cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

Cura

La medicina nell’antica Roma

Lo sviluppo della medicina in Roma si può dividere in tre periodi: il primo è quello della medicina detta autoctona, di antica origine italica; il secondo è caratterizzato dalla coesistenza dell’elemento autoctono e di quello greco che andava infiltrando il mondo romano (fase di transizione) ed il terzo consiste nel definitivo trapianto della medicina greca nel mondo romano (periodo delle scuole).

Fase di transizione.
E’ caratterizzata dall’arrivo a Roma di parecchi medici greci, molti dei quali erano per la verità di scarsa abilità tecnica e di dubbia moralità: si occupavano infatti principalmente di esecuzione di aborti, della produzione e della vendita di filtri amorosi. Erano quasi tutti schiavi o liberti, per cui inizialmente non godevano di grande prestigio.
Con Arcagato, arrivato dal Peloponneso intorno al 219 a.C., inizia invece la pubblica professione medica esercitata in luoghi a metà strada tra ambulatori, farmacie e scuole detti tabernae medicinae che ricordavano molto da vicino gli jatreia greci descritti da Ippocrate.

Periodo delle scuole
E’ il momento di maggiore splendore della medicina a Roma: non a caso coincide con l’età imperiale. Sotto l’influenza delle varie scuole che tuttavia degeneravano spesso in vere e proprie sette in aperta contraddizione tra loro, comincia a prendere forma un pensiero medico vero e proprio.
Questo periodo abbraccia tre fasi ben distinte che hanno come punto di riferimento la figura di Galeno: la fase pre-galenica, quella galenica e quella post-galenica.

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La Medicina Etrusca

Un giorno di circa tremila anni fa, Tarconte, il fondatore della città di Tarquinia, mentre era intento a dissodare un campo, vide apparire da dietro una zolla di terra un giovane di nome Tagete che gli rivelò quella che passò alla storia col nome di ” ETRUSCA DISCIPLINA “.
L’Etrusca Disciplina racchiude tutto lo scibile culturale, tecnico, sociale e religioso che caratterizzò e distinse la Civiltà Etrusca in ogni momento della sua esistenza.
Per oltre mezzo millennio, la cultura e la tecnologia etrusca sono state trainanti per i popoli italici e non è escluso che la stessa Roma ne sia stata largamente influenzata anche dopo il periodo di convivenza durante la monarchia (753 – 509 a.C.).
Il sistema sociale e politico Etrusco era caratterizzato da una confederazione di Città-Stato, ognuna delle quali era governata da un Re-Sacerdote: il Lucumone.
Il Lucumone era anche il custode dell’Etrusca Disciplina che racchiudeva pure tutte le nozioni riguardanti la prevenzione ed il trattamento medico.
Non possiamo parlare di un tipo di medicina Etrusca differente dalle altre praticate in quel periodo dalle diverse civiltà mediterranee e non: Cinese, Indiana,Egiziana, Persiana, Ebraica, Greca etc., ma di un’ottimizzazione di ciò che di meglio esse potevano offrire.

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Nel campo della prevenzione, essendo gli Etruschi profondi conoscitori della Terra e dei suoi tesori ed insidie, davano un’estrema importanza all’igiene personale, alla scelta dell’habitat in cui vivere, all’alimentazione ed all’attività fisica. Alla base di tutto c’era l’acqua che fortunatamente abbondava nel Paese che essi abitavano e le loro città erano tutte costruite su fiumi o torrenti che venivano regolarmente bonificati anche attraverso speciali gallerie dotate di lastre di piombo perforate e drenati nei punti dove avrebbero potuto ristagnare e quindi, provocare la formazione di agenti malarici.
Va ricordato che fu uno dei re Etruschi di Roma, Tarquinio Prisco, a costruire la famosa “Cloaca Maxima dell’Urbe.
Le numerose sorgenti di acqua calda provenienti dal sottosuolo vulcanico dell’Etruria, erano intensamente sfruttate per la cura delle più svariate patologie, come d’altronde si continua a fare tutt’oggi negli stessi luoghi: Saturnia, Viterbo, Chianciano etc.
Il Greco Teofrasto (IV sec. a.C.), successore di Aristotele, e profondo conoscitore di botanica, dice che pure Eschilo (VI sec. a.C.) affermava che “l’Etruria è un paese ricco di farmaci”.


La farmacologia Etrusca era sostanzialmente fitoterapica ma includeva pure alcuni minerali come la limatura e l’ossido di ferro (anemie) rame (infiammazioni) ed alcuni sali come sodio e potassio etc.
Le piante medicinali usate sono più o meno quelle in uso nella fitoterapia odierna come ad esempio: la scammonea (itterizia), il ricino (purgante), aglio e cipolla (battericidi), timo (vermifugo), camomilla etc. Altri “farmaci” molto usati erano il cavolo e il vino.
Nel campo chirurgico abbiamo molte testimonianze dell’attività Etrusca dal ritrovamento di strumenti conservati in diversi musei e soprattutto, per quanto riguarda l’ortopedia, dalle numerose fratture ricomposte riscontrate sugli scheletri ritrovati che dimostrano che il soggetto ha continuato a vivere dopo l’intervento. Il taglio cesareo era previsto ma solo in caso di minaccia di morte della partoriente.
L’anatomia degli organi interni era praticata solo sugli animali dato che gli Etruschi avevano un profondo rispetto per il corpo dei defunti. L’organo più studiato era il fegato dato che era considerato la fonte del sangue. Il compito dello studio era affidato all’aruspice che ne conosceva ogni minimo particolare e nel corso di tale operazione prevedeva nella posizione di determinati punti particolari, svariati eventi che sarebbero accaduti. La struttura del corpo umano era invece insegnata tramite speciali riproduzioni del medesimo in terracotta.

Ma il settore nel quale gli Etruschi emergevano è senza dubbio l’odontoiatria. In diversi musei sparsi in tutto il mondo esistono teschi con protesi dentarie, prevalentemente d’oro, di fattura altamente perfetta e sofisticata tale da stupire i moderni odontotecnici e dentisti.
Gli Etruschi erano rinomati in tutto il mondo allora conosciuto per la loro abilità nel lavorare qualsiasi metallo ma specialmente con l’oro ed il rame avevano scoperto delle tecniche rimaste ineguagliate per diversi secoli. Per primi hanno introdotto e sviluppato la granulazione e la filigrana che permettevano lavorazioni precise, funzionali e raffinate.


