cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

Archivio per dicembre, 2013

Le origini della pediatria e Trotula de’ Ruggiero: La prima pediatra nella storia dell’Europa Occidentale

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Le origini della pediatria

Il primo Pediatra della storia è stato Sorano d’Efeso, vissuto tra il primo ed il secondo secolo d.C., di cui ci sono pervenuti quattro volumi (“sulle malattie delle donne”). Il secondo vol. tratta prettamente dell’assistenza al parto e delle prime cure al neonato. E’ vero che già Galeno ci offre importanti spunti di eugenetica e di puericultura; egli consiglia l’allattamento materno per assicurare al bambino la continuità di ciò che ha ricevuto in utero, mentre non vede di buon occhio l’allattamento mercenario, dà consigli sul modo di individuare le possibili cause del pianto del lattante nel sospetto di infanticidio (docimasia idrostatica o galenica), delle onfaliti, della parotite, dei vermi, del singhiozzo, della fimosi e della parafimosi, dei disturbi della dentizione, delle convulsioni infantili:

Tra gli autori strettamente romani Varrone scrisse sull’educazione dei bambini, Crisippo sugli elminti, Celio Aureliano insegnò la pratica della tracheotomia. Aulo Cornelio Celso nel suo “ de medicina” pur non trattando in modo specifico argomenti di natura pediatrica, ci offre spunti di notevole interesse, esprimendo per la prima volta il concetto di specificità della natura del bambino, non più considerato come un uomo in miniatura.

Caio Plinio Secondo il vecchio, nella sua “Naturalis Historia” ci propone concetti interessanti (influenza dell’età, della costituzione, del clima e delle stagioni sulle malattie infantili, così come interessanti nozioni di auxologia e di endocrinologia pediatrica. Mirabile l’elogio dell’allattamento al seno di Aulo Gellio.

Il passaggio dalla medicina ellenistica a quella bizantina è segnato dall’attività di Oribasio di Pergamo (IV secolo d.C.) autore di quel grande Corpus della Medicina che prese il nome di Sinagoghè, che comprendeva tutto lo scibile da Ippocrate a Galeno. Purtroppo, tra i libri perduti ci sono quelli che parlavano della salute della donna e del bambino. Seguono: Aezio di Amida (VI sec. d.C.) autore del Tetrabiblon, opera in 16 libri, frutto della compilazione di opere precedenti, ma dove non mancano le osservazioni personali sulle febbri e la descrizione della difterite.

Alessandro di Tralles (VI-VII sec. d.C.), autore di monografie sui distrubi degli occhi, sulla febbre, sui vermi intestinali; Paolo di Egina (VII sec. d.C.), che scrisse opere di chirurgia e di ostetricia, descrisse la tracheotomia, ma si occupò anche più strettamente di pediatria, trattando della dentizione, delle convulsioni, delle afte, della stipsi; Aronne, coevo di Paolo di Egina, descrisse il vaiolo nel suo compendio di medicina.

Tra gli arabi Rhazes fu il primo a descrivere il vaiolo distinguendolo dalla varicella, del morbillo e della scarlattina e prescrisse rimedi contro i vermi.

Avicenna prescrisse rimedi contro il vomito dei bambini ed Averroé contro l’apostema della gola.

Le due direttrici di cui sopra, quella bizantina e quella araba e di conseguenza la medicina ellenistica, sarebbero confluite, attorno all’anno mille, nella prima Scuola di Medicina del Mondo Occidentale Moderno, la Scuola Medica Salernitana.L’avvento della Scuola Medica Salernitana e Trotula de Ruggiero

La prima donna che si sia interessata della salute infantile viene appunto dalla scuola Salernitana: Trotula de Ruggiero. Ella, sempre definita “Medichessa”, può essere considerata a pieno titolo come la Prima Pediatra della Storia.

Nata intorno al 1035-1040 e morta nel 1097 secondo i registri delle Morti della Cattedrale, appartenente alla nobile famiglia dei de Ruggiero, sposata con Giovanni Plateario senior da cui ha Giovanni junior e Matteo, tutti ragguardevoli esponenti della Medicina salernitana. Tra i suoi contemporanei ella fu nota come Trotula o Trocta o Trotta come uxor Platearii e mulier sapiens e Magistra.

