cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

La medicina nel Medioevo

Dal II al IV secolo: fame, pestilenze e guerre sconvolsero tutta l’Italia: c’erano pochi posti ove la gente potesse recarsi e sentirsi sicura. C’era anche la necessità di trovare un luogo ove i malati e i feriti potessero trovare ricovero e assistenza. La cura era quella già conosciuta: ciò che “funzionava”, semplicemente era ripetuto. Questo pose termine all’apprendimento medico e alla sperimentazione ed aprì la porta a falsi trattamenti, all’inganno e agli amuleti.

Per alleviare le sofferenze dei malati erano infatti considerati, tra l’altro: cuore di lepre (per la febbre quartana); carne lessata di cane neonato (per le coliche); tre violette (come prevenzione dalle malattie); e una infinità di frasi “magiche” per la cura, ad esempio di orzaioli, corpi estranei nell’occhio, paterecci, dolori addominali. Esistevano anche “giorni” adeguati per la preparazione delle medicine, tipi di preghiere da recitare, pratiche speciali da compiere (legare una scrofa al letto; usare uova di formica miste a olio di scorpione e carne di leone; bere sangue di capretto, eccetera).

I “malefici” erano nell’ordine comune delle cose, e quindi i sortilegi e la invocazione dei miracoli erano accetti e di largo uso. C’era sempre un santo per le malattie: sant’Antonio (fuoco sacro); sant’Andrea (spasmi); san Giovanni (convulsioni); oppure venivano compiuti pellegrinaggi in talune località per guarire l’epilessia, la corea, l’ergotismo, ecc. Con il decadimento intellettuale la gente tornò ai grandi insegnamenti del passato e per ogni necessità venivano consultati i testi di Ippocrate e Galeno. La sola istituzione che ebbe il potere di offrire ed assicurare assistenza a tali bisognosi fu la Chiesa di Roma: la medicina letteraria trovò una sede nelle chiese e nei chiostri. Qui l’informazione sopravvisse e poterono essere conservati i dati dei pazienti. Sfortunatamente i monaci erano conosciuti quali uomini pratici: essi sostenevano che leggi naturali governavano la vita degli uomini e che non c’era motivo di preoccuparsi delle acquisizioni mediche. Inoltre c’era un altro motivo per cui la pratica medica dei “secoli bui” si accentrò nei monasteri: essi erano dove erano gli ospedali e dove si possedevano le liste delle erbe mediche. La gente in cerca di aiuto doveva recarsi presso di loro.

