cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

Medicina monastica

LAICOL’attuale scienza medica, che,c ontinuamente, pone alla nostra osservazione  una nuova conquista  impressionante, ci apre, quotidianamente, una finestra  sul  percorso mirabile della Medicina, che, dal mistero della nascita dell’uomo, dai suoi primordiali bisogni, dal suo anelito alla ricerca del benessere fisico e mentale, ci porta ad oggi, all’epoca delle più grandi conquiste, alle sofisticate tecnologie, alle terapie eroiche, al trapianto di organi, al genoma.

È un percorso sul quale l’uomo  ha proceduto. in continuo, incessante progresso, alla ricerca, appunto, della salute del corpo e della pace dell’anima, dall’eremita al cenobita all’uomo tecnologico di oggi.

Questo percorso della medicina implica il concetto di malattia e quello collegato di salute, che non ha mai avuto una definizione esaustiva, da quella generica, secondo cui “la salute è  l’assenza della malattia”, a quella dell’OMS (organizzazione mondiale della sanità), che afferma ”la salute è lo stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” , a quella ancora più suggestiva del chirurgo francese Renè Leriche  “ la salute è il silenzio degli organi”.

É il percorso della Medicina, che nasce con l’uomo e comincia dalla prevenzione adattandosi egli all’ambiente, infatti, l’uomo primitivo si rifugia nelle caverne per ripararsi dai rigori del freddo, uccide le belve per confezionarsi delle pellicce per riscaldarsi e nello stesso ambiente trova i sostentamenti vitali, il mangiare per vivere, trova osservando e provando erbe e piante medicinali, con cui curare i propri mali e si immerge nei silenzi del deserto per calmare i sussulti dell’animo, in cerca della Verità.

Gli stadi per i quali la Medicina è passata, secondo il comune consenso degli storici, sarebbero da ritrovare, all’inizio, come medicina istintiva, poi medicina sacerdotale, medicina magica, medicina empirica, medicina scientifica.

Nel periodo della malattia l’uomo perde il suo naturale atteggiamento di potenza, di dominio degli eventi e si sente piccolo, cerca rifugio in qualcuno che può aiutarlo, pensa ad un Essere Superiore; prima alla magia, allo stregone, agli astri, a un dio pagano, a un Dio cristiano.

Dagli inizi al V secolo

Tra i primi eremiti, il più famoso fu certamente sant’Antonio abate, nato a Come, in Egitto, intorno al 250 d.C., che, seguendo la parola di Gesù, si ritirò in una zona desertica sulle rive del Mar Rosso, dove, per circa 80 anni, visse da anacoreta.

Il suo eremitaggio stimolò una moltitudine di seguaci e, si legge, che in migliaia seguirono il suo esempio.

Ben presto, però, alcuni anacoreti  pensarono bene che, per essere più vicini a Gesù e per essere più utili ai fratelli sofferenti,  sarebbe stato più opportuno unirsi  in cenobio.

La nascita del monachesimo cristiano cenobitico si fa risalire, convenzionalmente, al 320-350 d. C., per opera di San Pacomio, egiziano dell’alto Egitto, che, fondatore della prima abbazia,  scrisse la prima “Regola monastica”, mise ordine alla vita del Cenobio e  predicò la preghiera, la contemplazione, la carità, il reciproco servizio, il lavoro e l’assistenza ai malati dentro e fuori dal convento.

Diffuse il concetto del Cenobio ed alla sua morte ne lasciò, in attività, una decina, tra i quali anche uno femminile.

In quei  tempi rifulse, anche, la figura di San Basilio di Cesarea, detto il Grande, il quale aveva  studiato ad Atene ed a Costantinopoli. Aveva praticato l’eremitaggio e, dopo aver incontrato nei suoi viaggi tanti anacoreti, decise di abbandonare la vita contemplativa, creò un convento , divenne  Vescovo di Cesarea, in Cappadocia, fece costruire numerosi ospizi. Durante questo periodo,  formulò la “Grande Regola” e la “Piccola Regola”, che rappresentarono le norme e gli insegnamenti , che dovevano orientare la vita dei monaci, che presero il suo nome: monaci Basiliani. A lui si deve la costruzione, a Cesarea, del primo grande ospedale con sezioni separate per le singole malattie, una delle quali destinata ai lebbrosi, ai quali i monaci dedicarono  particolare attenzione e cure.