Cofone anatomista e suo contemporano la citava con orgoglio nelle conferenze in Francia e lo stesso Giovanni da Rodi ne copiò integralmente il testo. Bernardo da Provenza nel 1150 la cita col nome di Tortula. In Pietro Ispano,Papa Giovanni XXI nel 1276 autore del Thesaurum Pauperum vengono citati i rimedi della Trotula.

Se della stessa Trotula i riferimenti bibliografici sono scarsi, si trovano invece numerose citazioni in manoscritti del XIII, XIV e XV secolo. In particolare, in un’opera del 1554 (“miscellanea empirica”), vengono riportate diverse indicazioni di Trotula, provenienti dal suo testo “de mulierum passionibus ante in et post partum”,a cura di Benedetto Vittorio Faventino, eminente medico veneziano.

Nel “De Mulierum passionibus” sono condensati una serie di ammaestramenti, di regole e di rimedi rivolti alla gestante, alla partoriente e alla puerpera ai fini di una buona riuscita della gravidanza. L’ultima parte del testo, ritenuta un’opera a se stante (De ornatu), riguarda una serie di suggerimenti atti a ricostruire il benessere fisico e psichico della donna e del suo bambino.

E proprio in questo trattato è contenuta la descrizione di alcuni metodi, alcuni accorgimenti atti a preservare la salute del neonato e del bambino, consigli di procedure comunemente eseguite all’epoca (siamo nell’XI sec.), supportati dall’esperienza.

Ne riportiamo qualcuno: Il cordone ombelicale sia reciso a tre dita dall’addome (ligetur umbilicus tribus digitis

a ventre mensuratis – Cap.XVIII)

Il bambino venga spesso strofinato e tutte le sue membra vengano racchiuse in fasce affinchè crescano dritte (Puer praeterea saepe est fricandus et quaelibet eius membra in una quaque parte fascia sunt retinenda et iungenda et rectificanda sunt eius membra – Cap.XVIII)

Vicino a lui si pronuncino cantilene e parole facili, mai cantare con voce aspra o rauca (Coram eo cantilenis et facilibus utendum vocibus, nec asperis vocibus cantandum neque raucis- Cap.XVIII)

Appena nato si tenga il bambino con gli occhi coperti e non lo si esponga in luoghi luminosi. (In principio nativitatis oculi cooperiendi sunt, et summopere cavendum est ne sit il loco lucido – Cap.XVIII)

La Trotula non fu l’unica donna “medichessa” a Salerno, scrive Antonio Mazza, priore della Scuola nel XVII sec, nel suo “Historiarum epitome de rebus salernitanis” confermando questa singolare tradizione: “Fiorirono, insegnando nello Studio patrio e discettando in cattedra Abella, Mercuriade, Rebecca…(Floruere igitur in Patrio Studio ac in Cathedris disceptando Abella, Mercuriadis, Rebecca etc.)

Questo dimostra che in una cultura rinomata di medici era possibile che donne ed in particolari mogli di medici potessero dedicarsi a quest’arte, creando le prime figure femminili in un contesto sociale medioevale che aveva strettamente bisogno di prime cure per la donna e l’infanzia.

Lo stesso De Renzi e la Hurd Mead come studiosi hanno colto nella donna il medico che con grazia ed interrogazione tasta il polso dell’ammalato per poter alleviare il male.

A conferma della vericità storica di questa Trotula nel British Museum, ai margini di una copia della edizione del De mulierum passionibus di Spach è scritto: “ apprezzo questa donna ; è pressocchè impossibile che questa opera sia stata scritta da un uomo.Troppe cose vi sono dette che indicano lo sforzo di una donna di aiutare il suo sesso; e che deve essere stato estraneo alla sua naturale modestia lo scriverne, ma che sono il frutto dell’attività onesta di una donna medico,raffinata e gentile, per il bene del suo sesso,”

Ed infine, per arrivare ai nostri giorni la studiosa per eccellenza della Trotula è la Pina Boggi Cavallo, Prof. ssa Ordinaria di Psicologia all’Università degli Studi di Salerno, studiosa della Scuola Medica Salernitana, che suggella alla storia questa donna di doti eccezionali nel campo medico.