I denti che dovevano sostituire quelli mancanti sostenuti dai ponti in oro, non potendo essere ottenuti da cadaveri, venivano ricavati in prevalenza da animali e quindi sagomati e adattati perfettamente al sistema masticatorio del paziente.

La tecnologia e la perizia medica Etrusca è stata in seguito ereditata dai Romani che all’inizio del secondo secolo a.C., hanno aperto le porte pure alla emergente medicina Greca pur mantenendo come base quella appresa dai loro maestri Etruschi.

 


La salute delle parole

salute

“Prendersi cura”, “medicare”, “amare”, “madre” hanno la stessa radice indoeuropea. Il latino “amare”, da cui anche “amico”, “amore”, è probabilmente connesso con la parola indoeuropea “amma”, cioè mamma, per esempio oggi in lingua malayalam, una lingua indiana del ceppo indoeuropeo, parlata principalmente nel Kerala indiano (31 milioni di abitanti circa). Inoltre, “ma” o “me”, la radice […]

via La salute delle parole — piero.antonaci / antologia


La medicina in Grecia

Anche se la nascita del pensiero scientifico si può far risalire alla comparsa delle prime scuole mediche in Italia (Scuola di Crotone e Scuola di Sicilia), è in Grecia che avviene la completa e definitiva emancipazione del medico sul sacerdote con la costituzione del concetto di “clinica”.
Nell’antica Grecia la medicina veniva praticata nei ginnasi, nelle palestre e negli jatreia: il ginnasio era il luogo in cui i giovani venivano formati culturalmente e fisicamente, mentre nella palestra si allenavano gli atleti veri e propri. L’uno e l’altra consentirono un certo sviluppo della chirurgia in seguito alle non infrequenti lesioni in cui gli atleti incorrevano nell’esecuzione degli esercizi fisici. Tutti coloro che lavoravano in queste strutture avevano conoscenze abbastanza approfondite di traumatologia e massoterapia; i medici, che solitamente visitavano in strutture pubbliche o private (jatreia), venivano chiamati dal ginnasiarca solo nei casi più gravi

Scuola di Cnido

Particolare fu l’interesse di questa scuola per l’anatomia; il concetto di patologia appare invece piuttosto rudimentale in quanto ogni malattia era considerata un fenomeno completamente isolato e relativo al singolo organo che ne veniva colpito. Anche la terapia era poco sviluppata: si basava essenzialmente su latte, siero e succhi di alcune piante (euforbio, elleboro come cardiotonico e diuretico, scammonea e coloquintide come purganti drastici, oltre ai semi di dafne, detti anche granelli cnidici come revulsivo).

Scuola di Coo.

C’è il passaggio all’osservazione diretta del malato eseguita con grande larghezza di vedute ed ottime intuizioni che distinguono indiscutibilmente questa scuola da tutte le altre: nasce qui il vero concetto di clinica e della conseguente diagnosi. Il medico è uomo, e la sua opera non ha sfumature soprannaturali, mistiche, astratte o filosofiche. La medicina deve essere una ricerca continua, serena e disinteressata alla quale bisogna dedicarsi solo per amore di essa e della
o libri a contenuto etico
o libri di clinica e patologia
o libri di chirurgia
o libri di ostetricia, ginecologia e pediatria
o libri di anatomia e fisiologia
o libri di terapeutica e dietetica.

Medico cura un paziente (vaso greco, 480-470 a.C.)

Medico cura un paziente (vaso greco, 480-470 a.C.)

La figura del medico.

E’ l’unione del perfetto uomo con il perfetto studioso: calma nell’azione, serenità nel giudizio, moralità, onestà, amore per la propria arte e per il malato sono i cardini della personalità del medico così come era concepito da Ippocrate. Ogni interesse personale passa in secondo piano. Non è certo un essere superiore ed infallibile come i sacerdoti degli antichi templi, ma deve sopperire alla sua fallacità con il massimo dell’impegno e della diligenza in modo da commettere solo errori di lieve entità. Deve inoltre essere filosofo, ma non tanto da farsi distogliere dalla vera scienza che è quella che si appoggia su solide basi pratiche. Il suo abito, infine, deve essere decoroso ed il suo aspetto denotare salute.
Con il passare dei secoli questa concezione rimase sostanzialmente immutata al punto che il Papa Clemente VII (Pontefice dal 1523 al 1534), in una sua bolla, stabilì che il laureato in medicina si impegnasse solennemente ad osservare il testo del giuramento ippocratico.

L’anatomia.

Non fu molto approfondita dalla scuola di Coo per due motivi principali: da una parte Ippocrate era più indirizzato verso il lato pratico della medicina, aveva cioè una maggiore propensione per la clinica; dall’altra la cultura greca aveva un rispetto assoluto per i corpi dei morti, quindi non c’era la possibilità di studiare l’anatomia esercitandosi direttamente sui cadaveri.
Si avevano nozioni di osteologia, soprattutto riguardo la struttura delle ossa del capo, delle vertebre e delle costole; molto poco si sapeva di miologia, anche se si conoscevano i principali muscoli del dorso e degli arti; vene ed arterie venivano confuse, così come nervi e legamenti. Di cuore e cervello erano note le principali caratteristiche morfologiche ma non le reali funzioni. Gli organi di senso erano probabilmente oggetto degli studi più accurati, soprattutto per quanto riguarda la struttura dell’occhio.

