morte se non interviene lo sciamano. Nelle foreste e nella giungla dimora Shikari, lo spirito cacciatore che può causare problemi cardiaci.

Solo lo sciamano, con la sua abilità nel travalicare la realtà ordinaria per entrare in altri spazi, può individuare la causa della malattia attraverso la divinazione, la lettura di grani di riso o, se non soddisfatto, attraverso le risposte che ottiene nel suo «viaggio» al di là del visibile. Il suono e lo spirito del tamburo sono i suoi assistenti, le sue cavalcature per entrare in altri mondi, i suoi protettori quando dovrà affrontare scontri diretti con le negatività, gli oggetti fatti coli la pelle di animali gli forniranno il potere dell’animale stesso, i mantra creeranno una sorta di barriera alle negatività. A questo punto lo sciamano è pronto a combattere, a contattare chi ha «rubato» l’anima al paziente, a cercare alleanze con le divinità e gli spiriti. Lo sciamano è un eroe, un terapeuta, un viaggiatore in altri mondi, è l’unica persona che, conoscendo segreti sconosciuti agli umani, può ripristinare antichi equilibri e rimuovere le cause della malattia. Il compito dello sciamano si estende anche nel regno dei morti, nel regno del silenzio che risuona dei suoi canti: accompagna l’anima della persona morta affinché trovi la direzione giusta, non permettendo che diventi pericolosa per l’intera comunità quando, ancora non pronta a lasciare questo mondo, si aggira «affamata» di un altro corpo dove entrare e continuare a vivere.

Ban Jhankri, il dio sciamano della foresta

Nell’immenso pantheon sciamanico, un posto di primaria importanza è dato alla figura del Ban Jhankri (ban significa foresta in nepalese e jhankri è il termine per identificare uno sciamano), il dio sciamano della foresta, dalle sembianze metà umane e metà divine, a cui si attribuiscono grandi poteri di guarigione e la capacità di iniziare i prescelti allo sciamanesimo.

In accordo con la leggenda e con i racconti fatti dagli sciamani che lo hanno incontrato, il Ban Jhankri rapisce i potenziali sciamani, generalmente dell’età fra i 7 e i 17 anni, li porta nella foresta, in una grotta che è la sua dimora, per impartire loro gli insegnamenti della futura attività. Appena rapiti, gli allievi‑sciamani vengono fatti spogliare per permettere al «Maestro» un’ispezione al fine di scoprire eventuali difetti, sia nel corpo fisico che in quello spirituale.

Solo coloro che sono «puri» vengono accettati per l’insegnamento che in genere dura da pochi giorni ad una settimana, o un mese, a volte un anno, prima di ritornare a casa. 1 candidati che non hanno superato l’ispezione e quindi considerati «impuri», vengono immediatamente allontanati dal Ban Jhankri o, peggio, catturati dalla moglie, la Ban Jhankrini, malvagia e feroce che, coli la sua spada d’oro, cerca di ucciderli tagliando loro la testa e le gambe o peggio, di mangiarli.

Il Ban Jhankri compie rituali di guarigione e protezione nelle notti di luna piena, fa divinazione, comunica telepaticamente con gli umani. Sempre in accordo alla leggenda, è una manifestazione del dio Sole, il dio del metallo inalterabile, simbolo del potere divino, la caverna dove abita è rivestita d’oro, d’oro è il suo tamburo e, in certe descrizioni, la controparte femminile usa una spada d’oro e oggetti sacri che riportano all’«Età dell’Oro» o «periodo della verità», quando gli uomini, gli animali e gli dei parlavano lo stesso linguaggio, un periodo prima che una barriera scendesse fra il cielo e la terra, prima del decadimento morale che caratterizza l’epoca attuale, la Kali yuga.

Dopo il periodo di addestramento e dopo essere ritornato a casa, lo sciamano considera il Ban Jhankri la sua divinità tutelare, il Grande Maestro, dal quale attingere nuovi insegnamenti elle. vengono impartiti durante il sogno. Uno sciamano di etnia tamang, Padani Bahadur, incontrato in un villaggio del Nepal, racconta di essere stato rapito dal Ban Jhankri all’età di 9 anni, dopo che il suo rapimento gli era stato predetto in sogno. Quel giorno si trovava nella foresta a raccogliere erba, quando improvvisamente appai‑ve il Ban Jhankri. Gli diede da mangiare della frutta. Appena mangiata, Padani cadde in uno stato di semi incoscienza, come in sogno. Il vento iniziò a soffiare forte come un tornado, ci fu un violento temporale e una scossa di terremoto. Allora il Ban Jhankri lo portò nella grotta rivestita d’oro, attraverso un piccolo buco. Padam lo descrive piccolo di statura, dalla pelle color d’oro, i capelli lunghi e bianchi, capace di apparire e scomparire misteriosamente e di cambiare la sua forma in quella di un animale.

Dal Maestro apprese potenti mantra di guarigione, il controllo sugli elementi, come invocare le divinità e allontanare i demoni. Solo dopo un anno fece ritorno a casa, con la sensazione di essersi svegliato da un lungo sonno, da un sogno popolato di strane figure, a volte malvagie, ma quasi sempre protettive e luminose. Ancora oggi, incontra il Ban Jhankri in sogno, che lo istruisce su come condurre i rituali di guarigione, gli assicura la sua protezione, colpe un padre.