Per noi quali orientamenti?

La Trotula per tanti secoli è stata considerata esclusivamente medico ostetrica e trascurato l’interessamento per il neonato e per il bambino, dove invece nei suoi scritti rivela particolari doti pediatriche. Riscoprirla oggi sotto queste vesti dà ancor più prestigio alla Scuola Salernitana che già un millennio fa ha indicato al mondo una disciplina specialistica mai considerata nella storia, e dove non c’era spazio per pensare a cure esclusivamente idonee per il bambino.

L’esempio di questa donna anche “ Prima pediatra”, in un’epoca in cui la morbilità e mortalità infantile nei primi anni è rappresentata da una percentuale altissima, ha contribuito con i suoi insegnamenti a migliorare la vivibilità per la mamma e per il neonato. Ella dev’essere per noi Pediatri “lo stimolo” per continuare la tradizione scientifica della Scuola medica Salernitana che nessuna volontà politica o di uomo può negarci.

Prof. Carlo Montinaro Primario Pediatra Divisione di pediatria Sarno ASL SA 1 e Segretario Nazionale del Gruppo di Studio “Storia della Pediatria” della Società Italiana di Pediatria. – Cattedra itinerante di Storia della Pediatria-

Bibliografia

P. Boggi Cavallo (Salerno) “Trotula de’ ruggiero e il de passionibus: dalla leggenda alla Storia” R. Avallone (Salerno) “ La tradizione medica salernitana ed il gemellaggio Salerno-Montpellier” A. Marchisio(Roma) “L’ecologia nella nella Scuola medica Salernitana” Burd Mead Campbell K. Trotula “Isis” 1930 Caffarato Tirsi M. Rilettura e commento dell’opera “De mulierum passionibus “ di Trotula de’ Ruggiero o Trocta Salernitana “Minerva Medica” 1981 Piero Cantalupo “La practica secundum Trotam “1995


Medicina monastica

LAICOL’attuale scienza medica, che,c ontinuamente, pone alla nostra osservazione  una nuova conquista  impressionante, ci apre, quotidianamente, una finestra  sul  percorso mirabile della Medicina, che, dal mistero della nascita dell’uomo, dai suoi primordiali bisogni, dal suo anelito alla ricerca del benessere fisico e mentale, ci porta ad oggi, all’epoca delle più grandi conquiste, alle sofisticate tecnologie, alle terapie eroiche, al trapianto di organi, al genoma.

È un percorso sul quale l’uomo  ha proceduto. in continuo, incessante progresso, alla ricerca, appunto, della salute del corpo e della pace dell’anima, dall’eremita al cenobita all’uomo tecnologico di oggi.

Questo percorso della medicina implica il concetto di malattia e quello collegato di salute, che non ha mai avuto una definizione esaustiva, da quella generica, secondo cui “la salute è  l’assenza della malattia”, a quella dell’OMS (organizzazione mondiale della sanità), che afferma ”la salute è lo stato di completo benessere fisico, mentale e sociale” , a quella ancora più suggestiva del chirurgo francese Renè Leriche  “ la salute è il silenzio degli organi”.

É il percorso della Medicina, che nasce con l’uomo e comincia dalla prevenzione adattandosi egli all’ambiente, infatti, l’uomo primitivo si rifugia nelle caverne per ripararsi dai rigori del freddo, uccide le belve per confezionarsi delle pellicce per riscaldarsi e nello stesso ambiente trova i sostentamenti vitali, il mangiare per vivere, trova osservando e provando erbe e piante medicinali, con cui curare i propri mali e si immerge nei silenzi del deserto per calmare i sussulti dell’animo, in cerca della Verità.

Gli stadi per i quali la Medicina è passata, secondo il comune consenso degli storici, sarebbero da ritrovare, all’inizio, come medicina istintiva, poi medicina sacerdotale, medicina magica, medicina empirica, medicina scientifica.

Nel periodo della malattia l’uomo perde il suo naturale atteggiamento di potenza, di dominio degli eventi e si sente piccolo, cerca rifugio in qualcuno che può aiutarlo, pensa ad un Essere Superiore; prima alla magia, allo stregone, agli astri, a un dio pagano, a un Dio cristiano.