La patologia

Alla base della medicina ippocratica stava l’integrazione tra una concezione pneumatica della vita ed una umorale, ma quest’ultima rivestiva senza dubbio un ruolo più importante. Gli umori erano quattro: sangue (caldo umido) che proveniva dal cuore, una sorta di muco detto flegma (freddo umido) dal cervello, bile gialla (caldo secco) dal fegato, bile nera (freddo secco) dalla milza. Lo stato di salute si aveva quando questi umori erano perfettamente bilanciati tra loro; se invece la crasi era alterata per l’eccesso, la corruzione o la putrefazione anche di un solo componente, allora insorgeva la malattia. Era la natura stessa con la sua capacità curativa ad intervenire nel tentativo di ristabilire l’equilibrio tramite l’espulsione degli umori in eccesso per mezzo di urina, sudore, pus, espettorato e diarrea. Se invece la malattia risultava più forte del processo autoriparativo dell’organismo il paziente moriva. Per poter essere eliminati gli umori, dovevano prima essere modificati con un processo che Ippocrate definiva di “cottura”. Il periodo intercorrente tra questo processo e la guarigione prendeva il nome di “crisi”.
Il predominio di uno dei quattro umori conferiva anche particolari caratteristiche all’individuo (principio della costituzione e dei temperamenti): si avevano così i temperamenti sanguigno, biliare, flemmatico e atrabiliare.
Motivi dell’alterazione degli umori potevano essere le intemperie, la dieta o, concezione nuova in assoluto, cause fisiche correlate all’ambiente di vita. Altra novità fondamentale introdotta dalla dottrina di Ippocrate fu il fatto di considerare le patologie come fenomeni generali per l’organismo e non relativi ad un singolo organo; quelle più conosciute dalla scuola di Coo furono: la polmonite, la pleurite, la tubercolosi (ma con un concetto ben differente da quello attuale), la rinite, la laringite, la diarrea, alcune malattie del sistema nervoso, l’epilessia, il tetano.

La clinica

L’epoca ippocratica segna la nascita della clinica intesa come studio dei segni e dei sintomi osservabili sul paziente. Vi sono 406 aforismi che racchiudono in frasi brevi e coincise tutte le osservazioni e le esperienze del maestro di Coo; la sua sapienza fu poi diffusa presso tutti i popoli allora più evoluti attraverso traduzioni in arabo, ebraico e latino. Da essi si evince che l’esame effettuato dal medico doveva essere il più approfondito possibile e comprendeva non solo l’ascoltazione, la palpazione e, forse, la percussione, ma anche qualsiasi piccolo indizio che avrebbe potuto essere utile per la diagnosi: diverse sfumature di colore, variazioni di comportamento, insolite contrazioni muscolari, quantità e qualità di qualsiasi escrezione e secrezione ecc.. Da ricordare l’accuratezza con cui veniva esaminata l’urina, valutata come quantità, colore, sedimento e torbidità. Assai particolareggiata e minuziosa era inoltre l’anamnesi, pur essendo rivolta essenzialmente a conoscere solo la situazione presente del malato. La prognosi si basava sullo studio degli esiti delle varie patologie: essa era considerata infausta se si notavano fattori quali disturbi visivi, sudore freddo, anemizzazione delle mani, cianosi delle unghie e stato di agitazione, mentre il polso non veniva tenuto in nessuna considerazione.

La chirurgia

La scuola di Ippocrate disponeva di uno strumentario abbastanza fornito comprendente coltelli e bisturi di varie forme e dimensioni. Gli interventi più frequentemente eseguiti erano la riduzione di lussazioni (con particolari macchine) e di fratture (con stecche e fasciature), la trapanazione del cranio in seguito a fratture delle ossa del capo e la cura dei piedi torti. Assai particolareggiata era inoltre la tecnica delle fasciature. Nella cura delle ferite era raccomandato il riposo e l’applicazione di calore senza ricorrere ad oli o balsami vari.
Limitati erano invece gli interventi in ginecologia e ostetricia: tra questi è notevole il trattamento della deviazione del collo dell’utero con obliterazione e soppressione delle mestruazioni. Era vietata la pratica dell’interruzione volontaria della gravidanza.

La terapia

Varie erano le piante usate come farmaci; tra le più importanti ricordiamo: l’elleboro nero e la scilla (cardiotonici e diuretici), la coloquintide (purgante drastico), il veratro bianco (antireumatico, ipotensivo, contro le affezioni cutanee), l’issopo (espettorante), il giusquiamo (antidolorifico, sedativo), l’oppio, la mandragora e la belladonna (narcotici, analgesici locali), la ruta (abortivo), la menta (stomachico). Pur conoscendo i principali gruppi di medicamenti, la scuola di Ippocrate li usava con moderazione in quanto riponeva molta fiducia nelle capacità autocurative del corpo umano. Venivano inoltre praticati salassi, cure idroterapiche, inalazioni, irrigazioni e lavaggi vaginali. Notevole l’uso di ventose come antiflogistico: creando una depressione nella zona infiammata si provoca una vasocostrizione da suzione che riduce la quantità di essudato e trasudato. Interessante infine l’uso di vesciche introdotte nelle ferite toraciche allo scopo di tamponare la lesione e contenere l’emorragia.
Il principio terapeutico seguito però varia: a prescindere dal fatto che è preferibile sconfiggere la malattia in modo indiretto invece che drasticamente e violentemente, si passa dal concetto del similia similibus (provocare fenomeni simili alla sintomatologia del paziente per guarirlo) a quello certamente più sensato del contraria contrariis (avvalersi di mezzi ritenuti contrari alla causa della patologia). La febbre è un ottimo mezzo per raggiungere la guarigione: il suo calore facilita infatti l’evacuazione degli umori in eccesso accelerandone la “cottura”.

La dietetica.

Ippocrate considerava la dieta come il complesso di regole e prescrizioni che il malato era tenuto a seguire non solo relativamente al suo regime alimentare che, comunque, era di fondamentale importanza. Lo scopo ultimo era il ripristino dell’equilibrio degli umori tramite la prescrizione di cibi che, a seconda dei casi, erano umidi, caldi, freddi, o asciutti. Il principio generale, come già accennato in precedenza, era quello di aiutare le difese naturali dell’organismo a liberarsi degli umori corrotti o in eccesso, per cui nella fase acuta della malattia erano maggiormente indicati cibi leggeri e bevande poco nutrienti al fine di non distrarre le forze dell’organismo dalla “cottura” degli umori verso quella degli alimenti.
Assai famose erano la tisana, cioè un decotto di orzo macinato, e l’idromele, una bevanda data dalla fermentazione di acqua e miele.

