cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

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7 tecniche di cura dal passato

Amanti della storia

L’enorme progresso tecnologico e medico ci permette oggi di curare malattie e operare con una precisione ed un’efficacia che, a pensarle bene, fanno venire i brividi. Ma il progresso si ottiene tramite il tempo e la sperimentazione e ciononostante molti interventi oggi sono ancora rischiosi o potrebbero non andare a buon fine. Tuttavia, leggendo questo articolo, potremmo anche considerarci fortunati rispetto ai casi di cure e terapie non proprio efficaci…

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La medicina ebraica (1200 a.C.-550 a.C.)

E’ sicuramente il migliore esempio del concetto assolutamente teurgico della medicina: Dio è l’unica fonte di malattia e di risanamento, per cui solo il sacerdote, cioè l’uomo scelto dal Signore, è considerato strumento di guarigione. E’ pur vero che il medico viene tenuto in grande considerazione, ma alla base di tutto sta il fatto che è la divinità ad aver creato le piante e tutti i medicamenti (fiele di pesce, il cuore, il fegato ecc.). Il concetto igienico risulta quindi molto marginale rispetto al precetto religioso.

Nell’antico Israele si poteva curare il malato ma la guarigione veniva solo da Dio

Il Dio che dispensava epidemie e malattie era lo stesso Dio provvidente, prodigo di beni materiali e morali: un Dio tanto inesorabile per giustizia punitiva quanto benigno, animato d’amore verso il suo popolo. Sta scritto nel cantico di Mosè, posto quasi a chiusura del Deuteronomio (32,39): “Son io che ferisco e risano”. Sotto il timore del castigo divino, a un popolo di “seicentomila uomini adulti a piedi, oltre le donne e i fanciulli”, come recita l’ Esodo (12,37), Mosè dava regole ferree, tra cui la proibizione dei cibi che più di altri potevano favorire l’insorgere di questa o quella malattia, la separazione dei malati dai sani, le purificazioni, i bagni, le abluzioni.

Dio era il guaritore. Secoli dopo, il guaritore diventerà “uguale a Dio”, Deo aequalis . Da Dio veniva tutto il bene e, a fin di bene, anche tutto il male: tutta la medicina dunque, e anche tutta la patologia. In questo contesto religioso, conoscere ed esercitare l’arte di guarire significava, per un uomo, appropriarsi del sapere-potere divino o esserne reso partecipe. Un “uomo di Dio” come il profeta Elia era autorizzato a riportare in vita, distendendosi per tre volte su di lui (forse per rianimarlo mediante insufflazione del proprio fiato), il fanciullo che il I libro dei Re (17, 17-24) dice affetto da “malattia sì grave che quasi morì”. E un altro profeta, Isaia, poteva pronosticare la fine imminente del re Ezechia, colpito da “ulcera mortale”, salvo poi, per ordine di Dio, ribaltare la prognosi e dire al re: “Ho veduto le tue lacrime, ed ecco, io ti guarisco”. Il fatto è narrato nel II libro dei Re (20, 1-7). “Portate un impacco di fichi”, dice ancora Isaia. “Lo portarono, e quando l’ebbero applicato sopra l’ulcera, il re Ezechia guarì”.

Un “guaritore di Dio” come Refael poteva essere detentore della sapienza-potenza concessagli. Refà-El significa “Dio che risana”; colui che risanava e medicava era mandato, come recita il libro di Tobia (3, 17), a “liberare Tobit dalle macchie bianche formatesi sui suoi occhi, sicché potesse rivedere la luce del cielo, e a dare Sara, figlia di Raguel, in isposa a Tobia, figlio di Tobit, liberandola dal demone”.

