cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

Articoli con tag “anatomia

La medicina in Grecia

Anche se la nascita del pensiero scientifico si può far risalire alla comparsa delle prime scuole mediche in Italia (Scuola di Crotone e Scuola di Sicilia), è in Grecia che avviene la completa e definitiva emancipazione del medico sul sacerdote con la costituzione del concetto di “clinica”.
Nell’antica Grecia la medicina veniva praticata nei ginnasi, nelle palestre e negli jatreia: il ginnasio era il luogo in cui i giovani venivano formati culturalmente e fisicamente, mentre nella palestra si allenavano gli atleti veri e propri. L’uno e l’altra consentirono un certo sviluppo della chirurgia in seguito alle non infrequenti lesioni in cui gli atleti incorrevano nell’esecuzione degli esercizi fisici. Tutti coloro che lavoravano in queste strutture avevano conoscenze abbastanza approfondite di traumatologia e massoterapia; i medici, che solitamente visitavano in strutture pubbliche o private (jatreia), venivano chiamati dal ginnasiarca solo nei casi più gravi

Scuola di Cnido

Particolare fu l’interesse di questa scuola per l’anatomia; il concetto di patologia appare invece piuttosto rudimentale in quanto ogni malattia era considerata un fenomeno completamente isolato e relativo al singolo organo che ne veniva colpito. Anche la terapia era poco sviluppata: si basava essenzialmente su latte, siero e succhi di alcune piante (euforbio, elleboro come cardiotonico e diuretico, scammonea e coloquintide come purganti drastici, oltre ai semi di dafne, detti anche granelli cnidici come revulsivo).

Scuola di Coo.

C’è il passaggio all’osservazione diretta del malato eseguita con grande larghezza di vedute ed ottime intuizioni che distinguono indiscutibilmente questa scuola da tutte le altre: nasce qui il vero concetto di clinica e della conseguente diagnosi. Il medico è uomo, e la sua opera non ha sfumature soprannaturali, mistiche, astratte o filosofiche. La medicina deve essere una ricerca continua, serena e disinteressata alla quale bisogna dedicarsi solo per amore di essa e della
o libri a contenuto etico
o libri di clinica e patologia
o libri di chirurgia
o libri di ostetricia, ginecologia e pediatria
o libri di anatomia e fisiologia
o libri di terapeutica e dietetica.

Medico cura un paziente (vaso greco, 480-470 a.C.)

Medico cura un paziente (vaso greco, 480-470 a.C.)

La figura del medico.

E’ l’unione del perfetto uomo con il perfetto studioso: calma nell’azione, serenità nel giudizio, moralità, onestà, amore per la propria arte e per il malato sono i cardini della personalità del medico così come era concepito da Ippocrate. Ogni interesse personale passa in secondo piano. Non è certo un essere superiore ed infallibile come i sacerdoti degli antichi templi, ma deve sopperire alla sua fallacità con il massimo dell’impegno e della diligenza in modo da commettere solo errori di lieve entità. Deve inoltre essere filosofo, ma non tanto da farsi distogliere dalla vera scienza che è quella che si appoggia su solide basi pratiche. Il suo abito, infine, deve essere decoroso ed il suo aspetto denotare salute.
Con il passare dei secoli questa concezione rimase sostanzialmente immutata al punto che il Papa Clemente VII (Pontefice dal 1523 al 1534), in una sua bolla, stabilì che il laureato in medicina si impegnasse solennemente ad osservare il testo del giuramento ippocratico.

L’anatomia.

Non fu molto approfondita dalla scuola di Coo per due motivi principali: da una parte Ippocrate era più indirizzato verso il lato pratico della medicina, aveva cioè una maggiore propensione per la clinica; dall’altra la cultura greca aveva un rispetto assoluto per i corpi dei morti, quindi non c’era la possibilità di studiare l’anatomia esercitandosi direttamente sui cadaveri.
Si avevano nozioni di osteologia, soprattutto riguardo la struttura delle ossa del capo, delle vertebre e delle costole; molto poco si sapeva di miologia, anche se si conoscevano i principali muscoli del dorso e degli arti; vene ed arterie venivano confuse, così come nervi e legamenti. Di cuore e cervello erano note le principali caratteristiche morfologiche ma non le reali funzioni. Gli organi di senso erano probabilmente oggetto degli studi più accurati, soprattutto per quanto riguarda la struttura dell’occhio.