Fu ritenuto patriarca del Monachesimo orientale.

In questo periodo, in cui compaiono i primi conventi in Occidente,  acquista fama  la figura predominante  San Martino di Tours: dopo la conversione al Cristianesimo, iniziò una intensa attività di proselitismo in tutta la Francia centrale ed occidentale, ottenendo  risultati molto positivi. Fu uomo di preghiera e di azione, che raggiunse una notorietà ed un prestigio tale da essere nominato Vescovo di Tours, nel 371.

Insieme alle sue doti di carità e di saggezza, ebbe la fama di taumaturgo.

Alla sua opera si deve la creazione del primo monastero francese, a Ligugè, presso Poitiers, il Monasterium maius,”, che diventerà meta di frequenti pellegrinaggi e luogo di assistenza, oltre che umanitaria anche medica.

Con San Martino di Tours è da ricordare Giovanni Cassiano, fondatore del famoso Monastero San Vittore, a Marsiglia.

Autore di due opere fondamentali nella storia del Monachesimo: le “Istituzioni” e le “Conferenze”. Fu favorevole al Cenobitismo, rispetto all’eremitaggio, perchè nella forma consociativa si realizzava meglio la figura del Cristo. Nell’assoluta fedeltà al Vangelo ispirò un saggio equilibrio tra la contemplazione e la carità e, come servizio, organizzò l’assistenza ai pellegrini malati.

A questo punto, è già ben delineato il ruolo assistenziale degli Xenodochi, dislocati preferibilmente sulle grandi vie di pellegrinaggio, come poteva essere la Via Francigena (da Canterbury a Roma) o il cammino di Santiago di Compostela o i percorsi che portavano alla Terra Santa.

Inizialmente erano strutture predisposte per l’accoglienza dei pellegrini, che in essi trovavano ospizio gratuito. Con l’andare del tempo, i monaci oltre che accogliere i pellegrini e rifocillarli, offrivano, secondo necessità, anche assistenza medica.

Lo xenodochio-albergo, divenendo sempre più ospizio, richiese la figura di un addetto ai pellegrini infermi, nacque la figura del “monacus infirmarius”, quindi, la struttura di un “Hospitium”, di un orto dei “semplici” (termine latino-antico per dire pianta da cui si estrae un medicinale) e di una “Farmacia”.

Questi xenodochi vennero istituzionalizzati a seguito di disposizioni del Concilio di Nicea (325), che prevedevano, come obbligatoria, la presenza di un monaco, sia per l’accoglienza di pellegrini, sia per l’assistenza medica.

 Infermeria

L’idea di un locale adibito alle esigenze curative dell’infermo viene ripresa, anch’essa dall’oriente.

 Di solito queste infermerie erano sistemate in edifici separati dalla struttura centrale, perchè poteva prevedersi un isolamento per ragioni infettive.

All’inizio queste infermerie servivano solo per i monaci interni, infermi, poi anche per pellegrini malati e, ancora più tardi, fu offerta la possibilità di ricovero anche alle donne.

Le infermerie erano dotate di bagni e di solari.

Questi adattamenti presagivano l’idea del futuro ospedale.

Orto dei Semplici

Affiancato allo Xenodochio L’Hortus simplicium,  inteso come lavoro, doveva rappresentare l’alternativa alla preghiera e la soluzione di problemi economici, era il luogo annesso al Monastero, in cui i monaci coltivavano erbe e piante medicinali per l’esigenze degli infermi, ricoverati nelle infermerie.

 L’erboristeria, già allora, era una vera e propria scienza, che richiedeva un particolare impegno e perizia nel selezionare la pianta, nell’estrarre da questa il medicamento, nel trovare l’indicazione specifica per una determinata malattia, nel valutare i dosaggi, nello studiare eventuali controindicazioni ed nel trovare le eventuali associazioni tra vari rimedi, compilare, cioè, le “ricette galeniche” ed, infine, nel conservare questi estratti in vasi speciali ed in ambienti idonei, che si chiamarono “farmacie”.

Questa coltivazione seguita dalla descrizione,  dalla selezione, dallo studio e dalla sperimentazione  rappresentava l’inizio della ricerca scientifica ed il monastero si erano attrezzato per queste conquiste.