Il libro di Tobia non è parte dei 24 libri canonici della Bibbia. Esso è tuttavia parte integrante della tradizione trasfusa nel Talmud . Nella stessa società dove, ancora secondo il libro di Tobia (11, 8), Refael “spalmava col fiele gli occhi di Tobit”, onde “il farmaco corroderà e farà staccare dai suoi occhi le bolle bianche”, agivano coloro che circoncidevano i neonati, agivano, come recita l’ Esodo (1, 15-16), le “levatrici delle donne ebree”, assistenti ai parti “sulle due pietre”, cioè tra le due sponde del sedile da parto. Soprattutto agiva operoso il rofè , il “medico”. La parola “medico” compare nel libro di Geremia (8, 22): “Non vi è più balsamo in Gaalad? Non si trova più un medico?”. Geremia, il cui nome significa “Dio risolleva”, è uno dei grandi profeti vissuti nella seconda metà del VII secolo a. C.

Più tardo è l’ Ecclesiastico , libro di Ben Sira o Siracide (II secolo a. C.), non incluso anch’esso, come il libro di Tobia , nella Bibbia ebraica, però anch’esso ripreso nel Talmud : ivi è sancito il diritto-dovere del “medico” di curare ed è fissato il suo specifico ruolo nella procedura di cura e di guarigione. Recita l’ Ecclesiastico (38, 1-4, 6-7):

Rendi al medico l’onore dovuto

per il bisogno che si ha di lui,

poiché il Signore lo ha creato.

Dio ha dato agli uomini la scienza

perché si gloriassero delle sue meraviglie.

Con esse il medico cura e calma il dolore.

Il malato doveva saper distinguere tra chi poteva guarirlo e chi poteva curarlo. Recita ancora l’ Ecclesiastico (38, 9; 12, 14):

Figlio, non irritarti della malattia,

ma prega il Signore e ti guarirà.

Poi chiama pure il medico

poiché il Signore l’ha creato;

non lo allontanare:

c’è bisogno anche di lui.

Tempo verrà in cui la salute

sarà nelle loro mani

e essi pregheranno il Signore

che conceda loro il sollievo del malato

e la cura per conservarlo in vita.

Dio, refael, rofè . La distinzione tra il medico che curava e Dio che guariva era tanto doverosa quanto aleatoria, ambigua, peccaminosa era la confusione tra i due ruoli. Il medico efficace per eccellenza era Dio. Dio stesso dice nel libro di Isaia (57, 19): “Io lo guarirò”; e nel libro di Geremia (33,6): “Ecco io fascerò loro la piaga, li curerò fino a ridar sanità”. Con efficacia onnipotente Dio è visto nel libro dei Salmi (103,3; 147,3) come colui “che risana tutti i tuoi malori” e che “risana i cuori affranti e ne lenisce le ferite”.

Hans Walter Wolff, nella sua interpretazione antropologica del testo biblico, sostiene che le possibilità umane di favorire una guarigione si limitavano alla cura delle ferite: se esisteva un guaritore umano, questi era colui che praticava tale tipo di cura. Nei libri del Pentateuco , tuttavia, non si trovano tracce indiziarie che consentano di identificare una tale figura di curante-guaritore. In essi, addirittura, non si fa menzione di medici. Non è chiaro se questa sia un’omissione rispondente a una realtà storica via via modificatasi col passare del tempo, oppure se la mancata menzione sia conseguenza di una concezione religiosa che in origine vedeva l’arte medica come idolatrica, esoterica, magica, tanto che il nome Rofè non sarebbe stato mai assunto dagli antichi curanti ebrei. In tale secondo caso, la medicina esercitata dall’uomo sarebbe stata tutt’altra cosa dalla “medicina di Dio”, ponendosi come una sorta di “medicina alternativa” suscettibile di apprezzamento e fruizione variabili. È invece ben chiaro che tra l’umana terapia – una palliativa arte della cura – e la terapia divina – una sapienza-potenza di guarigione radicale – non ci dovevano essere equivoci. Soprattutto non ci doveva essere competizione. “L’uomo cura, ma solo Dio guarisce”: l’aforisma, che avrà lunga durata (fino al secolo XVI e oltre), ha un’origine remota, vetero-sapienzale, biblica.