Il dogmatismo post-ippocratico
Da una parte è il riconoscimento della validità delle teorie e del pensiero di Ippocrate, dall’altra è invece il ritorno a una concezione che sembrava ormai superata: c’è nuovamente una certa quale sacralità nel concetto di medicina, anche se l’elemento divino è sostituito da quello umano, cioè dalla dottrina del maestro di Coo.
La scuola dogmatica, che vide come maggiori esponenti Diocle di Caristo (grande studioso di anatomia) e Prassagora di Coo (famoso per i suoi studi di semeiotica), ebbe tuttavia il merito di riconoscere il valore di un nuovo sintomo fino ad allora tenuto in scarsa considerazione: l’esame del polso. Tra i dogmatici va ricordato anche il filosofo Platone che in due delle sue opere (il “Timeo” e il “Simposio”) traccia una visione d’insieme sul livello della medicina a quei tempi. La fine di questa scuola si può collocare intorno al 310 a.C., quando la filosofia stoica vi si infiltrò alterandone i principi e mutandone la fisionomia: la dialettica e la speculazione astratta sostituirono infatti l’osservazione dei reali fenomeni patologici.

Medicamenti nell'Antica Grecia

Medicamenti nell’Antica Grecia

La scuola di Alessandria

Dopo l’era della clinica rappresentata dalla scuola di Ippocrate, si apre quella caratterizzata dall’esperimento biologico: iniziano studi sistematici su sezioni anatomiche e comincia la pratica della vivisezione su animali. Prima della scuola di Alessandria fu però il filosofo Aristotele, definito da molti come il fondatore dell’anatomia comparata, ad intraprendere questo genere di studi fondendo scienza e filosofia in ragionamenti basati sui suoi famosi sillogismi: studiò a fondo l’anatomia con particolare attenzione per il sistema nervoso e per il cuore.
Alessandria fu indubbiamente il più importante centro culturale del IV
sec. a. C., e la medicina, come tutte le altre scienze e discipline, raggiunse un elevato grado di specializzazione grazie alla scuola che sorse appunto nella città fondata da Alessandro Magno. Partendo dalla dottrina di Ippocrate approfondì gli studi sull’anatomia e sulla fisiologia anche attraverso vivisezioni per conoscere meglio la struttura e la funzione degli organi dando così il primo impulso all’anatomia patologica. Nel periodo di massimo splendore riuscì ad integrare perfettamente la parte clinica e quella scientifica tentando di colmare le lacune che entrambe presentavano.
Erasistrato fu uno dei più famosi esponenti di questa scuola: mise per primo in dubbio la teoria umorale e ipotizzò che la causa delle malattie fosse da ricercarsi in un’alterazione dei vasi o dei tessuti; dette particolare valore all’esame del polso e fu inoltre assai rinomato per l’accuratezza delle diagnosi; scoprì per primo i vasa vasorum, studiò le valvole atriali e vasali, la vena e l’arteria polmonare, il fegato (notò la correlazione esistente tra cirrosi epatica ed ascite).
Altro caposcuola fu Erofilo, che si distinse per le precise descrizioni del cervello, dell’occhio e del nervo ottico. Fu inoltre famoso come ginecologo e ostetrico.

La scuola empirica

Si sviluppò tra il 270 e il 220 a. C. grazie all’iniziativa di Filino di Coo e Serapione di Alessandria all’interno della stessa scuola alessandrina. Sorse come risposta sia allo sterile dogmatismo in cui erano caduti molti dei successori di Erasistrato ed Erofilo, sia all’eccessivo indirizzo sperimentale che aveva fatto almeno in parte trascurare l’attuazione pratica della medicina: gli empirici ponevano infatti le cognizioni frutto della loro diretta esperienza in contrapposizione a quelle acquisite da altri.
L’esperienza si basava essenzialmente su tre punti: l’autopsia (cioè la diretta osservazione), l’historicon (la storia delle osservazioni proprie e altrui), l’analogia (il confronto)

Gli esponenti di questa scuola si distinsero nella chirurgia (soprattutto cura di lussazioni e fratture, cataratta e calcoli), nel trattamento delle ferite e nella tecnica delle fasciature, anche se tralasciarono completamente lo studio dell’anatomia e della fisiologia poiché le ritenevano di secondaria importanza rispetto al problema del malato. Persero quindi di vista il concetto di malattia come espressione di un generale malessere dell’organismo, considerando solo la particolarità e la localizzazione della singola patologia.
Poi, anche per il fatto che la ricerca e lo studio delle leggi naturali sembravano giungere a conclusioni spesso troppo difficili da spiegare in confronto alle teorie mistiche ed occultistiche che da sempre avevano trovato terreno fertile in Egitto, tornò la tendenza a rivolgersi alla sfera soprannaturale e magica che si sarebbe manifestata in Occidente con il periodo alessandrino-romano

 


Stregoneria e Africa

In Africa la stregoneria è parte dello scenario supernaturale comunemente accettato e temuto. Di solito le streghe vengono considerate dottori o uomini medicina più che semplici streghe. Il potere del maligno è dappertutto e questo gli permette di ottenere ed utilizzare il proprio potere. Il male di solito viene portato fuori e reso potente da sentimenti quali la rabbia, l’odio, la gelosia, l’invidia e la lussuria, persino la pigrizia. Ogni diversa tribù africana considera la stregoneria in maniera differente: gli Nyakyusa ad esempio la definiscono come “il pitone nella pancia” (Python in the belly), la tribù Pondo come ” il serpente della donna” (Snake of the woman), la tribù Xhosa crede che sia una grande bestia pelosa e la chiama Baboon. Nella tribù Tswana invece le streghe vengono distinte in “night witches ” (streghe della notte) e day sorceres (streghe del giorno): le streghe del giorno usano i loro poteri magici per infliggere danno attraverso l’uso delle erbe e altre medicine, le streghe notturne sono di solito anziane donne che si riuniscono in piccoli gruppi e viaggiano per stregare gli sfortunati, non vestono abiti ma si cospargono di ceneri bianche o di sangue di morti.
Nella cultura africana il ruolo degli spiriti soprattutto maligni è molto forte, come anche il ruolo della morte e del trapasso dello spirito del defunto. Non tutte le tribù danno un significato a ciò che avverrà per il defunto dopo il trapasso ma il loro interesse è rivolto ai presagi di morte e alle disposizioni del morente in quanto esse riguardano i sopravvissuti: nella tribù Anuak ad esempio esistono segni ben conosciuti (gavado thou) che rammentano la possibilità della morte e mettono in guardia da essa: insuccessi costanti nella caccia e nella pesca, stanchezza o inerzia persistenti, apparizioni di determinati uccelli sul terreno che circonda la casa, in particolare del gufo che secondo gli anuak fa il verso che tudo y bur, attira verso la tomba, e infine che esso sia evitato dai cani. Secondo molti miti, soprattutto africani, le condizioni in cui versava l’umanità vennero radicalmente mutate da un messaggio mandato dalla Luna per mezzo di un animale (lepre, lucertola, etc.) che avrebbe dovuto annunciare agli uomini che essi moriranno e risorgeranno ciclicamente come la Luna, ma che per errore annunciò loro il contrario: da quel momento gli uomini sono irrevocabilmente soggetti alla morte