Dagli inizi al V secolo

Tra i primi eremiti, il più famoso fu certamente sant’Antonio abate, nato a Come, in Egitto, intorno al 250 d.C., che, seguendo la parola di Gesù, si ritirò in una zona desertica sulle rive del Mar Rosso, dove, per circa 80 anni, visse da anacoreta.

Il suo eremitaggio stimolò una moltitudine di seguaci e, si legge, che in migliaia seguirono il suo esempio.

Ben presto, però, alcuni anacoreti  pensarono bene che, per essere più vicini a Gesù e per essere più utili ai fratelli sofferenti,  sarebbe stato più opportuno unirsi  in cenobio.

La nascita del monachesimo cristiano cenobitico si fa risalire, convenzionalmente, al 320-350 d. C., per opera di San Pacomio, egiziano dell’alto Egitto, che, fondatore della prima abbazia,  scrisse la prima “Regola monastica”, mise ordine alla vita del Cenobio e  predicò la preghiera, la contemplazione, la carità, il reciproco servizio, il lavoro e l’assistenza ai malati dentro e fuori dal convento.

Diffuse il concetto del Cenobio ed alla sua morte ne lasciò, in attività, una decina, tra i quali anche uno femminile.

In quei  tempi rifulse, anche, la figura di San Basilio di Cesarea, detto il Grande, il quale aveva  studiato ad Atene ed a Costantinopoli. Aveva praticato l’eremitaggio e, dopo aver incontrato nei suoi viaggi tanti anacoreti, decise di abbandonare la vita contemplativa, creò un convento , divenne  Vescovo di Cesarea, in Cappadocia, fece costruire numerosi ospizi. Durante questo periodo,  formulò la “Grande Regola” e la “Piccola Regola”, che rappresentarono le norme e gli insegnamenti , che dovevano orientare la vita dei monaci, che presero il suo nome: monaci Basiliani. A lui si deve la costruzione, a Cesarea, del primo grande ospedale con sezioni separate per le singole malattie, una delle quali destinata ai lebbrosi, ai quali i monaci dedicarono  particolare attenzione e cure.

Fu ritenuto patriarca del Monachesimo orientale.

In questo periodo, in cui compaiono i primi conventi in Occidente,  acquista fama  la figura predominante  San Martino di Tours: dopo la conversione al Cristianesimo, iniziò una intensa attività di proselitismo in tutta la Francia centrale ed occidentale, ottenendo  risultati molto positivi. Fu uomo di preghiera e di azione, che raggiunse una notorietà ed un prestigio tale da essere nominato Vescovo di Tours, nel 371.

Insieme alle sue doti di carità e di saggezza, ebbe la fama di taumaturgo.

Alla sua opera si deve la creazione del primo monastero francese, a Ligugè, presso Poitiers, il Monasterium maius,”, che diventerà meta di frequenti pellegrinaggi e luogo di assistenza, oltre che umanitaria anche medica.

Con San Martino di Tours è da ricordare Giovanni Cassiano, fondatore del famoso Monastero San Vittore, a Marsiglia.

Autore di due opere fondamentali nella storia del Monachesimo: le “Istituzioni” e le “Conferenze”. Fu favorevole al Cenobitismo, rispetto all’eremitaggio, perchè nella forma consociativa si realizzava meglio la figura del Cristo. Nell’assoluta fedeltà al Vangelo ispirò un saggio equilibrio tra la contemplazione e la carità e, come servizio, organizzò l’assistenza ai pellegrini malati.

A questo punto, è già ben delineato il ruolo assistenziale degli Xenodochi, dislocati preferibilmente sulle grandi vie di pellegrinaggio, come poteva essere la Via Francigena (da Canterbury a Roma) o il cammino di Santiago di Compostela o i percorsi che portavano alla Terra Santa.

Inizialmente erano strutture predisposte per l’accoglienza dei pellegrini, che in essi trovavano ospizio gratuito. Con l’andare del tempo, i monaci oltre che accogliere i pellegrini e rifocillarli, offrivano, secondo necessità, anche assistenza medica.