I vari abati nelle varie epoche, oltre che a dotare il Monastero di un “orto dei semplici”, imponevano ai monaci di crearsi una cultura botanica, studiando i testi classici greci e romani.

Sono da ricordare tra i più illustri trattati quelli di Teofrasto (370-286), III° sec. a.C., primo botanico della storia, che catalogò circa 300 piante e definì molte specie di funghi,  di Andreas, egiziano, vissuto anch’egli, nel III sec. a.C., di Nicandros, vissuto nel II secolo a.C.; di Krateuas, re del Ponto, di Mitridate VI Eupatore, anche lui re del Ponto (120-63); di Dioscoride, vissuto nel I° secolo d.C. e  di Galeno (129-200 d.C.).

Armarium Pigmentorium

La scienza delle erbe e piante medicinali esisteva come eredità da epoche lontane.

A Roma già erano note centinaia di sostanze medicamentose classificate da Teofrasto (circa 300, già nel III° sec. a.C.), da Dioscoride (oltre 600, nel I° sec d.C.).  Galeno aveva studiato molti farmaci ed i loro effetti positivi o pericolosi ed aveva, anche, unito insieme due o più farmaci, creando le famose “ricette galeniche”, che sono state formulate e somministrate fino a qualche decennio fa.

V-VI secolo d. C

All’inizio del V° secolo assurse  a grande prestigio Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, personaggio di profonda  cultura umanistica e storica. Uomo politico di statura nazionale, apprezzato , prima come governatore della  Lucania , senatore e segretario del re degli Ostrogoti, Teodorico, poi, come ministro, a fianco di Amalasunta, figlia di Teodorico, succeduta al trono alla morte del padre.

Per la profonda cultura umanistica e per l’abilità politica cercò di integrare la cultura gotica con quella Romana. Deluso per non aver potuto realizzare il suo programma, ritiratosi dalla politica, ritornò, nella sua villa di Vivaro , presso Squillace, in Calabria; divenne monaco e creò insieme ad altri cenobiti un monastero: il VIVARIENSE.

Essendo anche  medico di vasta fama; cercò di trasferire questa sua cultura  ai monaci, ai quali impose la traduzione di testi antichi, di dare impulso alla scienza medica. e di intendere la Medicina come arte e l’infermo come fratello.

Attraverso una ricerca più mirata, una selezione delle erbe o  delle piante arrivarono a creare delle vere e proprie farmacie il monastero godette, per le sue peculiarità  una grande notorietà.

Quasi contemporaneamente Benedetto da Norcia, (480-547), dopo un periodo di esperienza eremitica, vissuta nella zona di  Subiaco, dove aveva creato anche una decina di Monasteri, si era trasferito a Montecassino, dove aveva costruìto il più grande monastero dell’epoca..

Era informato sull’esistenza del “Vivariense”, ma non conosceva personalmente Cassiodoro.

Benedetto si accinse a caratterizzare il suo Monastero di Montecassino, , a dargli un solido assetto, inquadrarlo scientificamente e proiettarlo in una ampia prospettiva. dando inizio all’ordine dei Benedettini, formulando in modo eclettico la  “Regula” , che,  come pietra miliare, costituì il filo conduttore, che ha improntato tutto il Monachesimo dei secoli successivi, giudicata da  S, Gregorio Magno“il più bello, fecondo e duraturo miracolo” del Santo.

E’ divenuto, così, uno degli rappresentanti più significativi della Cristianità, il vero padre del Monachesimo occidentale.

Sebbene, in modo precipuo, ingiungesse ai suoi la preghiera come solenne tributo a Dio, accompagnato all’astinenza  ed alla penitenza ed il lavoro manuale per il profitto della comunità, tuttavia intese promuovere la Medicina, in tutte le sue forme, per dare sollievo ed assistenza ai fratelli malati, dando un ruolo essenziale alla “Medicina Monastica” vera e propria.

Seppe sintetizzare nella sua ”Regola Benedettina” le esperienze del suo periodo ascetico ed armonizzare le acquisizioni cenobitiche orientali con quelle occidentali esistenti prima della sua iniziativa.

In definitiva, il felice connubio preghiera-assistenza ai sofferenti, fece diventare i monasteri centri medici, che favorirono il progresso della Medicina stessa.