Il brano è tratto dal saggio, in libreria da oggi, di Giorgio Cosmacini “Medicina e mondo ebraico. Dalla Bibbia al secolo dei ghetti”, Laterza, pp. 276, lire 34.000

La medicina a Roma Imperiale

ROMA IMPREGNATA DELLE GRANDI CULTURE CHE L’AVEVANO PRECEDUTA

Roma non era semplicemente città imperiale capace di sottoporre al suo controllo territori e genti, imponendo la sua lingua e la sua dura legislazione. Era anche culla mondiale di civiltà, avendo essa raccolto e coagulato in se stessa le cose migliori espresse dalle precedenti esperienze millenarie egiziane, assiro-babilonesi, greco-persiane.

COS’ERA LA SALUTE PER I ROMANI

Salute per Roma significava circolare velocemente e con sicurezza, ecco il motivo di tante strade e di tanti ponti. Salute per Roma significava capirsi in modo chiaro e non come a Babilonia, per cui il latino era lingua imposta in ogni centro ed in ogni provincia annessa. Salute era disporre di acqua corrente, di terme e di vespasiani, di stadi e di palestre. Salute era sapersi mantenere in ottima forma fisica, mentale e spirituale senza l’ausilio di pozioni strane, di maghi, di guru, di fattucchieri e di medici. Soprattutto di medici, vietati espressamente per legge, al pari dei loro farmakon, ossia dei loro veleni.

2500 ANNI SENZA L’OSSESSIONE E L’ACCANIMENTO DELLA MEDICINA

La Caput Mundi seppe dunque vivere sana e potente senza ombra di medico per 700 anni di fila, nel momento del suo più alto splendore, proprio quando le arti mediche erano rigorosamente proibite per legge. Questa concomitanza tra acme di splendore e assenza di medicus, non era affatto casuale. Gli antichi romani erano dunque tenuti a vivere con coscienza e con sobrietà. Troppi templi portavano ancora la scritta “Conosci te stesso”, per poter rinunciare alla comprensione di se stessi, per abdicare alla propria salute affidandola a qualcuno che si vantasse di capacità guaritive o divinatorie. Dal momento in cui tale legislazione anti-medica si attenuò, trascorsero altri 1800 anni a corto di medici, o in regime di tolleranza verso i medici. Grazie anche alla Scuola Medica Salernitana, che era nota e stimata in tutta Europa, mantenendo essa in auge i saggi principi di Pitagora, di Ippocrate, di Asclepiade e di Galeno. Conti alla mano, 700 anni di medicus-divieto e 1800 anni di medicus-tolleranza. Come dire 2500 anni senza il tormento e l’accanimento della medicina. Dunque è provata dalla storia una cosa fondamentale, e cioè che si può vivere benissimo senza sentirsi addosso l’ossessionante ronzio dei medici.

COSA SI INTENDE PER NATURA

Ippocrate aveva fissato principi inequivocabili tipo “La Natura è Sovrana Medicatrice di tutti i mali”. La natura, non il farmakon e non il medico. Aveva pure enunciato un eloquente “Primo non nuocere”. Cos’è di più nocivo al mondo se non togliere serenità e tranquillità alle persone? Cos’è di più nocivo ed ammalante se non lo spaventare, il terrorizzare, il ricattare, il dire “se non fai questa operazione ti succede quello, se non prendi questo farmaco ti accade quell’altro?”, Oppure: “Se non prendi la tachipirina, la febbre va a 45 e ti scoppia il cervello?”

A ROMA SI CONOSCEVANO I PRINCIPI DELL’HYGIENE 2000 ANNI PRIMA DI HERBERT SHELTON

Asclepiade (100 AC) che, da grande anticipatore igienista e da ispiratore della futura Scuola Medica Salernitana, mise in evidenza tre principi-base: A) L’importanza delle cause a monte (non accontentarsi delle facili apparenze sintomatiche e di guardare fino al proprio naso, ma di andare più a fondo).
B) L’importanza del terreno, cioè del corpo e di come il corpo vene usato. C) L’irrilevanza dei sintomi, poiché tutte le malattie hanno la stessa matrice tossica.