La patologia

Alla base della medicina ippocratica stava l’integrazione tra una concezione pneumatica della vita ed una umorale, ma quest’ultima rivestiva senza dubbio un ruolo più importante. Gli umori erano quattro: sangue (caldo umido) che proveniva dal cuore, una sorta di muco detto flegma (freddo umido) dal cervello, bile gialla (caldo secco) dal fegato, bile nera (freddo secco) dalla milza. Lo stato di salute si aveva quando questi umori erano perfettamente bilanciati tra loro; se invece la crasi era alterata per l’eccesso, la corruzione o la putrefazione anche di un solo componente, allora insorgeva la malattia. Era la natura stessa con la sua capacità curativa ad intervenire nel tentativo di ristabilire l’equilibrio tramite l’espulsione degli umori in eccesso per mezzo di urina, sudore, pus, espettorato e diarrea. Se invece la malattia risultava più forte del processo autoriparativo dell’organismo il paziente moriva. Per poter essere eliminati gli umori, dovevano prima essere modificati con un processo che Ippocrate definiva di “cottura”. Il periodo intercorrente tra questo processo e la guarigione prendeva il nome di “crisi”.
Il predominio di uno dei quattro umori conferiva anche particolari caratteristiche all’individuo (principio della costituzione e dei temperamenti): si avevano così i temperamenti sanguigno, biliare, flemmatico e atrabiliare.
Motivi dell’alterazione degli umori potevano essere le intemperie, la dieta o, concezione nuova in assoluto, cause fisiche correlate all’ambiente di vita. Altra novità fondamentale introdotta dalla dottrina di Ippocrate fu il fatto di considerare le patologie come fenomeni generali per l’organismo e non relativi ad un singolo organo; quelle più conosciute dalla scuola di Coo furono: la polmonite, la pleurite, la tubercolosi (ma con un concetto ben differente da quello attuale), la rinite, la laringite, la diarrea, alcune malattie del sistema nervoso, l’epilessia, il tetano.

La clinica

L’epoca ippocratica segna la nascita della clinica intesa come studio dei segni e dei sintomi osservabili sul paziente. Vi sono 406 aforismi che racchiudono in frasi brevi e coincise tutte le osservazioni e le esperienze del maestro di Coo; la sua sapienza fu poi diffusa presso tutti i popoli allora più evoluti attraverso traduzioni in arabo, ebraico e latino. Da essi si evince che l’esame effettuato dal medico doveva essere il più approfondito possibile e comprendeva non solo l’ascoltazione, la palpazione e, forse, la percussione, ma anche qualsiasi piccolo indizio che avrebbe potuto essere utile per la diagnosi: diverse sfumature di colore, variazioni di comportamento, insolite contrazioni muscolari, quantità e qualità di qualsiasi escrezione e secrezione ecc.. Da ricordare l’accuratezza con cui veniva esaminata l’urina, valutata come quantità, colore, sedimento e torbidità. Assai particolareggiata e minuziosa era inoltre l’anamnesi, pur essendo rivolta essenzialmente a conoscere solo la situazione presente del malato. La prognosi si basava sullo studio degli esiti delle varie patologie: essa era considerata infausta se si notavano fattori quali disturbi visivi, sudore freddo, anemizzazione delle mani, cianosi delle unghie e stato di agitazione, mentre il polso non veniva tenuto in nessuna considerazione.

La chirurgia

La scuola di Ippocrate disponeva di uno strumentario abbastanza fornito comprendente coltelli e bisturi di varie forme e dimensioni. Gli interventi più frequentemente eseguiti erano la riduzione di lussazioni (con particolari macchine) e di fratture (con stecche e fasciature), la trapanazione del cranio in seguito a fratture delle ossa del capo e la cura dei piedi torti. Assai particolareggiata era inoltre la tecnica delle fasciature. Nella cura delle ferite era raccomandato il riposo e l’applicazione di calore senza ricorrere ad oli o balsami vari.
Limitati erano invece gli interventi in ginecologia e ostetricia: tra questi è notevole il trattamento della deviazione del collo dell’utero con obliterazione e soppressione delle mestruazioni. Era vietata la pratica dell’interruzione volontaria della gravidanza.