La Ban Jhankrini è una presenza inquietante, demoniaca, ma indispensabile per la completa iniziazione. Gli smembramenti o il cannibalismo che esercita sono dei passaggi rituali obbligatori, simbolici, è la morte che prepara alla rinascita spirituale come sciamano. E il lato oscuro della realtà, senza il quale la realtà non esisterebbe. L’unione matrimoniale del Ban Jhankri con la Ban Jhankrini rappresenta l’unione degli opposti, lei è scura, lui è chiaro e luminoso. Lei è violenta, piena di rabbia, lui è il maestro paziente, che protegge i discepoli «puri». La moglie, se sente l’odore dell’allievo, chiede un pezzo della sua carne, ma il novizio è protetto dal maestro che gli insegna a diventare trasparente e a salvarsi dal pericolo. L’ insegnamento viene impartito in una stanza dove la Ban Jhankrini non ha accesso. Sono insegnamenti segreti: uno sciamano ci ha riferito che il Maestro presta particolare attenzione affinché il mantra Om, di Shiva, il mantra della creazione, non giunga alle orecchie della moglie che lo userebbe recitandolo al contrario, con l’effetto di annullare il potere di guarigione o, peggio, di distruggere il mondo.

Per gli sciamani che sono stati iniziati dal Ban Jhankri, e da quasi tutti i nepalesi, il dio sciamano della foresta è una presenza reale, in quanto tutto ciò che accade in stato di trance o di sogno è considerato una vera esperienza, accaduta in una realtà parallela alla nostra. È questo il concetto universale dello sciamanesimo che sta alla base della guarigione sciamanica e dei rituali. Tutto ciò che accade, che vediamo nel corso di una esperienza in una realtà non ordinaria, non è frutto della nostra immaginazione, ma ha le stesse valenze di ogni esperienza, corre su un binario parallelo, dove forse cambiano solo i parametri. Apre la porta ad altre realtà, ci aiuta ad acquisire il potere di guarigione, a riscoprire conoscenze perdute, a metterci in comunicazione con forze archetipe. Ciò che è «visto» è quindi reale e va interpretato come tale. L’esistenza del Ban Jhankri è riconosciuta corre una presenza reale, non solo dagli sciamani che sono stati da lui addestrati e iniziati. È il messaggio della Natura, è un dono della foresta che lo accoglie, è la divinizzazione della Natura stessa.

Spesso il rapimento è preceduto da una malattia (la cosiddetta «malattia divina») o da un sogno premonitore, dai messaggi reconditi, a volte inquietanti. Quando il Ban Jhankri arriva e prende il candidato, si impossessa del suo corpo e della sua anima: è impossibile opporre resistenza. Una forza magnetica, sovrannaturale, attrae il rapito che corre, nudo, nella foresta: la sua nudità rappresenta la liberazione da ogni legame dalla realtà ordinaria, per entrare in quella non ordinaria. Si nutre di lombrichi bianchi, di corteccia di alberi, vaga nei luoghi di cremazione, dorme nelle grotte, fa esperienze terribili di ri‑costruzione di se stesso: l’abilità di controllare tutto ciò rappresenta, soprattutto per un bambino, un passaggio rituale estremamente drammatico. Solo chi ha il cuore «puro» riesce a superare la paura, imparare e acquisire il potere da queste esperienze.

Lo sciamano non racconta di sogni, racconta la sua realtà. Non parla di miracoli, parla della sua realtà. Il suo non è un mondo surreale, è «l’altro» mondo, parallelo al nostro, è un’avventura dell’inconscio, i suoi incontri, al limite della coscienza, sono una realtà «reale», come i sogni ad occhi aperti.


L’Evoluzione della Medicina nella Storia dell’ Arte

Da Rembrandt a Caravaggio, da Goya a Picasso, da Repin a Norman Rockwell,ogni grande artista ha voluto rappresentare a suo modo l’ambiente austero di uno studio medico, la scena toccante di un letto di morte, il tavolo anatomico dove si compivano i primi esperimenti o il tavolo chirurgico dove i medici operavano con i pochi mezzi a disposizione. Dalla “Lezione di Anatomia” di Rembrandt al “Cavadenti” di Caravaggio e da lì in avanti fino ai bozzetti satirici di Rockwell i capolavori dei maestri sono stati non solo espressione massima del loro talento ma anche testimonianza sociale e scientifica dell’evoluzione della medicina e della chirurgia


Namastè


Masaru Emoto – I messaggi dell’acqua: le scoperte del famoso ricercatore giapponese