MARCO AURELIO SI LEGGE TUTTORA

Mai ci fu tanta salute, tanta padronanza di se stessi, tanta igiene naturale, tanto benessere psico-fisico, sulla faccia del Pianeta Terra, con ogni persona portata, indotta e costretta a conoscere se stessa, a non delegare la propria salute a nessuno, con diversi imperatori pronti a dare il buon esempio. “Medicus curat, natura sanat”, era uno dei proverbi latini più in voga, a dimostrazione che i romani non erano interessati a cure mediche ma alla salute naturale. Tipico il caso di Marco Aurelio Antonino Antonino (121-180 d.C), capace di lasciarci dei testi di igiene tuttora letti e in auge presso i maggiori studiosi mondiali di longevità e di salutistica.

ANCHE I PAZIENTI HANNO LE LORO COLPE

D’accordo, chi si ammala ha i suoi bei torti. Soprattutto se non capisce i meccanismi costruttivi della malattia-benettia e pretende inoltre di guarire in quattro e quattr’otto. Gli dà fastidio non la sua abitudine alimentare perversa ed intossicante, ma il dolorino, l’emicrania, la candida, la tiroide ballerina, l’adipe, il sovrappeso, l’impotenza. Per pazienti di questo tipo, non è casuale che esista una medicina di questo tipo, ossia una medicina che se ne strafotte della malattia causante e che punta tutto sulla eliminazione rapida del sintomo, della spia rossa, del lato appariscente della patologia.

A ROMA ESISTEVA IL DIVIETO D’ESSERE MEDICI, OGGI VIGE IL DIVIETO D’ESSERE SANI

In Roma antica vigeva il divieto di esistere per la medicina, ed era dunque obbligatorio aver buona cura di se stessi, essere sani e in forma. Oggi, al contrario, i medici dilagano e vige il divieto per la gente di essere sani. Per trovare poi un singolo igienista devi mandare in giro Diogene con la lampada accesa in pieno giorno! In una recente indagine americana, e parliamo di un paese dove lo spirito critico e l’esperienza non dovrebbero mancare, il 77% della popolazione ha affermato di credere all’utilità dei farmaci. Forse anche perché, in America, ognuno ha in tasca azioni della Pfizer e della Glaxo, visto che sono proprio le multinazionali del farmaco a tenere a galla la borsa di New York.

RISPETTARE LA NATURA SIGNIFICA RISPETTARE LE LEGGI ETERNE

L’hygiene è basata su una riverenza assoluta verso il Creatore e verso la Natura, su un religioso rispetto per il corpo e l’anima, sulla buona coscienza, sul buon senso, sui buoni principi. L’hygiene è basata su leggi scientifiche, precise ed eterne. La legge di causa ed effetto, la legge dello squilibrio e del riequilibrio (ossia del gioco salute-malattia), la legge dell’intossicazione e della crisi detossificante-eliminativa, la legge del minimo (la legge della catena, che è forte tanto quanto il suo anello più debole), la legge della saggezza intrinseca corporale (per cui il corpo non va mai contro se stesso, ma tende ad auto-guarire, non appena gli vengano date le possibilità di farlo).

È L’ANELLO PIÙ DEBOLE A DETERMINARE LA FORZA DELLA CATENA

Posso avere in una catena 100 anelli indistruttibili di acciaio inox, ma se uno solo di essi è fatto di latta, la catena si spezzerà sempre e solo in quel punto. Tutti così pronti ad ossessive e inutili prove del sangue, per sapere se c’è carenza di questo minerale o di quella vitamina, ignorando che esiste la legge del minimo, per cui se manca la presenza, magari irrisoria, del manganese e del rame, ogni aggiunta di ferro non risolve ma aggrava il problema.

