cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

La medicina ebraica (1200 a.C.-550 a.C.)

E’ sicuramente il migliore esempio del concetto assolutamente teurgico della medicina: Dio è l’unica fonte di malattia e di risanamento, per cui solo il sacerdote, cioè l’uomo scelto dal Signore, è considerato strumento di guarigione. E’ pur vero che il medico viene tenuto in grande considerazione, ma alla base di tutto sta il fatto che è la divinità ad aver creato le piante e tutti i medicamenti (fiele di pesce, il cuore, il fegato ecc.). Il concetto igienico risulta quindi molto marginale rispetto al precetto religioso.

Nell’antico Israele si poteva curare il malato ma la guarigione veniva solo da Dio

Il Dio che dispensava epidemie e malattie era lo stesso Dio provvidente, prodigo di beni materiali e morali: un Dio tanto inesorabile per giustizia punitiva quanto benigno, animato d’amore verso il suo popolo. Sta scritto nel cantico di Mosè, posto quasi a chiusura del Deuteronomio (32,39): “Son io che ferisco e risano”. Sotto il timore del castigo divino, a un popolo di “seicentomila uomini adulti a piedi, oltre le donne e i fanciulli”, come recita l’ Esodo (12,37), Mosè dava regole ferree, tra cui la proibizione dei cibi che più di altri potevano favorire l’insorgere di questa o quella malattia, la separazione dei malati dai sani, le purificazioni, i bagni, le abluzioni.

Dio era il guaritore. Secoli dopo, il guaritore diventerà “uguale a Dio”, Deo aequalis . Da Dio veniva tutto il bene e, a fin di bene, anche tutto il male: tutta la medicina dunque, e anche tutta la patologia. In questo contesto religioso, conoscere ed esercitare l’arte di guarire significava, per un uomo, appropriarsi del sapere-potere divino o esserne reso partecipe. Un “uomo di Dio” come il profeta Elia era autorizzato a riportare in vita, distendendosi per tre volte su di lui (forse per rianimarlo mediante insufflazione del proprio fiato), il fanciullo che il I libro dei Re (17, 17-24) dice affetto da “malattia sì grave che quasi morì”. E un altro profeta, Isaia, poteva pronosticare la fine imminente del re Ezechia, colpito da “ulcera mortale”, salvo poi, per ordine di Dio, ribaltare la prognosi e dire al re: “Ho veduto le tue lacrime, ed ecco, io ti guarisco”. Il fatto è narrato nel II libro dei Re (20, 1-7). “Portate un impacco di fichi”, dice ancora Isaia. “Lo portarono, e quando l’ebbero applicato sopra l’ulcera, il re Ezechia guarì”.

Un “guaritore di Dio” come Refael poteva essere detentore della sapienza-potenza concessagli. Refà-El significa “Dio che risana”; colui che risanava e medicava era mandato, come recita il libro di Tobia (3, 17), a “liberare Tobit dalle macchie bianche formatesi sui suoi occhi, sicché potesse rivedere la luce del cielo, e a dare Sara, figlia di Raguel, in isposa a Tobia, figlio di Tobit, liberandola dal demone”.

Il libro di Tobia non è parte dei 24 libri canonici della Bibbia. Esso è tuttavia parte integrante della tradizione trasfusa nel Talmud . Nella stessa società dove, ancora secondo il libro di Tobia (11, 8), Refael “spalmava col fiele gli occhi di Tobit”, onde “il farmaco corroderà e farà staccare dai suoi occhi le bolle bianche”, agivano coloro che circoncidevano i neonati, agivano, come recita l’ Esodo (1, 15-16), le “levatrici delle donne ebree”, assistenti ai parti “sulle due pietre”, cioè tra le due sponde del sedile da parto. Soprattutto agiva operoso il rofè , il “medico”. La parola “medico” compare nel libro di Geremia (8, 22): “Non vi è più balsamo in Gaalad? Non si trova più un medico?”. Geremia, il cui nome significa “Dio risolleva”, è uno dei grandi profeti vissuti nella seconda metà del VII secolo a. C.

Più tardo è l’ Ecclesiastico , libro di Ben Sira o Siracide (II secolo a. C.), non incluso anch’esso, come il libro di Tobia , nella Bibbia ebraica, però anch’esso ripreso nel Talmud : ivi è sancito il diritto-dovere del “medico” di curare ed è fissato il suo specifico ruolo nella procedura di cura e di guarigione. Recita l’ Ecclesiastico (38, 1-4, 6-7):

Rendi al medico l’onore dovuto

per il bisogno che si ha di lui,

poiché il Signore lo ha creato.

Dio ha dato agli uomini la scienza

perché si gloriassero delle sue meraviglie.

Con esse il medico cura e calma il dolore.

Il malato doveva saper distinguere tra chi poteva guarirlo e chi poteva curarlo. Recita ancora l’ Ecclesiastico (38, 9; 12, 14):

Figlio, non irritarti della malattia,

ma prega il Signore e ti guarirà.

Poi chiama pure il medico

poiché il Signore l’ha creato;

non lo allontanare:

c’è bisogno anche di lui.

Tempo verrà in cui la salute

sarà nelle loro mani

e essi pregheranno il Signore

che conceda loro il sollievo del malato

e la cura per conservarlo in vita.

Dio, refael, rofè . La distinzione tra il medico che curava e Dio che guariva era tanto doverosa quanto aleatoria, ambigua, peccaminosa era la confusione tra i due ruoli. Il medico efficace per eccellenza era Dio. Dio stesso dice nel libro di Isaia (57, 19): “Io lo guarirò”; e nel libro di Geremia (33,6): “Ecco io fascerò loro la piaga, li curerò fino a ridar sanità”. Con efficacia onnipotente Dio è visto nel libro dei Salmi (103,3; 147,3) come colui “che risana tutti i tuoi malori” e che “risana i cuori affranti e ne lenisce le ferite”.

Hans Walter Wolff, nella sua interpretazione antropologica del testo biblico, sostiene che le possibilità umane di favorire una guarigione si limitavano alla cura delle ferite: se esisteva un guaritore umano, questi era colui che praticava tale tipo di cura. Nei libri del Pentateuco , tuttavia, non si trovano tracce indiziarie che consentano di identificare una tale figura di curante-guaritore. In essi, addirittura, non si fa menzione di medici. Non è chiaro se questa sia un’omissione rispondente a una realtà storica via via modificatasi col passare del tempo, oppure se la mancata menzione sia conseguenza di una concezione religiosa che in origine vedeva l’arte medica come idolatrica, esoterica, magica, tanto che il nome Rofè non sarebbe stato mai assunto dagli antichi curanti ebrei. In tale secondo caso, la medicina esercitata dall’uomo sarebbe stata tutt’altra cosa dalla “medicina di Dio”, ponendosi come una sorta di “medicina alternativa” suscettibile di apprezzamento e fruizione variabili. È invece ben chiaro che tra l’umana terapia – una palliativa arte della cura – e la terapia divina – una sapienza-potenza di guarigione radicale – non ci dovevano essere equivoci. Soprattutto non ci doveva essere competizione. “L’uomo cura, ma solo Dio guarisce”: l’aforisma, che avrà lunga durata (fino al secolo XVI e oltre), ha un’origine remota, vetero-sapienzale, biblica.

Il brano è tratto dal saggio, in libreria da oggi, di Giorgio Cosmacini “Medicina e mondo ebraico. Dalla Bibbia al secolo dei ghetti”, Laterza, pp. 276, lire 34.000

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