ScuolaMedicaMiniatura

IL MONACHESIMO E LA MEDICINA MONASTICA

Alcuni cenni storici Nell’anno 300 ca. d.C. si ha la nascita del monachesimo cristiano in Egitto ed in Siria. San Pacomio (287-346) fonda il primo cenobio (vita comune) nel 320 circa, a Tabennisi nell’alto Egitto. Alla sua regola si sono ispirate tutte le successive regole monastiche. Sempre in Egitto era nato l’anacoretismo con Antonio (sant’Antonio abate) che si era ritirato nel deserto per cercarvi laperfezione dell’anima. è stata la prima figura storica del monachesimo. Le abitazioni dei suoi primi seguaci, sparse attorno alla cella del santo, furono chiamate “monasteri”. La tendenza naturale di riunirsi, avendo simili sentimenti e la stessa vocazione a un tipo di ascesi diversa, fece nascere i “conventi”. Pacomio (dal copto Pa-ahom, “dall’aquila”) educò i suoi discepoli alla vita comune, costituendo poco lontano dalle rive del Nilo la prima koinonia, una comunità cristiana, a imitazione di quella fondata dagli apostoli a Gerusalemme, basata sulla comunione nella preghiera, nel lavoro e nella refezione, e concretizzata nel servizio reciproco. In breve tempo un centinaio di monaci si unirono a lui e così poté fondare dieci nuovi monasteri. Contemporaneamente a quelli maschili nacquero i primi cenobi femminili: il più antico di essi in Occidente fu probabilmente il convento fondato a Roma attorno al 360; mentre una delle prime regole per monache fu quella dettata da san Cesario (470 circa – 542) per il cenobio di Arles, nel quale, tra le altre attività, una suora esercitava la medicina pratica. In seguito il convento femminile di Poitiers, fondato secondo la stessa regola da santa Radegonda, (518-587) si dedicò alla cura dei malati. San Benedetto da Norcia (480ca.- 547) dettò ai monaci del monastero di Montecassino, da lui fondato nel 529, la Regula Monachorum (Regola Benedettina), che divenne la più importante regola monastica dell’Occidente. Il monachesimo di san Benedetto oltre alle predominanti preghiere e lodi a Dio, promosse anche varie attività, tra cui gli studi medici, iniziando in effetti la “medicina monastica”. Si formarono centri di studio della medicina in tutta Europa. A titolo esemplificativo si possono ricordare i monasteri di Chartres, di Cluny, di San Gallo, di Aberdeen, di Reichenau. Lo studio della medicina comprese anche la copiatura, da parte degli amanuensi, di codici e testi di autori dell’antichità. Tale rinascita della medicina medievale, contrapponendosi a quella popolare, ebbe centro a Montecassino e a Roma ma anche a Farfa (Rieti), dove fu fondato un hospitale e a Fossanova, presso Latina, dove l’attività medica principale dell’abbazia consistette nella cura dei malarici delle vicine paludi e fatta segno di speciale benevolenza da parte dei numerosi pontefici, massimamente di Innocenzo III. Grande importanza, anche politica, acquistarono infatti quei centri monastici in luoghi malarici, non esclusa l’opera di risanamento prestata dai monaci. L’attività medica dei monaci cistercensi va inquadrata pertanto in questa secolare tradizione, ispirata non soltanto alla Regola di san Benedetto, ma rispetto a quanto mano a mano nei secoli veniva deciso dai Concili, dai papi e dalle autorità laiche. A Montecassino Flavio Magno Aurelio Cassiodoro incoraggiò i monaci allo studio della medicina e all’insegnamento delle erbe e dei medicamenti. Riprese lo studio e la diffusione di Ippocrate, Galeno, e altri: diede un forte sostegno e sviluppo all’educazione medica. Durante tutto l’Alto Medioevo, i monasteri, disseminati lungo le grandi vie di pellegrinaggio verso la Terra Santa, si dedicarono all’assistenza dei pellegrini ammalati, oltre alla costruzione ed alla gestione di altri centri di assistenza (xenodochi) presso ai monasteri stessi. Si diffusero anche i medici – monaci vaganti. I Benedettini fondarono le scuole di Carlo Magno ed egli ne ampliò la diffusione. Nell’ 805 Carlo Magno ordinò che la medicina, sotto il nome di fisica, fosse introdotta nei programmi regolari di insegnamento. Si registra che il monastero di San Gallo nell’820 avesse un giardino di erbe mediche, 6 camere per malati, una farmacia e un alloggio speciale per i medici. Questo fu forse il primo esempio di ospedale nell’Europa Occidentale.

Nel XII secolo aumentò l’opposizione alle attività extraconventuali dei medici-monaci, e tale posizione venne sancita a più riprese dalle massime autorità ecclesiastiche. Papa Innocenzo II (1130-1143), in tre concili, fece vietare ai monaci l’esercizio della medicina intesa come fonte di profitti materiali. Di qui derivò l’osservanza strettamente letterale della Regola Benedettina propugnata dai Cistercensi: di qui derivarono compiti e nuovi indirizzi all’assistenza dei malati svolta nei conventi.

Proibizione dell’esercizio della medicina ai religiosi 1131 – Concilio di Reims Innocenzo II proibisce che canonici e monaci studino medicina a scopo di lucro 1157 – Capitolo generale dei Cistercensi Proibizione dell’esercizio esterno 1163 – Concilio di Tours Proibizione che i religiosi “escano” per studiare medicina 1195 – Concilio di Montpellier Proibizione dello studio della medicina 1212 – Concilio di Parigi Minaccia di scomunica per i religiosi che, trovandosi fuori per l’esercizio della medicina, entro due mesi non rientrino nel convento 1215 – Concilio Laterano Ecclesia abhorret a sanguine: proibizione della pratica della chirurgia

Le infermerie monastiche raggiunsero talvolta ragguardevoli dimensioni. Gli statuti dei monasteri cistercensi ricordano spesso l’infermeria riservata ai poveri, infirmarium pauperum; inoltre i conventi erano spesso forniti di appositi edifici per l’isolamento e la cura dei lebbrosi e degli appestati. I medici-monaci potevano uscire dal convento soltanto per curare gli ammalati che si trovavano nelle immediate vicinanze, ed era loro vietato il pernottamento fuori sede.