Le origini della Medicina

Se per medicina si intende qualsiasi atto o procedimento finalizzato all’allontanamento di un agente patogeno, di un sintomo morboso, di un qualsivoglia elemento che turbi lo stato di salute, allora si può certamente dire che l’origine di questa scienza coincida con l’origine stessa dell’uomo e che sia strettamente legata a risvolti di carattere religioso, filosofico, paleontologico ed etnologico.
Inoltre è molto difficile fare un’adeguata ricostruzione scientifica dei primi atti curativi in età preistorica, poiché i reperti di medicina vera e propria a nostra disposizione non sono sufficienti (si tratta solamente di crani trapanati e ossa con fratture consolidate risalenti a non prima di 100.000 anni fa). In realtà si possono solo fare semplici supposizioni basate sull’osservazione di graffiti, pitture murali o di sculture. Potrebbe venire spontaneo il paragone nel campo medico tra l’uomo della preistoria e le moderne popolazioni selvagge (ad esempio i pigmei africani), ma non bisogna dimenticare che anche il popolo più primitivo di oggi ha già subito millenni di evoluzione.
Durante il corso dei secoli la medicina ha attraversato diversi stadi che, secondo gli storici, sono i seguenti: medicina istintiva, medicina sacerdotale, medicina magica, medicina empirica, medicina scientifica.
Per medicina istintiva si intende quella serie di accorgimenti ed azioni proprie della natura degli animali superiori ed insite nel loro comportamento, quali ad esempio il leccamento della ferita, la posizione antalgica di un arto dopo un trauma, l’eliminazione dei parassiti dal corpo, il disbrigo delle occorrenze del parto.
La medicina sacerdotale nacque quando l’uomo primitivo, davanti alla potenza e all’imponenza dei fenomeni naturali che trascendono ogni possibilità umana, ebbe la sensazione della presenza di uno o più esseri superiori responsabili di qualsiasi manifestazione della natura, anche di quelle relative alle patologie da cui veniva colpito. Le uniche vie di guarigione risultavano quindi essere la preghiera, l’implorazione e il sacrificio.
Solo in un secondo tempo, con la corruzione del puro sentimento religioso, si ebbe la concezione magica della medicina, in base alla quale l’uomo credette di poter intervenire sui fenomeni e addirittura di poterli comandare, sostituendosi così alla divinità: fin dalle più antiche testimonianze documentali di epoca storica in nostro possesso si evince il fatto che la figura dello stregone o del mago è opposta ed in contrasto con quella del sacerdote. Ciò significa che nel concetto di medicina magica è inclusa una ben definita connotazione di empietà: chi si occupa di fatture e sortilegi avvalendosi delle forze occulte viene temuto come un essere malefico e diabolico.
Non si può però non rilevare nell’operato di maghi e stregoni un primo abbozzo di scienza in quanto essi seguivano principi sempre uguali che, pur basandosi su correlazioni completamente sbagliate tra causa ed effetto, costituivano comunque un ragionamento guidato da un’apparente logica. Se quindi per scienza si definisce lo studio dei fenomeni naturali al fine di stabilirne le leggi e di poterli riprodurre applicando le leggi stesse, allora bisogna riconoscere che la magia tende allo stesso scopo pur partendo da presupposti errati e utilizzando mezzi inadeguati.
Quando poi l’uomo, ampliando le sue conoscenze ed approfondendo gli studi su di esse, si rese conto di non potere più sostituire la divinità pur comprendendo la natura dei fenomeni intorno a lui, iniziò una prima discriminazione tra magia e scienza.
Anche nella medicina empirica possiamo vedere una forma embrionale di scienza: è vero che non si preoccupa di risalire al perché dei fatti osservati, ma è pur sempre la prima constatazione tra una causa ed un effetto che permette la formulazione di successive ipotesi, quindi il punto di partenza del ragionamento scientifico.


Medicina monastica

LAICOL’attuale scienza medica, che,c ontinuamente, pone alla nostra osservazione  una nuova conquista  impressionante, ci apre, quotidianamente, una finestra  sul  percorso mirabile della Medicina, che, dal mistero della nascita dell’uomo, dai suoi primordiali bisogni, dal suo anelito alla ricerca del benessere fisico e mentale, ci porta ad oggi, all’epoca delle più grandi conquiste, alle sofisticate tecnologie, alle terapie eroiche, al trapianto di organi, al genoma.

È un percorso sul quale l’uomo  ha proceduto. in continuo, incessante progresso, alla ricerca, appunto, della salute del corpo e della pace dell’anima, dall’eremita al cenobita all’uomo tecnologico di oggi.

Questo percorso della medicina implica il concetto di malattia e quello collegato di salute, che non ha mai avuto una definizione esaustiva, da quella generica, secondo cui “la salute è  l’assenza della malattia”, a quella dell’OMS (organizzazione mondiale della sanità), che afferma ”la salute è lo stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” , a quella ancora più suggestiva del chirurgo francese Renè Leriche  “ la salute è il silenzio degli organi”.

É il percorso della Medicina, che nasce con l’uomo e comincia dalla prevenzione adattandosi egli all’ambiente, infatti, l’uomo primitivo si rifugia nelle caverne per ripararsi dai rigori del freddo, uccide le belve per confezionarsi delle pellicce per riscaldarsi e nello stesso ambiente trova i sostentamenti vitali, il mangiare per vivere, trova osservando e provando erbe e piante medicinali, con cui curare i propri mali e si immerge nei silenzi del deserto per calmare i sussulti dell’animo, in cerca della Verità.

Gli stadi per i quali la Medicina è passata, secondo il comune consenso degli storici, sarebbero da ritrovare, all’inizio, come medicina istintiva, poi medicina sacerdotale, medicina magica, medicina empirica, medicina scientifica.

Nel periodo della malattia l’uomo perde il suo naturale atteggiamento di potenza, di dominio degli eventi e si sente piccolo, cerca rifugio in qualcuno che può aiutarlo, pensa ad un Essere Superiore; prima alla magia, allo stregone, agli astri, a un dio pagano, a un Dio cristiano.

Dagli inizi al V secolo

Tra i primi eremiti, il più famoso fu certamente sant’Antonio abate, nato a Come, in Egitto, intorno al 250 d.C., che, seguendo la parola di Gesù, si ritirò in una zona desertica sulle rive del Mar Rosso, dove, per circa 80 anni, visse da anacoreta.

Il suo eremitaggio stimolò una moltitudine di seguaci e, si legge, che in migliaia seguirono il suo esempio.