GLI ASPETTI VISIBILI E TOCCABILI DELLE COSE

Pensiamo forse che il fatto di aver fagocitato maiali e vitelli, galline e struzzi, anatre ed oche, tacchini e conigli, sia ininfluente e non abbia correlati verificabili su una tabella di controllo e su una scheda diagnostica? Pensiamo forse che le nostre perdite di auto-stima non vengano registrate sul monitor generale? Crediamo forse di essere solo mossi e toccati dagli aspetti visibili e materiali delle cose?
Ma questa è stupidità manifesta. Ce l’ha insegnato Giordano Bruno, prima di essere messo al rogo a Campo de’ Fiori, nel febbraio del 1600, da un cero Ippolito Aldebrandini, un pontefice chiamato paradossalmente papa Clemente (Clemente VIII per l’esattezza).

L’ANELLO PIÙ DEBOLE RIMANE QUELLO SPIRITUALE

Ecco pertanto la necessità assoluta di rivolgere le nostre attenzioni al nostro punto fragile, al nostro punto di rottura. Ma nelle analisi mediche, per un valore che si cita ce ne sono 100 che si tacciono. L’anello più debole della nostra catena è, assai spesso, quello spirituale, quello morale, quello etico. E nessuna prova del sangue è in grado di evidenziare valori fondamentali quali il rispetto per noi stessi e per tutti gli altri, il benessere, l’armonia, la serenità, l’accettazione della prova suprema, l’accettazione della vita e di quello che viene dopo di essa.

Come ti curo il mal di testa: cefalea e terapia del dolore secondo la Scuola Medica Salernitana.

Il Palazzo di Sichelgaita

Trapanazione del cranio - miniatura dalla "Chirurgia" di Rolando da Parma, XIII sec. - Vienna, Nationalbibliothek. Trapanazione del cranio – miniatura dalla “Chirurgia” di Albucasi, XIII sec. – Vienna, Nationalbibliothek.

È stato dedicato alla Scuola Medica Salernitana, quest’anno, il convegno organizzato dall’associazione Cefalee Campania, tenutosi il 24 maggio scorso al Grand Hotel di Salerno. Già il titolo era tutto un programma: “Sulle orme degli antichi maestri. Emicrania e dolore: un percorso tra storia e medicina“. Un appuntamento tra passato e presente, non soltanto da una parte per constatare i progressi che la medicina ha compiuto in mille anni e dall’altra per imparare dall’esperienza dei maestri del passato, ma anche per mettere sul tavolo i problemi di questo XXI secolo, in cui le radiazioni emanate da televisione, computer, cellulari, I-phone e tablets con annessi e connessi hanno fatto aumentare in modo esponenziale tutte le declinazioni del mal di testa.
Certo, nel XII secolo non avevano questi problemi strettamente legati alla tecnologia contemporanea; sicuramente…

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La medicina popolare

medicina popolare

E’ un miscuglio di medicina primitiva, empirismo, magia e religione. Riconosce a determinate persone, quasi sempre donne (le streghe), la capacità di fare il male e di toglierlo. Per provocare le più svariate patologie si ricorre alle fatture che possono essere eseguite indirettamente (operando un transfert della vittima designata su figure, statuette o oggetti che la rappresentano) oppure direttamente gettandole addosso o facendole ingoiare, senza che se ne accorga, sostanze di vario genere di solito di carattere macabro e ripugnante (ossa umane polverizzate, sperma, sangue mestruale). Spesso si usano anche spilli, nodi e altri oggetti che vengono posti nel letto e nei vestiti. Le malattie possono infine essere causate anche dalla semplice invidia e dal malocchio, un fluido che viene emanato talvolta inconsapevolmente dagli occhi delle persone che lo posseggono. C’è poi la magia del bene sia per le malattie provenienti da fattura, sia per le affezioni più comuni: nel primo caso se ne occupano le streghe, nel secondo invece persone dotate di particolari virtù (settimini, appartenenti a certe famiglie ecc.) mediante toccamenti ed enunciazione di determinate formule e preghiere.
Da non dimenticare infine il ricorso alla sfera religiosa che talvolta, nonostante il divieto della Chiesa, sconfina in un senso di magismo e superstizione quando arriva a far ingoiare polvere di intonaco di alcune cappelle o immagini di santi.

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