Una assistenza medica era prevista da secoli ed era abbastanza delineata, ma è con la “Regula” che prende forma e sviluppo scientifico.

Nel suo eclettismo riporta nella “Regula” alcune figure ed istituzioni tramandate dall’Oriente, ne sottolineò i ruoli  e  modificò le strutture secondo le sue esperienze nel periodo sublacense.

Per quanto riguarda l’arte medica nei riguardi dei fratelli infermi, i suoi orientamenti si possono ritrovare rappresentati nel Capitolo XXXVI della “Regula”: “Soprattutto ed a preferenza di ogni altra cosa, si abbia cura degli infermi, in modo da servire ad essi veramente come a Cristo, poiché Egli disse:  fui infermo e mi visitaste e….. quel che avete fatto a uno di questi miei piccoli, l’avete fatto a me”.

Ma anche gli infermi devono considerare che si serve loro in onore di Dio e con le loro esigenze non opprimano i fratelli che li assistono. In ogni modo si devono sopportare con pazienza, perché con essi c’é da meritare di  più.

Sia, perciò, somma cura dell’abate, che in nessun modo vengano trascurati.

Questi fratelli infermi abbiano una cella loro destinata ed un serviente timorato di Dio, caritatevole e sollecito. Abbiano comodità di bagni quando occorre. Ma, ai  sani e particolarmente ai giovani siano concessi meno sovente. Anche l’uso della carne venga permesso agli ammalati e a quelli molto deboli, però, una volta ristabiliti, tutti, com’é uso si astengano dalla carne.

L’abate vigili, con somma cura, che il cellerario o i servienti non trascurino gli infermi, perché ricade su di loro tutto il male che si commette dai discepoli”.

Mentre, quindi, all’inizio dell’applicazione della “Regula” il compito di “monacus infirmarius” era  affidato ad un monaco qualsiasi e solo all’interno del Monastero, in un secondo momento, in ossequio ad un nuovo  contesto storico, alle variazioni culturali  ed alla evoluzione dei tempi, necessitò un monaco specialista, studioso osservatore, dotato di spirito speculativo, che cresciuto nello spirito dell’ “ora et labora”,  “timorato di Dio”, arricchisse la sua opera, associandola al concetto cristiano della carità.

Successivamente il monaco infirmario fu autorizzato a  portare la sua opera anche all’esterno, e, più tardi ancora,  il suo compito poteva essere affidato  anche ad un laico ed, all’occorrenza, anche ad una donna.

Infermeria

L’idea di un locale adibito alle esigenze curative dell’infermo viene ripresa, anch’essa dall’oriente, basti ricordare l’iniziativa di S. Basilio di Cesarea, ma anche dalle sue personali esperienze dei numerosi monasteri creati intorno a Subiaco.

Di solito queste infermerie erano  sistemate in edifici separati dalla struttura centrale, sia perchè poteva prevedersi un isolamento per ragioni infettive, sia perchè potevano insorgere esigenze psico-sociali di necessità.

Per procurarsi le erbe medicinali si faceva ricorso al commercio di esse, allo scambio tra Monasteri, ma si ritenne necessario, per economia, di cercare un’ autosuffienza producendo in proprio erbe e piante  medicinali, quindi creare  l’”Hortus simplicium” .

Il Monastero secondo le “Regole” doveva  essere costruito su un terreno coltivabile non in ossequio al concetto ciceroniano: “si apud bibliotecam hortulum habes, nihil deerit”, ma , non solo, secondo la norma benedettina “ora et labora”, ma anche per coltivare erbe e piante medicinali.

Armarium Pigmentorium

All’epoca di Benedetto la scienza delle erbe e piante medicinali esisteva  ed era diffusa in tutti i monasteri, ma Lui fece incrementare la ricerca e la scienza medica, promovendo lo studio dei trattati di Medicina.

 Dalla sua impostazione del problema nacque, come scienza, una Medicina qualificata. I medici passati alla storia per la loro bravura  concorsero alla migliore fortuna della Scuola Salernitana. e , nello stesso tempo si avvalsero dei progressi che si verificavano a Salerno.

I benedettini  svilupparono questa scienza e, dall’ “armarium pigmentorium” iniziale, progressivamente organizzarono le farmacie.