La terapia

Varie erano le piante usate come farmaci; tra le più importanti ricordiamo: l’elleboro nero e la scilla (cardiotonici e diuretici), la coloquintide (purgante drastico), il veratro bianco (antireumatico, ipotensivo, contro le affezioni cutanee), l’issopo (espettorante), il giusquiamo (antidolorifico, sedativo), l’oppio, la mandragora e la belladonna (narcotici, analgesici locali), la ruta (abortivo), la menta (stomachico). Pur conoscendo i principali gruppi di medicamenti, la scuola di Ippocrate li usava con moderazione in quanto riponeva molta fiducia nelle capacità autocurative del corpo umano. Venivano inoltre praticati salassi, cure idroterapiche, inalazioni, irrigazioni e lavaggi vaginali. Notevole l’uso di ventose come antiflogistico: creando una depressione nella zona infiammata si provoca una vasocostrizione da suzione che riduce la quantità di essudato e trasudato. Interessante infine l’uso di vesciche introdotte nelle ferite toraciche allo scopo di tamponare la lesione e contenere l’emorragia.
Il principio terapeutico seguito però varia: a prescindere dal fatto che è preferibile sconfiggere la malattia in modo indiretto invece che drasticamente e violentemente, si passa dal concetto del similia similibus (provocare fenomeni simili alla sintomatologia del paziente per guarirlo) a quello certamente più sensato del contraria contrariis (avvalersi di mezzi ritenuti contrari alla causa della patologia). La febbre è un ottimo mezzo per raggiungere la guarigione: il suo calore facilita infatti l’evacuazione degli umori in eccesso accelerandone la “cottura”.

La dietetica.

Ippocrate considerava la dieta come il complesso di regole e prescrizioni che il malato era tenuto a seguire non solo relativamente al suo regime alimentare che, comunque, era di fondamentale importanza. Lo scopo ultimo era il ripristino dell’equilibrio degli umori tramite la prescrizione di cibi che, a seconda dei casi, erano umidi, caldi, freddi, o asciutti. Il principio generale, come già accennato in precedenza, era quello di aiutare le difese naturali dell’organismo a liberarsi degli umori corrotti o in eccesso, per cui nella fase acuta della malattia erano maggiormente indicati cibi leggeri e bevande poco nutrienti al fine di non distrarre le forze dell’organismo dalla “cottura” degli umori verso quella degli alimenti.
Assai famose erano la tisana, cioè un decotto di orzo macinato, e l’idromele, una bevanda data dalla fermentazione di acqua e miele.

Il dogmatismo post-ippocratico
Da una parte è il riconoscimento della validità delle teorie e del pensiero di Ippocrate, dall’altra è invece il ritorno a una concezione che sembrava ormai superata: c’è nuovamente una certa quale sacralità nel concetto di medicina, anche se l’elemento divino è sostituito da quello umano, cioè dalla dottrina del maestro di Coo.
La scuola dogmatica, che vide come maggiori esponenti Diocle di Caristo (grande studioso di anatomia) e Prassagora di Coo (famoso per i suoi studi di semeiotica), ebbe tuttavia il merito di riconoscere il valore di un nuovo sintomo fino ad allora tenuto in scarsa considerazione: l’esame del polso. Tra i dogmatici va ricordato anche il filosofo Platone che in due delle sue opere (il “Timeo” e il “Simposio”) traccia una visione d’insieme sul livello della medicina a quei tempi. La fine di questa scuola si può collocare intorno al 310 a.C., quando la filosofia stoica vi si infiltrò alterandone i principi e mutandone la fisionomia: la dialettica e la speculazione astratta sostituirono infatti l’osservazione dei reali fenomeni patologici.

Medicamenti nell'Antica Grecia

Medicamenti nell’Antica Grecia

La scuola di Alessandria

Dopo l’era della clinica rappresentata dalla scuola di Ippocrate, si apre quella caratterizzata dall’esperimento biologico: iniziano studi sistematici su sezioni anatomiche e comincia la pratica della vivisezione su animali. Prima della scuola di Alessandria fu però il filosofo Aristotele, definito da molti come il fondatore dell’anatomia comparata, ad intraprendere questo genere di studi fondendo scienza e filosofia in ragionamenti basati sui suoi famosi sillogismi: studiò a fondo l’anatomia con particolare attenzione per il sistema nervoso e per il cuore.
Alessandria fu indubbiamente il più importante centro culturale del IV
sec. a. C., e la medicina, come tutte le altre scienze e discipline, raggiunse un elevato grado di specializzazione grazie alla scuola che sorse appunto nella città fondata da Alessandro Magno. Partendo dalla dottrina di Ippocrate approfondì gli studi sull’anatomia e sulla fisiologia anche attraverso vivisezioni per conoscere meglio la struttura e la funzione degli organi dando così il primo impulso all’anatomia patologica. Nel periodo di massimo splendore riuscì ad integrare perfettamente la parte clinica e quella scientifica tentando di colmare le lacune che entrambe presentavano.
Erasistrato fu uno dei più famosi esponenti di questa scuola: mise per primo in dubbio la teoria umorale e ipotizzò che la causa delle malattie fosse da ricercarsi in un’alterazione dei vasi o dei tessuti; dette particolare valore all’esame del polso e fu inoltre assai rinomato per l’accuratezza delle diagnosi; scoprì per primo i vasa vasorum, studiò le valvole atriali e vasali, la vena e l’arteria polmonare, il fegato (notò la correlazione esistente tra cirrosi epatica ed ascite).
Altro caposcuola fu Erofilo, che si distinse per le precise descrizioni del cervello, dell’occhio e del nervo ottico. Fu inoltre famoso come ginecologo e ostetrico.