Ben presto, però, alcuni anacoreti  pensarono bene che, per essere più vicini a Gesù e per essere più utili ai fratelli sofferenti,  sarebbe stato più opportuno unirsi  in cenobio.

La nascita del monachesimo cristiano cenobitico si fa risalire, convenzionalmente, al 320-350 d. C., per opera di San Pacomio, egiziano dell’alto Egitto, che, fondatore della prima abbazia,  scrisse la prima “Regola monastica”, mise ordine alla vita del Cenobio e  predicò la preghiera, la contemplazione, la carità, il reciproco servizio, il lavoro e l’assistenza ai malati dentro e fuori dal convento.

Diffuse il concetto del Cenobio ed alla sua morte ne lasciò, in attività, una decina, tra i quali anche uno femminile.

In quei  tempi rifulse, anche, la figura di San Basilio di Cesarea, detto il Grande, il quale aveva  studiato ad Atene ed a Costantinopoli. Aveva praticato l’eremitaggio e, dopo aver incontrato nei suoi viaggi tanti anacoreti, decise di abbandonare la vita contemplativa, creò un convento , divenne  Vescovo di Cesarea, in Cappadocia, fece costruire numerosi ospizi. Durante questo periodo,  formulò la “Grande Regola” e la “Piccola Regola”, che rappresentarono le norme e gli insegnamenti , che dovevano orientare la vita dei monaci, che presero il suo nome: monaci Basiliani. A lui si deve la costruzione, a Cesarea, del primo grande ospedale con sezioni separate per le singole malattie, una delle quali destinata ai lebbrosi, ai quali i monaci dedicarono  particolare attenzione e cure.

Fu ritenuto patriarca del Monachesimo orientale.

In questo periodo, in cui compaiono i primi conventi in Occidente,  acquista fama  la figura predominante  San Martino di Tours: dopo la conversione al Cristianesimo, iniziò una intensa attività di proselitismo in tutta la Francia centrale ed occidentale, ottenendo  risultati molto positivi. Fu uomo di preghiera e di azione, che raggiunse una notorietà ed un prestigio tale da essere nominato Vescovo di Tours, nel 371.

Insieme alle sue doti di carità e di saggezza, ebbe la fama di taumaturgo.

Alla sua opera si deve la creazione del primo monastero francese, a Ligugè, presso Poitiers, il Monasterium maius,”, che diventerà meta di frequenti pellegrinaggi e luogo di assistenza, oltre che umanitaria anche medica.

Con San Martino di Tours è da ricordare Giovanni Cassiano, fondatore del famoso Monastero San Vittore, a Marsiglia.

Autore di due opere fondamentali nella storia del Monachesimo: le “Istituzioni” e le “Conferenze”. Fu favorevole al Cenobitismo, rispetto all’eremitaggio, perchè nella forma consociativa si realizzava meglio la figura del Cristo. Nell’assoluta fedeltà al Vangelo ispirò un saggio equilibrio tra la contemplazione e la carità e, come servizio, organizzò l’assistenza ai pellegrini malati.

A questo punto, è già ben delineato il ruolo assistenziale degli Xenodochi, dislocati preferibilmente sulle grandi vie di pellegrinaggio, come poteva essere la Via Francigena (da Canterbury a Roma) o il cammino di Santiago di Compostela o i percorsi che portavano alla Terra Santa.

Inizialmente erano strutture predisposte per l’accoglienza dei pellegrini, che in essi trovavano ospizio gratuito. Con l’andare del tempo, i monaci oltre che accogliere i pellegrini e rifocillarli, offrivano, secondo necessità, anche assistenza medica.

Lo xenodochio-albergo, divenendo sempre più ospizio, richiese la figura di un addetto ai pellegrini infermi, nacque la figura del “monacus infirmarius”, quindi, la struttura di un “Hospitium”, di un orto dei “semplici” (termine latino-antico per dire pianta da cui si estrae un medicinale) e di una “Farmacia”.

Questi xenodochi vennero istituzionalizzati a seguito di disposizioni del Concilio di Nicea (325), che prevedevano, come obbligatoria, la presenza di un monaco, sia per l’accoglienza di pellegrini, sia per l’assistenza medica.

 Infermeria

L’idea di un locale adibito alle esigenze curative dell’infermo viene ripresa, anch’essa dall’oriente.

 Di solito queste infermerie erano sistemate in edifici separati dalla struttura centrale, perchè poteva prevedersi un isolamento per ragioni infettive.

All’inizio queste infermerie servivano solo per i monaci interni, infermi, poi anche per pellegrini malati e, ancora più tardi, fu offerta la possibilità di ricovero anche alle donne.

Le infermerie erano dotate di bagni e di solari.

Questi adattamenti presagivano l’idea del futuro ospedale.

Orto dei Semplici

Affiancato allo Xenodochio L’Hortus simplicium,  inteso come lavoro, doveva rappresentare l’alternativa alla preghiera e la soluzione di problemi economici, era il luogo annesso al Monastero, in cui i monaci coltivavano erbe e piante medicinali per l’esigenze degli infermi, ricoverati nelle infermerie.

 L’erboristeria, già allora, era una vera e propria scienza, che richiedeva un particolare impegno e perizia nel selezionare la pianta, nell’estrarre da questa il medicamento, nel trovare l’indicazione specifica per una determinata malattia, nel valutare i dosaggi, nello studiare eventuali controindicazioni ed nel trovare le eventuali associazioni tra vari rimedi, compilare, cioè, le “ricette galeniche” ed, infine, nel conservare questi estratti in vasi speciali ed in ambienti idonei, che si chiamarono “farmacie”.