I medicinali erano sicuri, i dosaggi e le indicazioni davano garanzie, così come la conservazione in quei vasi caratteristici, che ancora oggi abbelliscono le farmacie. Non sempre, infatti la stagione metteva a disposizione la pianta o l’erba necessaria: era importante l’essiccamento e la conservazione ed il rifornimento da altri monasteri, qualche volta anche dall’oriente.

Hospitium

 Benedetto, creando i suoi monasteri, non solo stabilì le Regole che informavano la vita dei monaci, ma volle che fossero “centri dinamici di vitalità spirituale  e sociale”. Il monastero accoglieva ogni pellegrino, nel quale si raffigurava la figura del Cristo Redentore. Il trattamento da riservare all’ospite, per S. Benedetto è talmente basilare, che vi ha espressamente dedicato il capitolo 53 nella sua Regola:

”Gli ospiti che arrivano siano accolti tutti come se fossero Cristo, perchè Egli dirà un giorno: fui pellegrino e mi riceveste. E a tutti si faccia onore come si conviene, ma particolarmente ai congiunti nella Fede ed ai pellegrini. Appena dunque sarà annunciato l’ospite, gli vada incontro il superiore o qualche fratello, con ogni dimostrazione di carità; e anzitutto preghino insieme, poi, scambino l’abbraccio di pace. Questo, però, non sia offerto se non dopo la preghiera per prevenire ogni illusione diabolica. Anche nel modo di salutare si mostri grande umiltà verso tutti gli ospiti che vengono o che partono: col capo chino, tutto il corpo prostrato in terrà, si adori Cristo che in esso viene ricevuto. Gli ospiti così accolti vengano accompagnati all’orazione, dopo che il superiore o quello che egli avrà a ciò destinato, terrà loro compagnia.

Sia letta all’ospite la Legge divina per sua educazione e, dopo di ciò, gli si usi ogni cortesia.

In onore dell’ospite il superiore interrompa il digiuno, a meno non sia  giorno solenne di digiuno, che non si possa violare. I fratelli, però, continuino i loro digiuno ordinari.

L’abate dia acqua alle mani degli ospiti: egli, poi, e l’intera comunità lavino i piedi a tutti gli ospiti, dopo la lavanda, dicano questo verso: abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel mezzo del  suo tempio.

Soprattutto nel ricevere i poveri e i pellegrini  si usi gran riguardo e premura, poiché, in essi specialmente si riceve Cristo; mentre la potenza dei ricchi da se sola s’impone al rispetto. La cella degli ospiti essa pure abbia assegnato un fratello dall’anima piena del timor di Dio; e vi sia predisposto un numero sufficiente di letti: la casa del Signore sia affidata a dei saggi e amministrata con saggezza”.

“Scriptoria e Biblioteche”

Gran parte del patrimonio culturale che ci è stato trasmesso dai Benedettini è dovuto alla attività intellettuale  che i monaci dovevano rigorosamente esercitare in rispetto del capitolo LXVIII della Regola. Sono espressione del pensiero benedettino.

”Scholae coenobiales medicae”

Benedetto nella “Regola” si è preoccupato di dare ampio spazio alle attività speculative e lavorative, ma non ha trascurato di sollecitare i monaci allo studio ed alla traduzione di testi antichi. Ha istituito, nel Monastero, delle scuole, che hanno permesso all’arte medica di fare notevoli progressi e di facilitare per i giovani nuove scoperte. Le scuole, inoltre, servivano ad assicurare il ricambio in caso di decessi o abbandono, ma anche a creare specialisti. Esse rappresentano un’istituzione prettamente Benedettina .

VIII-XII secolo d.C.

l’influenza della Scuola di Montecassino

L’Attività monastica di Montecassino e la sua “Regula” influenzarono in un momento politico difficile, tutti i movimenti letterari e scientifici dell’Occidente.

Nacquero decine di monasteri, che, prima o poi, adottarono la regola di San Benedetto ed in linea generale tutta la nuova produzione si aggiungeva ai canoni antichi dei nostri avi cristiani..

Montecassino primeggiò sui tanti nuovi monasteri per l’opera grandiosa e l’esempio di  Benedetto da Norcia.

All’interno di quel Monastero lavorarono  studiosi importanti, che illuminarono l’opera e crearono, con San Benedetto, le basi della civiltà cristiana occidentale.