La scuola empirica

Si sviluppò tra il 270 e il 220 a. C. grazie all’iniziativa di Filino di Coo e Serapione di Alessandria all’interno della stessa scuola alessandrina. Sorse come risposta sia allo sterile dogmatismo in cui erano caduti molti dei successori di Erasistrato ed Erofilo, sia all’eccessivo indirizzo sperimentale che aveva fatto almeno in parte trascurare l’attuazione pratica della medicina: gli empirici ponevano infatti le cognizioni frutto della loro diretta esperienza in contrapposizione a quelle acquisite da altri.
L’esperienza si basava essenzialmente su tre punti: l’autopsia (cioè la diretta osservazione), l’historicon (la storia delle osservazioni proprie e altrui), l’analogia (il confronto)

Gli esponenti di questa scuola si distinsero nella chirurgia (soprattutto cura di lussazioni e fratture, cataratta e calcoli), nel trattamento delle ferite e nella tecnica delle fasciature, anche se tralasciarono completamente lo studio dell’anatomia e della fisiologia poiché le ritenevano di secondaria importanza rispetto al problema del malato. Persero quindi di vista il concetto di malattia come espressione di un generale malessere dell’organismo, considerando solo la particolarità e la localizzazione della singola patologia.
Poi, anche per il fatto che la ricerca e lo studio delle leggi naturali sembravano giungere a conclusioni spesso troppo difficili da spiegare in confronto alle teorie mistiche ed occultistiche che da sempre avevano trovato terreno fertile in Egitto, tornò la tendenza a rivolgersi alla sfera soprannaturale e magica che si sarebbe manifestata in Occidente con il periodo alessandrino-romano

 


LA MEDICINA MESOPOTAMICA E GLI ASSIRO-BABILONESI

La Mesopotamia (3600-2000 a.C.) può essere considerata la culla dell’anatomia. Questa disciplina si sviluppò a partire dall’Aruspicina, l’arte di prevedere il futuro dall’esame dei visceri degli animali sacrificati agli dei. I primi a praticare l’Aruspicina furono i Sumeri; anche i loro successori, Assiri Babilonesi, usarono questa tecnica divinatoria. Non sono arrivati fino a noi testi di medicina mesopotamici. Tuttavia, informazioni sulle pratiche mediche dell’epoca sono frequenti nelle tavolette di argilla rinvenute nelle biblioteche dei sovrani assiri e babilonesi. Come per i popoli antichi l’eziologia di una certa malattia è legata al soprannaturale e precisamente all’ira di un certo demone specifico per quella affezione e la relativa cura è basata su rituali magici di scongiurazione ed esorcismo. Le pratiche dovevano essere incentrate sul rito espiatorio e su una certa forma di empirismo primitivo. Spesso la malattia veniva considerata come un qualcosa d’impuro da cui ci si doveva liberare tramite un lavaggio e per cui erano prescritti abluzioni o bagni in determinati luoghi sacri o con rituali codificati. Il sacrificio era certamente presente, ma anche era radicata la conoscenza di piante ed erbe medicamentose donate all’uomo da una particolare divinità che prende il nome di Aura Mazda. (periodo ca. 3000 – 2000 a.C.)  Per i Mesopotamici quindi, così come per i loro antenati, la malattia era ancora considerata un castigo divino, anche se cominciavano ad intuire l’esistenza di cause non soprannaturali. I medici, perciò, ricorrevano alla divinazione per scoprire il peccato commesso dal malato e capire l’espiazione richiesta dagli dei, ma osservavano anche i sintomi del paziente per stabilirne la gravità. Presso i templi, poi, avevano sede delle vere e proprie scuole mediche, le prime della nostra storia; in esse avveniva la formazione del giovane medico per mezzo di attività pratiche e di una grande quantità di testi disponibili sotto forma di tavolette di creta. I medici della Mesopotamia, chiamati asu, ossia “colui che conosce le acque” (da questo si rileva l’importanza dell’acqua negli esorcismi), avevano la capacità di spiegare i sogni e usa impacchi, bagni e lavaggi nel fiume per le terapie; si occupavano certamente di preghiere e divinazioni ma, il loro compito fondamentale era la cura fisica del malato attraverso farmaci e operazioni. Essi esercitavano perlopiù presso la corte, i nobili e le persone di elevato rango, ma sembra che esistessero anche dei barbieri, gallubu, chirurghi barbieri di casta inferiore che incarna la figura del barbiere medioevale europeo, e che trovano omologhi in altre culture, come il Tepal azteca, e che eseguivano alcune operazioni chirurgiche, soprattutto estrazioni di denti, drenaggio di ascessi, flebotomie; si potevano trovare alcune varianti come baru, mago incaricato dell’interrogatorio rituale, ashipu, specializzato in esorcismi. Nel museo del Louvre si può contemplare un timbro di alabastro di più di 4000 anni con una scritta in cui si menziona il primo nome conosciuto di un medico. “Oh Ednimungi, servitore del dio Girra, protettore delle partorienti, Ur-Lugal-edin-na, il médico, è il tuo servitore”. Questo timbro, utilizzato per firmare documenti e ricette, rappresenta 2 coltelli circondati da piante medicinali.
La sede dell’intelletto era nel cuore, la sede essenziale della vita era nel sangue e l’organo centrale della circolazione era il fegato (dalla posizione, dalle irregolarità e dalla forma del fegato degli animali si traevano predizioni e auspici). La diagnosi per i popoli assiro-babilonese è incentrata sull’osservazione del fegato, ritenuto l’origine del sangue e dunque l’organo più importante e dunque oggetto della maggior parte dei riti prescritti.