Questa coltivazione seguita dalla descrizione,  dalla selezione, dallo studio e dalla sperimentazione  rappresentava l’inizio della ricerca scientifica ed il monastero si erano attrezzato per queste conquiste.

I vari abati nelle varie epoche, oltre che a dotare il Monastero di un “orto dei semplici”, imponevano ai monaci di crearsi una cultura botanica, studiando i testi classici greci e romani.

Sono da ricordare tra i più illustri trattati quelli di Teofrasto (370-286), III° sec. a.C., primo botanico della storia, che catalogò circa 300 piante e definì molte specie di funghi,  di Andreas, egiziano, vissuto anch’egli, nel III sec. a.C., di Nicandros, vissuto nel II secolo a.C.; di Krateuas, re del Ponto, di Mitridate VI Eupatore, anche lui re del Ponto (120-63); di Dioscoride, vissuto nel I° secolo d.C. e  di Galeno (129-200 d.C.).

Armarium Pigmentorium

La scienza delle erbe e piante medicinali esisteva come eredità da epoche lontane.

A Roma già erano note centinaia di sostanze medicamentose classificate da Teofrasto (circa 300, già nel III° sec. a.C.), da Dioscoride (oltre 600, nel I° sec d.C.).  Galeno aveva studiato molti farmaci ed i loro effetti positivi o pericolosi ed aveva, anche, unito insieme due o più farmaci, creando le famose “ricette galeniche”, che sono state formulate e somministrate fino a qualche decennio fa.

V-VI secolo d. C

All’inizio del V° secolo assurse  a grande prestigio Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, personaggio di profonda  cultura umanistica e storica. Uomo politico di statura nazionale, apprezzato , prima come governatore della  Lucania , senatore e segretario del re degli Ostrogoti, Teodorico, poi, come ministro, a fianco di Amalasunta, figlia di Teodorico, succeduta al trono alla morte del padre.

Per la profonda cultura umanistica e per l’abilità politica cercò di integrare la cultura gotica con quella Romana. Deluso per non aver potuto realizzare il suo programma, ritiratosi dalla politica, ritornò, nella sua villa di Vivaro , presso Squillace, in Calabria; divenne monaco e creò insieme ad altri cenobiti un monastero: il VIVARIENSE.

Essendo anche  medico di vasta fama; cercò di trasferire questa sua cultura  ai monaci, ai quali impose la traduzione di testi antichi, di dare impulso alla scienza medica. e di intendere la Medicina come arte e l’infermo come fratello.

Attraverso una ricerca più mirata, una selezione delle erbe o  delle piante arrivarono a creare delle vere e proprie farmacie il monastero godette, per le sue peculiarità  una grande notorietà.

Quasi contemporaneamente Benedetto da Norcia, (480-547), dopo un periodo di esperienza eremitica, vissuta nella zona di  Subiaco, dove aveva creato anche una decina di Monasteri, si era trasferito a Montecassino, dove aveva costruìto il più grande monastero dell’epoca..

Era informato sull’esistenza del “Vivariense”, ma non conosceva personalmente Cassiodoro.

Benedetto si accinse a caratterizzare il suo Monastero di Montecassino, , a dargli un solido assetto, inquadrarlo scientificamente e proiettarlo in una ampia prospettiva. dando inizio all’ordine dei Benedettini, formulando in modo eclettico la  “Regula” , che,  come pietra miliare, costituì il filo conduttore, che ha improntato tutto il Monachesimo dei secoli successivi, giudicata da  S, Gregorio Magno“il più bello, fecondo e duraturo miracolo” del Santo.

E’ divenuto, così, uno degli rappresentanti più significativi della Cristianità, il vero padre del Monachesimo occidentale.

Sebbene, in modo precipuo, ingiungesse ai suoi la preghiera come solenne tributo a Dio, accompagnato all’astinenza  ed alla penitenza ed il lavoro manuale per il profitto della comunità, tuttavia intese promuovere la Medicina, in tutte le sue forme, per dare sollievo ed assistenza ai fratelli malati, dando un ruolo essenziale alla “Medicina Monastica” vera e propria.

Seppe sintetizzare nella sua ”Regola Benedettina” le esperienze del suo periodo ascetico ed armonizzare le acquisizioni cenobitiche orientali con quelle occidentali esistenti prima della sua iniziativa.

In definitiva, il felice connubio preghiera-assistenza ai sofferenti, fece diventare i monasteri centri medici, che favorirono il progresso della Medicina stessa.

Una assistenza medica era prevista da secoli ed era abbastanza delineata, ma è con la “Regula” che prende forma e sviluppo scientifico.

Nel suo eclettismo riporta nella “Regula” alcune figure ed istituzioni tramandate dall’Oriente, ne sottolineò i ruoli  e  modificò le strutture secondo le sue esperienze nel periodo sublacense.

Per quanto riguarda l’arte medica nei riguardi dei fratelli infermi, i suoi orientamenti si possono ritrovare rappresentati nel Capitolo XXXVI della “Regula”: “Soprattutto ed a preferenza di ogni altra cosa, si abbia cura degli infermi, in modo da servire ad essi veramente come a Cristo, poiché Egli disse:  fui infermo e mi visitaste e….. quel che avete fatto a uno di questi miei piccoli, l’avete fatto a me”.