Gli ospedali annessi alle abbazie Cistercensi venivano fondati allo scopo di nutrire i poveri, come si praticava nel monastero di Valle S. Egidio di Buch. La sede di monasteri ed abbazie fu spesso scelta nei luoghi paludosi nelle zone infestate dalla malaria. Ai monaci veniva richiesta la presenza in tali luoghi, anche a costo della loro morte. La medicina monastica basava la “speranza della guarigione” sulla misericordia di Dio e l’azione dei semplici. Nasce così, dentro le mura del monastero, l’orto dei semplici e l’armarium pigmentariorum, rispettivamente per la coltivazione delle erbe medicinali e per la loro conservazione. Il monachus infirmarius svolgeva queste funzioni, a somiglianza, si potrebbe pensare, di un farmacologo, un medico ed un farmacista. Costui infatti preparava le medicine e curava ad un tempo i monaci malati, i pellegrini, i vecchi ed i poveri in genere.

Nella seconda metà dell’XI secolo, Costantino Africano, monaco del monastero di Montecassino, iniziò la traduzione in latino dei testi arabi d’argomento medico. Il rapporto tra il monachesimo e la medicina andò mutando nel tempo: se i primi monaci predicavano l’umiliazione della carne, i benedettini, dal concetto che il corpo deve essere dominato giunsero, dopo la riforma cluniacense (X-XI secolo), a preferire il raccoglimento e la preghiera. Negli infirmari monastici, il frate malato veniva ricoverato per il tempo che bastava perché potesse tornare a pregare e a lavorare. In seguito, nei secoli XII e XIII ci fu l’assistenza anche ai malati laici, con l’istituzione degli Ordini Ospedalieri, modellati sulla Regola di sant’Agostino. In Europa si diffusero gli ospedali ed i lebbrosari, con il compito dapprima dell’assistenza, ma successivamente anche della cura dei pellegrini e degli ammalati Con il concetto cristiano di charitas nacquero gli ospedali, intesi dapprima come luogo di accoglienza dei deboli (poveri, pellegrini e ammalati), poi come strutture dedite alla cura delle malattie. I primi ospedali, a partire dall’editto di Costantino, sono individuati in luoghi di ospitalità costruiti accanto alle chiese, specie quando queste sorgevano lungo le principali vie di comunicazione. La medicina divenne conventuale non solo perché gli studi medici ebbero asilo e sviluppo esclusivamente nei conventi, ma anche perché fu attorno ad essi che si formarono i centri di ricovero e poi gli ospedali. Nessuno infatti, in quell’epoca di sanguinose contese, avrebbe potuto avere la pace e la serenità necessarie per compiere l’assistenza agli infermi fuorché gli ordini religiosi. In particolare fu in Irlanda, ove si era diffuso il Cristianesimo nel V secolo, che si sviluppò un centro di studi sugli antichi testi nei conventi fondati da san Patrizio. Nel VI e VII secolo i monaci si distribuirono in Inghilterra e nel continente fondando molti chiostri che divennero famosi per gli studi medici, come quello di San Gallo, ma anche di Bobbio, presso Piacenza. Con l’incremento dei traffici e dei pellegrinaggi, a partire dal X secolo vi fu un aumento dei luoghi di assistenza che, dal XII secolo in poi, furono spesso sotto la custodia di Ordini monastico-militari sorti con le Crociate, quali Templari, Teutonici, Ospitalieri di San Lazzaro e soprattutto Gerosolimitani.

Dal XIV secolo gli Ospedali entrarono a far parte del contesto amministrativo urbano: retti da confraternite religiose o dalle stesse amministrazioni comunali, ebbero a loro disposizione uno o più medici e chirurghi per i ricoverati, e furono retti da statuti che assicuravano un trattamento ottimale di vitto e alloggio ai ricoverati secondo i principi igienici dell’epoca.

Gli ospedali comunque non offrivano assistenza ai lebbrosi, per i quali esistevano appositi lebbrosari, che erano strutturati come comunità di malati, isolati dal mondo (il lebbroso era considerato quasi un morto vivente) e spesso autogestiti. Nei monasteri invece esistevano strutture specializzate dedicate ai monaci, ma talora aperte anche ai pellegrini, in cui, secondo la Regola del monastero, venivano ricoverati i monaci malati per il tempo strettamente necessario per riacquistare la salute.

Generalmente i malati erano assistiti da un monaco infirmario, pratico di medicina. La letteratura medica è quasi esclusivamente ecclesiastica, perché soltanto i clerici conoscevano la scrittura ed erano in grado di leggere gli antichi testi. Questa medicina conventuale, anche fuori d’Italia, si sviluppò rapidamente e ricorda, fra i suoi maggiori maestri, il magontino Hrabanus Maurus (776-856), monaco del Chiostro dei Benedettini di Fulda, allievo di Alcuino, e Walfrido Strabone (m. 849), abate del Chiostro di Reichenau. Essi mantennero l’antica tradizione degli studi medici, iniziarono a costituire piccoli ospedali annessi ai conventi, iniziarono a curare amorevolmente i degenti.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...