Lo xenodochio-albergo, divenendo sempre più ospizio, richiese la figura di un addetto ai pellegrini infermi, nacque la figura del “monacus infirmarius”, quindi, la struttura di un “Hospitium”, di un orto dei “semplici” (termine latino-antico per dire pianta da cui si estrae un medicinale) e di una “Farmacia”.

Questi xenodochi vennero istituzionalizzati a seguito di disposizioni del Concilio di Nicea (325), che prevedevano, come obbligatoria, la presenza di un monaco, sia per l’accoglienza di pellegrini, sia per l’assistenza medica.

 Infermeria

L’idea di un locale adibito alle esigenze curative dell’infermo viene ripresa, anch’essa dall’oriente.

 Di solito queste infermerie erano sistemate in edifici separati dalla struttura centrale, perchè poteva prevedersi un isolamento per ragioni infettive.

All’inizio queste infermerie servivano solo per i monaci interni, infermi, poi anche per pellegrini malati e, ancora più tardi, fu offerta la possibilità di ricovero anche alle donne.

Le infermerie erano dotate di bagni e di solari.

Questi adattamenti presagivano l’idea del futuro ospedale.

Orto dei Semplici

Affiancato allo Xenodochio L’Hortus simplicium,  inteso come lavoro, doveva rappresentare l’alternativa alla preghiera e la soluzione di problemi economici, era il luogo annesso al Monastero, in cui i monaci coltivavano erbe e piante medicinali per l’esigenze degli infermi, ricoverati nelle infermerie.

 L’erboristeria, già allora, era una vera e propria scienza, che richiedeva un particolare impegno e perizia nel selezionare la pianta, nell’estrarre da questa il medicamento, nel trovare l’indicazione specifica per una determinata malattia, nel valutare i dosaggi, nello studiare eventuali controindicazioni ed nel trovare le eventuali associazioni tra vari rimedi, compilare, cioè, le “ricette galeniche” ed, infine, nel conservare questi estratti in vasi speciali ed in ambienti idonei, che si chiamarono “farmacie”.

Questa coltivazione seguita dalla descrizione,  dalla selezione, dallo studio e dalla sperimentazione  rappresentava l’inizio della ricerca scientifica ed il monastero si erano attrezzato per queste conquiste.

I vari abati nelle varie epoche, oltre che a dotare il Monastero di un “orto dei semplici”, imponevano ai monaci di crearsi una cultura botanica, studiando i testi classici greci e romani.

Sono da ricordare tra i più illustri trattati quelli di Teofrasto (370-286), III° sec. a.C., primo botanico della storia, che catalogò circa 300 piante e definì molte specie di funghi,  di Andreas, egiziano, vissuto anch’egli, nel III sec. a.C., di Nicandros, vissuto nel II secolo a.C.; di Krateuas, re del Ponto, di Mitridate VI Eupatore, anche lui re del Ponto (120-63); di Dioscoride, vissuto nel I° secolo d.C. e  di Galeno (129-200 d.C.).

Armarium Pigmentorium

La scienza delle erbe e piante medicinali esisteva come eredità da epoche lontane.

A Roma già erano note centinaia di sostanze medicamentose classificate da Teofrasto (circa 300, già nel III° sec. a.C.), da Dioscoride (oltre 600, nel I° sec d.C.).  Galeno aveva studiato molti farmaci ed i loro effetti positivi o pericolosi ed aveva, anche, unito insieme due o più farmaci, creando le famose “ricette galeniche”, che sono state formulate e somministrate fino a qualche decennio fa.

V-VI secolo d. C

All’inizio del V° secolo assurse  a grande prestigio Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, personaggio di profonda  cultura umanistica e storica. Uomo politico di statura nazionale, apprezzato , prima come governatore della  Lucania , senatore e segretario del re degli Ostrogoti, Teodorico, poi, come ministro, a fianco di Amalasunta, figlia di Teodorico, succeduta al trono alla morte del padre.

Per la profonda cultura umanistica e per l’abilità politica cercò di integrare la cultura gotica con quella Romana. Deluso per non aver potuto realizzare il suo programma, ritiratosi dalla politica, ritornò, nella sua villa di Vivaro , presso Squillace, in Calabria; divenne monaco e creò insieme ad altri cenobiti un monastero: il VIVARIENSE.