Tra i tanti monaci-abati eccellenti, emersero, Federico dei Duchi di Lorena, nominato abate di Montecassino dal papa Vittore II e chiamato a succedergli alla sua morte, divenendo papa Stefano IX;  il suo successore l‘abate Desiderio, divenuto papa Vittore III, (1085-1087), l’abate Bertario, il monaco medico Alfano, che diventò Vescovo di Salerno e l’illustre medico Costantino l’Africano, forse il più illuminato.

Desiderio ha lasciato opere importanti come i tre libri, i Dialoghi, tutti riguardanti la medicina. Egli si era formato nella Scuola Salernitana, a Salerno, da dove fece ritorno, portando con se il grande studioso Alfano, che, poi, diventò monaco.

Desiderio è ricordato anche perchè ha tradotto in latino l’opera di Nemesio “ De natura hominis” ed ha completato l’opera di un altro grande predecessore l’abate Bertario.

 Bertario pensava in ordine universale, tanto che a Montecassino aveva colloqui con il papa Adriano II, con il papa Giovanni VII, con l’imperatore Ludovico II e personalità di questo livello. Purtroppo la sua opera fu interrotta dall’invasione dei Saraceni che distrussero Montecassino e trucidarono  Bertario ed i suoi monaci. Era l’anno 883.

Alfano (1010-1085), nacque a Salerno, da famiglia agiata, diventò medico, compagno di studi di Desiderio, fu subito docente nella scuola medica salernitana. Per ragioni politiche lasciò Salerno, seguendo il suo amico Desiderio a Montecassino,  dove trovò amicizia  con Federico di Lorena e con Costantino l’Africano. Era amico del noto benedettino Ildebrando di Soana, divenuto, poi, papa Gregorio VII.

Alfano è passato alla storia come una delle figure più rappresentative come poeta, teologo medico illustre,  pastore di anime.

Questo periodo, decisamente florido per la medicina monastica, per l’impulso dei monaci-medici   più importanti dell’epoca, come Varioponto e Petroncello, ma soprattutto di Alfano,  che scrisse due testi importanti, “De quatuor humoribus” e “De Pulsis”, raggiunse l’apice del prestigio quando si avvalse dell’opera di, Costantino  l’Africano, un intellettuale famoso,  medico  che per la sua esperienza vissuta a Salerno, per le conoscenze acquisite girando per  il mondo, per la sua preparazione culturale, per la conoscenza delle lingue orientali. Perseguitato a Salerno, dove era docente della scuola Salernitana, seguì il suo amico abate Desiderio a Montecassino; da musulmano si convertì al Cristianesimo e, rimanendo in quel Monastero, tradusse molti trattati di medicina araba, che non erano conosciuti a Roma al tempo di Galeno, contribuendo a dare un notevole impulso alla medicina di quei tempi.

La medicina monastica di Montecassino e la Scuola Medica di Salerno si sono integrati a vicenda, sia come scambio di conoscenze che di docenti. Dai maestri di quell’epoca ci è stato tramandato il “Regimen Sanitatis”, che per secoli ha rappresentato una testimonianza  scientifica di avanguardia, un insegnamento per tutti gli studiosi, una codificazione completa del progresso scientifico di allora, merito e gloria di tanti monaci infirmari, che hanno saputo migliorare la Medicina  ed aprire una finestra sul futuro Rinascimento.

Alcuni esempi di Medicina dei Semplici

Dal “Regimen sanitatis” alcuni esempi di piante comuni, significativi di quel progresso  scientifico:

“Aloe: l’aloe dissecca le ferite,rigenera la carne, sana il prepuzio ulcerato, e, col miele, il nerume delle palpebre: efficacemente purga il cerume delle orecchie, gli occhi, il capo e la lingua, rafforza lo stomaco, giova all’itterico, risana il fegato, impedisce la calvizie, ma da solo offende le visceri.

IL Rosmarino. rafforza lo stomaco, toglie le sofferenze del tenesmo, inebria e col suo profumo inebria le membra..

L’Artemisia, bevuta facilita l’orina e toglie la pietra; se si beve soltanto la verde erba pestata si applica alle parti pudende e si pone sul ventre, espelle l’aborto.

La Canfora deprime la virilità con il suo odore.

La Cannella la vera cannella è apportatrice di moltissimi doni: rafforza le membra, il fegato, il petto, la voce, le visceri, e allontana dal cuore l’innaturale palpito.