Ma anche gli infermi devono considerare che si serve loro in onore di Dio e con le loro esigenze non opprimano i fratelli che li assistono. In ogni modo si devono sopportare con pazienza, perché con essi c’é da meritare di  più.

Sia, perciò, somma cura dell’abate, che in nessun modo vengano trascurati.

Questi fratelli infermi abbiano una cella loro destinata ed un serviente timorato di Dio, caritatevole e sollecito. Abbiano comodità di bagni quando occorre. Ma, ai  sani e particolarmente ai giovani siano concessi meno sovente. Anche l’uso della carne venga permesso agli ammalati e a quelli molto deboli, però, una volta ristabiliti, tutti, com’é uso si astengano dalla carne.

L’abate vigili, con somma cura, che il cellerario o i servienti non trascurino gli infermi, perché ricade su di loro tutto il male che si commette dai discepoli”.

Mentre, quindi, all’inizio dell’applicazione della “Regula” il compito di “monacus infirmarius” era  affidato ad un monaco qualsiasi e solo all’interno del Monastero, in un secondo momento, in ossequio ad un nuovo  contesto storico, alle variazioni culturali  ed alla evoluzione dei tempi, necessitò un monaco specialista, studioso osservatore, dotato di spirito speculativo, che cresciuto nello spirito dell’ “ora et labora”,  “timorato di Dio”, arricchisse la sua opera, associandola al concetto cristiano della carità.

Successivamente il monaco infirmario fu autorizzato a  portare la sua opera anche all’esterno, e, più tardi ancora,  il suo compito poteva essere affidato  anche ad un laico ed, all’occorrenza, anche ad una donna.

Infermeria

L’idea di un locale adibito alle esigenze curative dell’infermo viene ripresa, anch’essa dall’oriente, basti ricordare l’iniziativa di S. Basilio di Cesarea, ma anche dalle sue personali esperienze dei numerosi monasteri creati intorno a Subiaco.

Di solito queste infermerie erano  sistemate in edifici separati dalla struttura centrale, sia perchè poteva prevedersi un isolamento per ragioni infettive, sia perchè potevano insorgere esigenze psico-sociali di necessità.

Per procurarsi le erbe medicinali si faceva ricorso al commercio di esse, allo scambio tra Monasteri, ma si ritenne necessario, per economia, di cercare un’ autosuffienza producendo in proprio erbe e piante  medicinali, quindi creare  l’”Hortus simplicium” .

Il Monastero secondo le “Regole” doveva  essere costruito su un terreno coltivabile non in ossequio al concetto ciceroniano: “si apud bibliotecam hortulum habes, nihil deerit”, ma , non solo, secondo la norma benedettina “ora et labora”, ma anche per coltivare erbe e piante medicinali.

Armarium Pigmentorium

All’epoca di Benedetto la scienza delle erbe e piante medicinali esisteva  ed era diffusa in tutti i monasteri, ma Lui fece incrementare la ricerca e la scienza medica, promovendo lo studio dei trattati di Medicina.

 Dalla sua impostazione del problema nacque, come scienza, una Medicina qualificata. I medici passati alla storia per la loro bravura  concorsero alla migliore fortuna della Scuola Salernitana. e , nello stesso tempo si avvalsero dei progressi che si verificavano a Salerno.

I benedettini  svilupparono questa scienza e, dall’ “armarium pigmentorium” iniziale, progressivamente organizzarono le farmacie.

I medicinali erano sicuri, i dosaggi e le indicazioni davano garanzie, così come la conservazione in quei vasi caratteristici, che ancora oggi abbelliscono le farmacie. Non sempre, infatti la stagione metteva a disposizione la pianta o l’erba necessaria: era importante l’essiccamento e la conservazione ed il rifornimento da altri monasteri, qualche volta anche dall’oriente.

Hospitium

 Benedetto, creando i suoi monasteri, non solo stabilì le Regole che informavano la vita dei monaci, ma volle che fossero “centri dinamici di vitalità spirituale  e sociale”. Il monastero accoglieva ogni pellegrino, nel quale si raffigurava la figura del Cristo Redentore. Il trattamento da riservare all’ospite, per S. Benedetto è talmente basilare, che vi ha espressamente dedicato il capitolo 53 nella sua Regola:

”Gli ospiti che arrivano siano accolti tutti come se fossero Cristo, perchè Egli dirà un giorno: fui pellegrino e mi riceveste. E a tutti si faccia onore come si conviene, ma particolarmente ai congiunti nella Fede ed ai pellegrini. Appena dunque sarà annunciato l’ospite, gli vada incontro il superiore o qualche fratello, con ogni dimostrazione di carità; e anzitutto preghino insieme, poi, scambino l’abbraccio di pace. Questo, però, non sia offerto se non dopo la preghiera per prevenire ogni illusione diabolica. Anche nel modo di salutare si mostri grande umiltà verso tutti gli ospiti che vengono o che partono: col capo chino, tutto il corpo prostrato in terrà, si adori Cristo che in esso viene ricevuto. Gli ospiti così accolti vengano accompagnati all’orazione, dopo che il superiore o quello che egli avrà a ciò destinato, terrà loro compagnia.

Sia letta all’ospite la Legge divina per sua educazione e, dopo di ciò, gli si usi ogni cortesia.

In onore dell’ospite il superiore interrompa il digiuno, a meno non sia  giorno solenne di digiuno, che non si possa violare. I fratelli, però, continuino i loro digiuno ordinari.