animismo

Burkina Faso e l’animismo
L’animismo è una religione che attribuisce un’anima a tutti i fenomeni naturali, una energia che pervade tutto l’esistente, visibile ed invisibile, causa di ogni fenomeno, della vita e della morte, della stabilità e di ogni cambiamento, intrinseca ad ogni essere vivente, uomo, animale o vegetale, e nella materia sia essa solida, liquida o gassosa. L’animista possiede la ferma convinzione dell’esistenza di questa energia, la sua iniziazione ed il suo percorso religioso consistono nella acquisizione di una profonda sensibilità nei confronti della natura, nell’osservazione dei fenomeni naturali e degli avvenimenti ciclici come i giorni, le lunazioni, le stagioni. Le influenze sugli accadimenti naturali per l’animista equivalgono ad un libro nel quale sono possibili letture profonde e significative, e l’analisi che l’animista è in grado di compiere è il frutto di una sensibilità ottenuta grazie all’abitudine di esplorare i significati che la natura dona all’uomo.
L’animismo non può essere semplicemente liquidato con la superficiale definizione di “religione primitiva”. La complessità e la profondità delle idee e dei concetti di questa religione è sorprendente, un vero mondo in cui, come in altre religioni, le forze del male e del bene si scontrano. Queste lotte immani e misteriose si manifestano nella natura e nel mondo materiale sottoforma di simboli che l’animista può decifrare. La consapevolezza che in un seme vi è l’intera ” anima ” della pianta, un disegno preciso, l’esecuzione di un progetto grandioso, il desiderio insito di vivere, germogliare,crescere, fiorire, fruttificare allo scopo di realizzare un suo simile, per essere nella sua essenza eterno, è un esempio emblematico della complessità e spessore delle analisi e della profondità di lettura della natura nell’animismo. Un codice che l’animista acquisisce non solo nell’attento esame delle manifestazioni naturali ma anche attraverso l’insegnamento di un anziano, un maestro con il quale, anche dopo la sua morte, continuerà ad avere uno stretto rapporto.
L’animismo in Africa occidentale è la religione autoctona ed è praticata da molto tempo, ancor prima che arrivassero Islam e Cristianesimo, considerate religioni dei popoli invasori. Queste religioni sono state in generale accettate dalle popolazioni ma adattate alle loro credenze e sovente snaturate dei loro messaggi originali.
Nelle tradizioni dei popoli animisti l’accettazione di una nuova credenza religiosa non si contrappone ai loro principi. I portatori di nuove religioni sono sempre accolti con le loro divinità, che vengono in qualche modo inserite nel pantheon delle divinità locali, anzi, in alcune circostanze, quando il confronto di superiorità è per essi evidente, dichiarano senza esitazione che il Dio dei cristiani o dei musulmani è più forte dei loro. Nelle città di Bobo Dioulasso (Burckina Faso) e a Moptì ( Mali), si può constatare la presenza, negli affollatissimi mercati, di numerosi banchi di vendita di oggetti delle più variate provenienze religiose. Sono in bella mostra: code di serpenti, camaleonti rinsecchiti, mazzi di piume di gallina e quant’altro necessario per il rito feticista affiancati alle immagini di Papa Woitila, S. Antonio di Padova, croci, Bibbie e Vangeli, Corani di varia foggia, rosari cristiani e musulmani, poster raffiguranti la Kaba e persino immagini induiste giunte in chissà quale modo.
E’ veramente formidabile il sincretismo religioso di questa straordinaria cultura. Argomento quest’ultimo che potrebbe insegnarci la strada per una possibile pace mondiale.
Gli antropologi considerano l’animismo come la religione tradizionale dell’Africa, e se pur vero che i rituali e le pratiche variano tra le etnie, la sostanza di fondo resta la medesima ovunque. Il nome di Dio è pronunciato nelle preghiere, nelle benedizioni, durante i sacrifici. Dio dona la vita eterna dopo la morte. L’animismo si caratterizza secondo l’etnia e si presenta in modo differente secondo la storia del gruppo etnico, delle sue componenti storiche anche di un passato lontano, o dei personaggi veri o mitizzati che si sono distinti per le capacità sciamaniche e divinatorie.
Il culto animista ha dei giorni imposti durante l’anno in cui si svolgono i rituali (feste ricorrenti).
In queste occasioni vengono effettuati sacrifici di animali, generalmente polli , offerte d’acqua,di farina, di olio, di birra di miglio e altro, che vengono posti in un luogo consacrato ed offerti a Dio.
L’animista crede in un Dio creatore che mantiene il perfetto ordine delle cose, tutte concatenate tra loro; il suo aspetto non viene mai antropomorfizzato, anzi è pensato tutt’uno con l’intero creato in un’idea che può rappresentare una sorta di panteismo dell’universale.