La principale testimonianza della forma di vita delle civiltà mesopotamiche si ritrova nel codice di Hammurabi, una ampia normativa deontologica, una compilazione di leggi e di norme amministrative raccolta dal re babilonese Hammurabi, tagliato in un blocco di diorite, alto 2,5 metri per 1.90 metri di base, collocato nel tempio di Sippar. In esso si specificano, in tredici articoli, le resposabilità del medico nell’esercizio della sua professione, le pene previste per mala praxis e i compensi riservati ai medici. (periodo ca. 1792 – 323 a.C.)
La cura dei malati viene, quindi, riconosciuta per la prima volta come attività professionale all’interno della prima società organizzata.
Grazie a questo testo e una serie di circa 30 mila tavolette compilate da Asurbanipal (669-626 a. C.), provenienti dalla biblioteca scoperta a Ninive nel 1841 da Henry Layard, si è potuto intuire la concezione della salute e della malattia in questo periodo, così come pure le tecniche mediche utilizzate da guaritori professionali. Di tutte queste tavolette corca 800 sono specificatamente dedicate alla medicina, e tra loro si trova la descrizione della prima ricetta conosciuta. La più eclatante è l’ intricata organizzazione sociale riguardo i tabù e gli obblighi religiose e morali, che determinavano il destino dei singoli. Primeggiava una concezione soprannaturale della malattia: si tratta di un castigo divino imposto da diversi demoni dopo la rottura un tabù. In quest’ottica la prima cosa che doveva fare il medico era stabilire quale, tra circa 6000 demoni, era quello che causava il problema. Per questo utilizzavano tecniche divinatorie basate sullo studio del volo degli uccellli, la posizione degli astri o del fegato di alcuni animali. La malattia era chiamata shêrtu, che in assirio significa anche peccato, impurità morale, ira divina e castigo. Qualsiasi divinità poteva provocare le infermità mediante intervento diretto, l’abbandono dell’uomo alla sua sorte, od attraverso incantesimi eseguiti da stregoni. Durante la cura, tutti queste divinità possono essere invocati e richiamati attraverso orazioni e sacrifici per ritirare la loro influenza nociva e permettere la cura dell’uomo inferno. Tra tutto il panteon degli dei Nizanu era conosciuto come “il signore della medicina” per la sua speciale relazione con la salute. La diagnosi include inoltre una serie di domande rituali per determinare l’origine del male. Anche i trattamenti non sfuggivano a questo padronato culturale: esorcismi, preghiere ed offrete sono rituali frequenti che cercano di ingraziare il paziente con la divinità o liberarlo dal demonio che è in agguato.Ma anche degno di nota è un importante arsenale di erbe raccolte in diverse tavolette: circa duecento e cinquanta piante curative si riflettono in loro, così come l’uso di alcuni minerali e diverse sostanze di origine animale.
La invasione della Persia dell’anno 539 a.C. segnò la fine dell’impero babilonese.