L’abate dia acqua alle mani degli ospiti: egli, poi, e l’intera comunità lavino i piedi a tutti gli ospiti, dopo la lavanda, dicano questo verso: abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel mezzo del  suo tempio.

Soprattutto nel ricevere i poveri e i pellegrini  si usi gran riguardo e premura, poiché, in essi specialmente si riceve Cristo; mentre la potenza dei ricchi da se sola s’impone al rispetto. La cella degli ospiti essa pure abbia assegnato un fratello dall’anima piena del timor di Dio; e vi sia predisposto un numero sufficiente di letti: la casa del Signore sia affidata a dei saggi e amministrata con saggezza”.

“Scriptoria e Biblioteche”

Gran parte del patrimonio culturale che ci è stato trasmesso dai Benedettini è dovuto alla attività intellettuale  che i monaci dovevano rigorosamente esercitare in rispetto del capitolo LXVIII della Regola. Sono espressione del pensiero benedettino.

”Scholae coenobiales medicae”

Benedetto nella “Regola” si è preoccupato di dare ampio spazio alle attività speculative e lavorative, ma non ha trascurato di sollecitare i monaci allo studio ed alla traduzione di testi antichi. Ha istituito, nel Monastero, delle scuole, che hanno permesso all’arte medica di fare notevoli progressi e di facilitare per i giovani nuove scoperte. Le scuole, inoltre, servivano ad assicurare il ricambio in caso di decessi o abbandono, ma anche a creare specialisti. Esse rappresentano un’istituzione prettamente Benedettina .

VIII-XII secolo d.C.

l’influenza della Scuola di Montecassino

L’Attività monastica di Montecassino e la sua “Regula” influenzarono in un momento politico difficile, tutti i movimenti letterari e scientifici dell’Occidente.

Nacquero decine di monasteri, che, prima o poi, adottarono la regola di San Benedetto ed in linea generale tutta la nuova produzione si aggiungeva ai canoni antichi dei nostri avi cristiani..

Montecassino primeggiò sui tanti nuovi monasteri per l’opera grandiosa e l’esempio di  Benedetto da Norcia.

All’interno di quel Monastero lavorarono  studiosi importanti, che illuminarono l’opera e crearono, con San Benedetto, le basi della civiltà cristiana occidentale.

Tra i tanti monaci-abati eccellenti, emersero, Federico dei Duchi di Lorena, nominato abate di Montecassino dal papa Vittore II e chiamato a succedergli alla sua morte, divenendo papa Stefano IX;  il suo successore l‘abate Desiderio, divenuto papa Vittore III, (1085-1087), l’abate Bertario, il monaco medico Alfano, che diventò Vescovo di Salerno e l’illustre medico Costantino l’Africano, forse il più illuminato.

Desiderio ha lasciato opere importanti come i tre libri, i Dialoghi, tutti riguardanti la medicina. Egli si era formato nella Scuola Salernitana, a Salerno, da dove fece ritorno, portando con se il grande studioso Alfano, che, poi, diventò monaco.

Desiderio è ricordato anche perchè ha tradotto in latino l’opera di Nemesio “ De natura hominis” ed ha completato l’opera di un altro grande predecessore l’abate Bertario.

 Bertario pensava in ordine universale, tanto che a Montecassino aveva colloqui con il papa Adriano II, con il papa Giovanni VII, con l’imperatore Ludovico II e personalità di questo livello. Purtroppo la sua opera fu interrotta dall’invasione dei Saraceni che distrussero Montecassino e trucidarono  Bertario ed i suoi monaci. Era l’anno 883.

Alfano (1010-1085), nacque a Salerno, da famiglia agiata, diventò medico, compagno di studi di Desiderio, fu subito docente nella scuola medica salernitana. Per ragioni politiche lasciò Salerno, seguendo il suo amico Desiderio a Montecassino,  dove trovò amicizia  con Federico di Lorena e con Costantino l’Africano. Era amico del noto benedettino Ildebrando di Soana, divenuto, poi, papa Gregorio VII.

Alfano è passato alla storia come una delle figure più rappresentative come poeta, teologo medico illustre,  pastore di anime.

Questo periodo, decisamente florido per la medicina monastica, per l’impulso dei monaci-medici   più importanti dell’epoca, come Varioponto e Petroncello, ma soprattutto di Alfano,  che scrisse due testi importanti, “De quatuor humoribus” e “De Pulsis”, raggiunse l’apice del prestigio quando si avvalse dell’opera di, Costantino  l’Africano, un intellettuale famoso,  medico  che per la sua esperienza vissuta a Salerno, per le conoscenze acquisite girando per  il mondo, per la sua preparazione culturale, per la conoscenza delle lingue orientali. Perseguitato a Salerno, dove era docente della scuola Salernitana, seguì il suo amico abate Desiderio a Montecassino; da musulmano si convertì al Cristianesimo e, rimanendo in quel Monastero, tradusse molti trattati di medicina araba, che non erano conosciuti a Roma al tempo di Galeno, contribuendo a dare un notevole impulso alla medicina di quei tempi.

La medicina monastica di Montecassino e la Scuola Medica di Salerno si sono integrati a vicenda, sia come scambio di conoscenze che di docenti. Dai maestri di quell’epoca ci è stato tramandato il “Regimen Sanitatis”, che per secoli ha rappresentato una testimonianza  scientifica di avanguardia, un insegnamento per tutti gli studiosi, una codificazione completa del progresso scientifico di allora, merito e gloria di tanti monaci infirmari, che hanno saputo migliorare la Medicina  ed aprire una finestra sul futuro Rinascimento.