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Feticismo africano
Nel pensiero degli animisti africani Dio è troppo potente per interessarsi all’uomo, egli è al di sopra delle esigenze minute dei piccoli problemi umani, per questi bastano gli intermediari, e cioè i geni, le forze spiritiche del simbolismo, che vengono esortati con rituali magici .In una parola : “Il feticismo”.
Comunemente si dice che le popolazioni nere dell’Africa siano di religione feticista e sono considerati feticci tutti gli oggetti che ricevono un culto qualsiasi. Il termine “féticheur ” dei francesi deriva da feticeiro dei portoghesi che per primi diedero questo nome agli idoli dei neri, derivante a sua volta dal latino factitius, da cui l’italiano ” fattucchiera”.
Il feticismo è l’insieme dei rituali magici per mezzo dei quali sono credute possibili complicità ed alleanze con geni e spiriti capaci allo stesso tempo di portare beneficio o nuocere a se stessi o ad altri.
Melekey et Sitani ( termine in cui si nota una l’influenza della lingua araba ” melik el Šitan ” ovvero il rè satana) è considerato il soffio vitale che dona la vita a una cosa inanimata. E’ un intermediario tra Dio e gli uomini che viene sovente implorato in quanto simbolo della forza, della potenza è la sorgente della vita.
Parallelamente a Melekey et Sitani che agisce a fin di bene, il feticismo è animato da spiriti chiamati ” Sitanis”, i geni, che agiscono sotto ordine del male. Essi sono sottoposti a Dio ma vivono tra gli uomini, che si servono di loro come veicoli della stregoneria.
Il feticismo costituisce perciò una pratica per ottenere dei soddisfacimenti di bisogni immediati attraverso i geni che si credono viventi nelle manifestazioni naturali. Questi sitanis (geni) sono solitamente evocati per ottenere la guarigione dalle malattie, ma anche per inviare maledizioni. Dopo la guarigione o ottenimento del risultato richiesto, il feticista donerà un grosso pollo per ringraziare le differenti forze che sono intervenute.
La gerarchia delle forze naturali è, secondo gli animisti, lo specchio di quelle sovranaturali. Essi collocano in differenti gradi di potere i geni, in un ventaglio che rispecchia le caratteristiche umane. Vi sono dei geni potentissimi che come gli uomini potenti, hanno un prezzo alto per muovere un loro intervento, ma quando ciò avviene il risultato è assicurato. All’estremo opposto vi sono geni di poco conto i cui poteri sono limitati. Sulla base di queste differenze possiamo osservare modalità di rituali che variano dal sacrificio animale celebrato con intenso sentimento devozionale per un genio considerato importante, alla semplice e superficiale formulazione di protezione.
I geni, gli spiriti e le differenti entità soprannaturali sono credute viventi dentro i fenomeni naturali, di cui sono gli artefici, negli alberi, particolarmente quelli dalla forma mostruosa che impressionano più di altri la fantasia, nei termitai, molto frequenti nella brousse (boscaglia), negli animali pericolosi sui quali si raccontano straordinarie leggende. Il culto si esprime sempre attraverso il sacrificio di una vita animale.
L’offerta sacrificale viene posta sopra al feticcio, differente a secondo dei casi e dei luoghi. I feticci possono essere: gli scranni degli antenati, le calobas (zucche vuote), le statuette scolpite nel legno, la terra contenuta in un recipiente, i corsi d’acqua, sulle cui sponde si fanno i sacrifici.
Dopo aver pronunciato le richieste, viene recisa la gola dell’animale, solitamente un pollo, viene poi lasciato colare il sangue sopra il simulacro sul quale vengono lasciate cadere le piume che aderiscono al sangue vischioso. Subito dopo l’officiante mangerà la carne dell’animale.

Un ultima e sintetica considerazione sulla religione animista dell’Africa Occidentale: L’animismo è la fede nell’esistenza di un Dio del macrocosmo, un Dio che si occupa dell’intero universo, un essere supremo, perfetto, lontano dagli affanni umani giornalieri, al di sopra delle piccolezze degli uomini, creatore e motore di tutto, il quale non può fare che il bene, dunque non ha bisogno di essere onorato con culto regolare.
Il feticismo con i geni, abitatori del microcosmo, sono divinità vicine agli uomini, che vivono in stretto rapporto con loro, che tramite i rituali magici sono chiamati alle soluzioni dei problemi umani.
Un pericoloso, ma interessantissimo mondo, in cui per alcuni aspetti sono riscontrabili tracce anche nella nostra cultura “popolare”, un mondo in cui è possibile, nel corso della esplorazione, scoprire implicanze e parallelismi del nostro sapere antico e nel contempo provare vertiginose


Lo sciamanesimo, una religione della natura

PREGHIERA DELLO SCIAMANO

(BRISHPATI BANSTOLA)

Possa, il dio delle Nuvole, proteggere le nostre case, darci ricchezza e abbondanza da dividere con tutti i fratelli.

Possano, gli spiriti della Foresta, dare riparo al viandante, possano, gli spiriti delle Stelle e della Luna, purificare i nostri desideri e illuminare il cammino.

O Rudra, padre del Fulmine non privarci della luce del sole, allontana da noi odio e preoccupazioni, disperdi ai quattro venti malattie e dolori.

Possa il dio del Vento ascoltare le nostre preghiere, con l’ arco e la freccia allontanare i nemici, rimuovere gli ostacoli, concedere la sua benedizione.

Madre Acqua, sorgente di felicità, concedi il tuo nutrimento, disseta le risaie, sii il balsamo per le nostre ferite.

O spirito del Fuoco, lasciaci riposare accanto a te, fai danzare la tua fiamma al ritmo del mio tamburo.

O Vasundhara, protettrice della Terra, possano i tuoi dolci frutti placare la nostra farne, possa il nostro cammino essere leggero come una foglia.

O spirito del Tamburo, possa la tua voce risuonare nei nostri cuori, uniti nella pace e nell’amore

Lo sciamanesimo è universalmente riconosciuto come la prima religione, la prima disciplina spirituale e la prima pratica terapeutica del mondo. È una religione della Natura, che risuona della presenza del Divino, si nutre del Divino e da questo nutrimento elargisce doni agli umani. È dalla Natura che lo sciamano trae ispirazione, consigli, aiuti per i rituali di guarigione e di protezione, e, ponendosi come intermediario tra gli umani e il divino, fa partecipe il genere umano di questa comunione coti la natura, del linguaggio degli animali, delle piante, traduce la voce del vento e dell’acqua, delle stelle e della luna, intreccia sottili legami con le pietre, che parlano e danzano al ritmo del tamburo.

E’ un linguaggio ancestrale, un linguaggio dell’anima, non verbale ma simbolico, non limitato dalla parola: il gorgoglio dell’acqua, lo stormire delle foglie, il crepitio del fuoco portano messaggi a chi è pronto ad ascoltare, con il cuore, non coti la mente. Ogni oggetto usato dallo sciamano è un dono della natura, quindi imbevuto del Divino, è un ponte che lo unisce alle energie cosmiche, al mondo sovrannaturale, senza più barriere spazio‑temporali. Tutte le cose sono connesse e hanno un significato.