Il Cappero apre le ostruzioni del fegato e della milza con forza allontana dallo stomaco i superflui umori, riduce la milza e allarga gli stretti meati dell’orina.

Il finocchio: il seme del finocchio bevuto col vino eccita ai piaceri di Venere e si dice che ridesti nei vecchi il giovanil vigore; il finocchio scaccia le sofferenze dei polmoni e del fegato, toglie lentamente il fetido alito e il nero umore, il seme del finocchio apre pure gli spiragli dell’ano.

La Liquirizia: abbi per te la disprezzata polvere di liquirizia. Essa bagnerà il petto, il polmone, le vene e darà calore; togliendo la sete, espelle dallo stomaco le sostanze nocive e viene in aiuto a tutti gli organi della respirazione.

La malva: gli antichi la chiamarono malva, perchè ammorbidisce il ventre; le radici della malva

sciolgono le feci. muovono il flusso mestruale e spesso lo espellono.

La Menta mentisce la menta, se sia lenta ad espellere dal ventre e dallo stomaco i dannosi lombrichi. giammai la menta indugiò ad   apprestare aiuto allo stomaco.

La Noce moscata rafforza i cuori indeboliti , giova allo stomaco e toglie dagli occhi la scotomia .

Il Rabarbaro curando il fegato, frena le visceri rilasciate.

La Ruta: nobile è la ruta, perchè rende la vista acuta; col suo aiuto, o uomo cisposo, acutamente vedrai. Mangiando la ruta cruda purghi gli occhi dalla caligine; essa frena negli uomini il desiderio del coito, nelle donne l’accende; rende casto la ruta. rischiara la vista e infonde scaltrezza; la ruta cotta libera la case dalle pulci.

Lo Zenzero zuccherato toglie la frigidità dello stomaco, del torace dei reni e arreca sollievo; mangiato al mattino, efficacemente purga il petto, lo addolcisce e scaccia la flemma dai reni; chiarisce la vista mangiandolo spesso, essicca gli umori e allontana l’afflusso del sangue dal cuore, aumenta il calore dello stomaco e facilita la digestione. Lo zenzero purga lo stomaco e ristora il cervello; allontana la sete e spinge i giovani all’amore”.

Per quanto riguarda la patologia e la terapia,è emblematico un esempio di trattamento di una affezione comune: la gotta.

“Varietà di gotta: la gotta che colpisce il lato destro produce la paralisi; se colpisce i piedi causa la podagra, se attacca le mani si ha la chiragra, se le articolazioni genera l’artritismo; se il nervo sciatico, è la sciatica che ne deriva; il tetano causa la rigidità di tutte le membra.”

Cura della gotta e dell’artritismo

“Si cuociano vino, castoreo, tasso e camomilla; aspergi le artritiche membra e ne avrai giovamento; si aggiunga balsamo, poiché si giudica che a tutti sovrasta, si afferma pure che molto giovi lo sterco di stambecco, se usato come cataplasma sia efficace la sua virtù.

Gioverà pure la cicuta cotta in pastello e, applicata come cataplasma, subito scaccerà i tormenti del male. In vino poderoso sia cotta la ruta medicinale, è provato che per la sua sicura virtù attenua questo male.

Mentre tormenta il dolore, tutto ciò che dà calore è lenimento, ma sia dopo, che prima, gioveranno gli sperimentati rimedi; tuttavia la camomilla , cotta in limpida acqua sarà efficace e con pezzuole in essa bagnate sempre lenirà il dolore.

Anche l’indivia giova, rinfresca, e nel tempo stesso , dà calore e nei malanni manifesta virtù lenitrici; si aggiunga balsamo, ed è provato che maggiore è il beneficio; il medico non può curare chi , affetto da podagra,sia nervoso.

San Benedetto e la sua “Regula”, centinaia d’illustri abati,  migliaia  di monaci umili e preziosi, per molti secoli hanno studiato, sperimentato, regolamentato una infinità di “semplici”, ponendo le basi alle Università Rinascimentali. Queste hanno dato avvio ad una medicina più scientifica mantenendo sempre una efficace collaborazione erboristica, che rappresenta ancora oltre che un valore storico una branca con caratteristiche e peculiarità che la rendono sempre efficace.”

 

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