Alcuni esempi di Medicina dei Semplici

Dal “Regimen sanitatis” alcuni esempi di piante comuni, significativi di quel progresso  scientifico:

“Aloe: l’aloe dissecca le ferite,rigenera la carne, sana il prepuzio ulcerato, e, col miele, il nerume delle palpebre: efficacemente purga il cerume delle orecchie, gli occhi, il capo e la lingua, rafforza lo stomaco, giova all’itterico, risana il fegato, impedisce la calvizie, ma da solo offende le visceri.

IL Rosmarino. rafforza lo stomaco, toglie le sofferenze del tenesmo, inebria e col suo profumo inebria le membra..

L’Artemisia, bevuta facilita l’orina e toglie la pietra; se si beve soltanto la verde erba pestata si applica alle parti pudende e si pone sul ventre, espelle l’aborto.

La Canfora deprime la virilità con il suo odore.

La Cannella la vera cannella è apportatrice di moltissimi doni: rafforza le membra, il fegato, il petto, la voce, le visceri, e allontana dal cuore l’innaturale palpito.

Il Cappero apre le ostruzioni del fegato e della milza con forza allontana dallo stomaco i superflui umori, riduce la milza e allarga gli stretti meati dell’orina.

Il finocchio: il seme del finocchio bevuto col vino eccita ai piaceri di Venere e si dice che ridesti nei vecchi il giovanil vigore; il finocchio scaccia le sofferenze dei polmoni e del fegato, toglie lentamente il fetido alito e il nero umore, il seme del finocchio apre pure gli spiragli dell’ano.

La Liquirizia: abbi per te la disprezzata polvere di liquirizia. Essa bagnerà il petto, il polmone, le vene e darà calore; togliendo la sete, espelle dallo stomaco le sostanze nocive e viene in aiuto a tutti gli organi della respirazione.

La malva: gli antichi la chiamarono malva, perchè ammorbidisce il ventre; le radici della malva

sciolgono le feci. muovono il flusso mestruale e spesso lo espellono.

La Menta mentisce la menta, se sia lenta ad espellere dal ventre e dallo stomaco i dannosi lombrichi. giammai la menta indugiò ad   apprestare aiuto allo stomaco.

La Noce moscata rafforza i cuori indeboliti , giova allo stomaco e toglie dagli occhi la scotomia .

Il Rabarbaro curando il fegato, frena le visceri rilasciate.

La Ruta: nobile è la ruta, perchè rende la vista acuta; col suo aiuto, o uomo cisposo, acutamente vedrai. Mangiando la ruta cruda purghi gli occhi dalla caligine; essa frena negli uomini il desiderio del coito, nelle donne l’accende; rende casto la ruta. rischiara la vista e infonde scaltrezza; la ruta cotta libera la case dalle pulci.

Lo Zenzero zuccherato toglie la frigidità dello stomaco, del torace dei reni e arreca sollievo; mangiato al mattino, efficacemente purga il petto, lo addolcisce e scaccia la flemma dai reni; chiarisce la vista mangiandolo spesso, essicca gli umori e allontana l’afflusso del sangue dal cuore, aumenta il calore dello stomaco e facilita la digestione. Lo zenzero purga lo stomaco e ristora il cervello; allontana la sete e spinge i giovani all’amore”.

Per quanto riguarda la patologia e la terapia,è emblematico un esempio di trattamento di una affezione comune: la gotta.

“Varietà di gotta: la gotta che colpisce il lato destro produce la paralisi; se colpisce i piedi causa la podagra, se attacca le mani si ha la chiragra, se le articolazioni genera l’artritismo; se il nervo sciatico, è la sciatica che ne deriva; il tetano causa la rigidità di tutte le membra.”

Cura della gotta e dell’artritismo

“Si cuociano vino, castoreo, tasso e camomilla; aspergi le artritiche membra e ne avrai giovamento; si aggiunga balsamo, poiché si giudica che a tutti sovrasta, si afferma pure che molto giovi lo sterco di stambecco, se usato come cataplasma sia efficace la sua virtù.

Gioverà pure la cicuta cotta in pastello e, applicata come cataplasma, subito scaccerà i tormenti del male. In vino poderoso sia cotta la ruta medicinale, è provato che per la sua sicura virtù attenua questo male.

Mentre tormenta il dolore, tutto ciò che dà calore è lenimento, ma sia dopo, che prima, gioveranno gli sperimentati rimedi; tuttavia la camomilla , cotta in limpida acqua sarà efficace e con pezzuole in essa bagnate sempre lenirà il dolore.

Anche l’indivia giova, rinfresca, e nel tempo stesso , dà calore e nei malanni manifesta virtù lenitrici; si aggiunga balsamo, ed è provato che maggiore è il beneficio; il medico non può curare chi , affetto da podagra,sia nervoso.

San Benedetto e la sua “Regula”, centinaia d’illustri abati,  migliaia  di monaci umili e preziosi, per molti secoli hanno studiato, sperimentato, regolamentato una infinità di “semplici”, ponendo le basi alle Università Rinascimentali. Queste hanno dato avvio ad una medicina più scientifica mantenendo sempre una efficace collaborazione erboristica, che rappresenta ancora oltre che un valore storico una branca con caratteristiche e peculiarità che la rendono sempre efficace.”