Lo sciamanesimo ci insegna a non separare la forma fisica da quella spirituale, il visibile dall’invisibile, a tradurre il linguaggio della natura, degli animali che sono simboli di una particolare energia, modelli di comportamenti archetipi, espressioni di specifiche forze della natura, del regno spirituale che si manifesta nella nostra realtà. Gli uccelli sono sempre stati considerati simboli dell’anima: la loro capacità di volare riflette la nostra stessa capacità di spiccare il volo», di aumentare la consapevolezza, di creare un ponte tra la terra e il cielo.

Nel mondo dello sciamano tutto è reale: la realtà non ordinaria diventa un prolungamento di quella ordinaria, si sovrappone ad essa, i suoni dei due mondi creano accordi planetari, il canto dello sciamano è il canto dei 3 mondi nei quali il «viaggiatore cosmico», accompagnato dal tamburo ha libero accesso, servendosi dei totem che lo assistono nell’affrontare il mistero. Attraverso la danza, il costume e tutti i parafernalia, lo sciamano si identifica con le divinità, diventa una manifestazione del potere della natura, invoca una presenza che lo aiuta a trascendere il Inondo fisico. Lo sciamano allora può danzare con gli dei, giocare con le note del tamburo, salire la scala musicale che esprime il linguaggio del cosmo, libero di giocare qualsiasi gioco.

Se la Natura è la Grande Madre che ci nutre, ci accompagna nell’avventura della vita, può essere anche colei che ci punisce per le nostre infrazioni alle regole universali, può darci nutrimento ma anche malattia, può darci rifugio ma anche lasciarci soli, fino a che lo sciamano, nel suo compito « di terapeuta spirituale», non ripristina l’antico ordine, non rabbonisce le divinità offese, non ricrea la comunicazione interrotta. Compito dello sciamano è cercare le cause della malattia, e la sua ricerca spazia nel mondo della Natura, del Divino, perché il dolore, le sofferenze fisiche e psicologiche, nell’ottica sciamanica, sono interpretati come «punizioni divine» per negligenza o per un semplice capriccio delle divinità che mettono alla prova gli uomini nel loro cammino esistenziale.

La dea dell’arcobaleno Indreni, soprattutto durante il monsone, può colpire, causando perdita di coscienza; i Bayu sono degli invisibili demoni del vento che possono provocare malattie negli animali e negli uomini mal di stomaco e di milza; i Bhut, in forma di fantasmi, vivono nelle foreste e sulle rive dei fiumi, causano, se arrabbiati, perdita di coscienza, trance e vertigini, ma anche perdite di sangue abbondante dalla bocca, tale da portare alla morte se non interviene lo sciamano. Nelle foreste e nella giungla dimora Shikari, lo spirito cacciatore che può causare problemi cardiaci.

Solo lo sciamano, con la sua abilità nel travalicare la realtà ordinaria per entrare in altri spazi, può individuare la causa della malattia attraverso la divinazione, la lettura di grani di riso o, se non soddisfatto, attraverso le risposte che ottiene nel suo «viaggio» al di là del visibile. Il suono e lo spirito del tamburo sono i suoi assistenti, le sue cavalcature per entrare in altri mondi, i suoi protettori quando dovrà affrontare scontri diretti con le negatività, gli oggetti fatti coli la pelle di animali gli forniranno il potere dell’animale stesso, i mantra creeranno una sorta di barriera alle negatività. A questo punto lo sciamano è pronto a combattere, a contattare chi ha «rubato» l’anima al paziente, a cercare alleanze con le divinità e gli spiriti. Lo sciamano è un eroe, un terapeuta, un viaggiatore in altri mondi, è l’unica persona che, conoscendo segreti sconosciuti agli umani, può ripristinare antichi equilibri e rimuovere le cause della malattia. Il compito dello sciamano si estende anche nel regno dei morti, nel regno del silenzio che risuona dei suoi canti: accompagna l’anima della persona morta affinché trovi la direzione giusta, non permettendo che diventi pericolosa per l’intera comunità quando, ancora non pronta a lasciare questo mondo, si aggira «affamata» di un altro corpo dove entrare e continuare a vivere.

Ban Jhankri, il dio sciamano della foresta

Nell’immenso pantheon sciamanico, un posto di primaria importanza è dato alla figura del Ban Jhankri (ban significa foresta in nepalese e jhankri è il termine per identificare uno sciamano), il dio sciamano della foresta, dalle sembianze metà umane e metà divine, a cui si attribuiscono grandi poteri di guarigione e la capacità di iniziare i prescelti allo sciamanesimo.

In accordo con la leggenda e con i racconti fatti dagli sciamani che lo hanno incontrato, il Ban Jhankri rapisce i potenziali sciamani, generalmente dell’età fra i 7 e i 17 anni, li porta nella foresta, in una grotta che è la sua dimora, per impartire loro gli insegnamenti della futura attività. Appena rapiti, gli allievi‑sciamani vengono fatti spogliare per permettere al «Maestro» un’ispezione al fine di scoprire eventuali difetti, sia nel corpo fisico che in quello spirituale.

Solo coloro che sono «puri» vengono accettati per l’insegnamento che in genere dura da pochi giorni ad una settimana, o un mese, a volte un anno, prima di ritornare a casa. 1 candidati che non hanno superato l’ispezione e quindi considerati «impuri», vengono immediatamente allontanati dal Ban Jhankri o, peggio, catturati dalla moglie, la Ban Jhankrini, malvagia e feroce che, coli la sua spada d’oro, cerca di ucciderli tagliando loro la testa e le gambe o peggio, di mangiarli.

Il Ban Jhankri compie rituali di guarigione e protezione nelle notti di luna piena, fa divinazione, comunica telepaticamente con gli umani. Sempre in accordo alla leggenda, è una manifestazione del dio Sole, il dio del metallo inalterabile, simbolo del potere divino, la caverna dove abita è rivestita d’oro, d’oro è il suo tamburo e, in certe descrizioni, la controparte femminile usa una spada d’oro e oggetti sacri che riportano all’«Età dell’Oro» o «periodo della verità», quando gli uomini, gli animali e gli dei parlavano lo stesso linguaggio, un periodo prima che una barriera scendesse fra il cielo e la terra, prima del decadimento morale che caratterizza l’epoca attuale, la Kali yuga.

Dopo il periodo di addestramento e dopo essere ritornato a casa, lo sciamano considera il Ban Jhankri la sua divinità tutelare, il Grande Maestro, dal quale attingere nuovi insegnamenti elle. vengono impartiti durante il sogno. Uno sciamano di etnia tamang, Padani Bahadur, incontrato in un villaggio del Nepal, racconta di essere stato rapito dal Ban Jhankri all’età di 9 anni, dopo che il suo rapimento gli era stato predetto in sogno. Quel giorno si trovava nella foresta a raccogliere erba, quando improvvisamente appai‑ve il Ban Jhankri. Gli diede da mangiare della frutta. Appena mangiata, Padani cadde in uno stato di semi incoscienza, come in sogno. Il vento iniziò a soffiare forte come un tornado, ci fu un violento temporale e una scossa di terremoto. Allora il Ban Jhankri lo portò nella grotta rivestita d’oro, attraverso un piccolo buco. Padam lo descrive piccolo di statura, dalla pelle color d’oro, i capelli lunghi e bianchi, capace di apparire e scomparire misteriosamente e di cambiare la sua forma in quella di un animale.

Dal Maestro apprese potenti mantra di guarigione, il controllo sugli elementi, come invocare le divinità e allontanare i demoni. Solo dopo un anno fece ritorno a casa, con la sensazione di essersi svegliato da un lungo sonno, da un sogno popolato di strane figure, a volte malvagie, ma quasi sempre protettive e luminose. Ancora oggi, incontra il Ban Jhankri in sogno, che lo istruisce su come condurre i rituali di guarigione, gli assicura la sua protezione, colpe un padre.

La Ban Jhankrini è una presenza inquietante, demoniaca, ma indispensabile per la completa iniziazione. Gli smembramenti o il cannibalismo che esercita sono dei passaggi rituali obbligatori, simbolici, è la morte che prepara alla rinascita spirituale come sciamano. E il lato oscuro della realtà, senza il quale la realtà non esisterebbe. L’unione matrimoniale del Ban Jhankri con la Ban Jhankrini rappresenta l’unione degli opposti, lei è scura, lui è chiaro e luminoso. Lei è violenta, piena di rabbia, lui è il maestro paziente, che protegge i discepoli «puri». La moglie, se sente l’odore dell’allievo, chiede un pezzo della sua carne, ma il novizio è protetto dal maestro che gli insegna a diventare trasparente e a salvarsi dal pericolo. L’ insegnamento viene impartito in una stanza dove la Ban Jhankrini non ha accesso. Sono insegnamenti segreti: uno sciamano ci ha riferito che il Maestro presta particolare attenzione affinché il mantra Om, di Shiva, il mantra della creazione, non giunga alle orecchie della moglie che lo userebbe recitandolo al contrario, con l’effetto di annullare il potere di guarigione o, peggio, di distruggere il mondo.

Per gli sciamani che sono stati iniziati dal Ban Jhankri, e da quasi tutti i nepalesi, il dio sciamano della foresta è una presenza reale, in quanto tutto ciò che accade in stato di trance o di sogno è considerato una vera esperienza, accaduta in una realtà parallela alla nostra. È questo il concetto universale dello sciamanesimo che sta alla base della guarigione sciamanica e dei rituali. Tutto ciò che accade, che vediamo nel corso di una esperienza in una realtà non ordinaria, non è frutto della nostra immaginazione, ma ha le stesse valenze di ogni esperienza, corre su un binario parallelo, dove forse cambiano solo i parametri. Apre la porta ad altre realtà, ci aiuta ad acquisire il potere di guarigione, a riscoprire conoscenze perdute, a metterci in comunicazione con forze archetipe. Ciò che è «visto» è quindi reale e va interpretato come tale. L’esistenza del Ban Jhankri è riconosciuta corre una presenza reale, non solo dagli sciamani che sono stati da lui addestrati e iniziati. È il messaggio della Natura, è un dono della foresta che lo accoglie, è la divinizzazione della Natura stessa.

Spesso il rapimento è preceduto da una malattia (la cosiddetta «malattia divina») o da un sogno premonitore, dai messaggi reconditi, a volte inquietanti. Quando il Ban Jhankri arriva e prende il candidato, si impossessa del suo corpo e della sua anima: è impossibile opporre resistenza. Una forza magnetica, sovrannaturale, attrae il rapito che corre, nudo, nella foresta: la sua nudità rappresenta la liberazione da ogni legame dalla realtà ordinaria, per entrare in quella non ordinaria. Si nutre di lombrichi bianchi, di corteccia di alberi, vaga nei luoghi di cremazione, dorme nelle grotte, fa esperienze terribili di ri‑costruzione di se stesso: l’abilità di controllare tutto ciò rappresenta, soprattutto per un bambino, un passaggio rituale estremamente drammatico. Solo chi ha il cuore «puro» riesce a superare la paura, imparare e acquisire il potere da queste esperienze.

Lo sciamano non racconta di sogni, racconta la sua realtà. Non parla di miracoli, parla della sua realtà. Il suo non è un mondo surreale, è «l’altro» mondo, parallelo al nostro, è un’avventura dell’inconscio, i suoi incontri, al limite della coscienza, sono una realtà «reale», come i sogni ad occhi aperti.


L’Evoluzione della Medicina nella Storia dell’ Arte

Da Rembrandt a Caravaggio, da Goya a Picasso, da Repin a Norman Rockwell,ogni grande artista ha voluto rappresentare a suo modo l’ambiente austero di uno studio medico, la scena toccante di un letto di morte, il tavolo anatomico dove si compivano i primi esperimenti o il tavolo chirurgico dove i medici operavano con i pochi mezzi a disposizione. Dalla “Lezione di Anatomia” di Rembrandt al “Cavadenti” di Caravaggio e da lì in avanti fino ai bozzetti satirici di Rockwell i capolavori dei maestri sono stati non solo espressione massima del loro talento ma anche testimonianza sociale e scientifica dell’evoluzione della medicina e della chirurgia