Essendo anche  medico di vasta fama; cercò di trasferire questa sua cultura  ai monaci, ai quali impose la traduzione di testi antichi, di dare impulso alla scienza medica. e di intendere la Medicina come arte e l’infermo come fratello.

Attraverso una ricerca più mirata, una selezione delle erbe o  delle piante arrivarono a creare delle vere e proprie farmacie il monastero godette, per le sue peculiarità  una grande notorietà.

Quasi contemporaneamente Benedetto da Norcia, (480-547), dopo un periodo di esperienza eremitica, vissuta nella zona di  Subiaco, dove aveva creato anche una decina di Monasteri, si era trasferito a Montecassino, dove aveva costruìto il più grande monastero dell’epoca..

Era informato sull’esistenza del “Vivariense”, ma non conosceva personalmente Cassiodoro.

Benedetto si accinse a caratterizzare il suo Monastero di Montecassino, , a dargli un solido assetto, inquadrarlo scientificamente e proiettarlo in una ampia prospettiva. dando inizio all’ordine dei Benedettini, formulando in modo eclettico la  “Regula” , che,  come pietra miliare, costituì il filo conduttore, che ha improntato tutto il Monachesimo dei secoli successivi, giudicata da  S, Gregorio Magno“il più bello, fecondo e duraturo miracolo” del Santo.

E’ divenuto, così, uno degli rappresentanti più significativi della Cristianità, il vero padre del Monachesimo occidentale.

Sebbene, in modo precipuo, ingiungesse ai suoi la preghiera come solenne tributo a Dio, accompagnato all’astinenza  ed alla penitenza ed il lavoro manuale per il profitto della comunità, tuttavia intese promuovere la Medicina, in tutte le sue forme, per dare sollievo ed assistenza ai fratelli malati, dando un ruolo essenziale alla “Medicina Monastica” vera e propria.

Seppe sintetizzare nella sua ”Regola Benedettina” le esperienze del suo periodo ascetico ed armonizzare le acquisizioni cenobitiche orientali con quelle occidentali esistenti prima della sua iniziativa.

In definitiva, il felice connubio preghiera-assistenza ai sofferenti, fece diventare i monasteri centri medici, che favorirono il progresso della Medicina stessa.

Una assistenza medica era prevista da secoli ed era abbastanza delineata, ma è con la “Regula” che prende forma e sviluppo scientifico.

Nel suo eclettismo riporta nella “Regula” alcune figure ed istituzioni tramandate dall’Oriente, ne sottolineò i ruoli  e  modificò le strutture secondo le sue esperienze nel periodo sublacense.

Per quanto riguarda l’arte medica nei riguardi dei fratelli infermi, i suoi orientamenti si possono ritrovare rappresentati nel Capitolo XXXVI della “Regula”: “Soprattutto ed a preferenza di ogni altra cosa, si abbia cura degli infermi, in modo da servire ad essi veramente come a Cristo, poiché Egli disse:  fui infermo e mi visitaste e….. quel che avete fatto a uno di questi miei piccoli, l’avete fatto a me”.

Ma anche gli infermi devono considerare che si serve loro in onore di Dio e con le loro esigenze non opprimano i fratelli che li assistono. In ogni modo si devono sopportare con pazienza, perché con essi c’é da meritare di  più.

Sia, perciò, somma cura dell’abate, che in nessun modo vengano trascurati.

Questi fratelli infermi abbiano una cella loro destinata ed un serviente timorato di Dio, caritatevole e sollecito. Abbiano comodità di bagni quando occorre. Ma, ai  sani e particolarmente ai giovani siano concessi meno sovente. Anche l’uso della carne venga permesso agli ammalati e a quelli molto deboli, però, una volta ristabiliti, tutti, com’é uso si astengano dalla carne.

L’abate vigili, con somma cura, che il cellerario o i servienti non trascurino gli infermi, perché ricade su di loro tutto il male che si commette dai discepoli”.

Mentre, quindi, all’inizio dell’applicazione della “Regula” il compito di “monacus infirmarius” era  affidato ad un monaco qualsiasi e solo all’interno del Monastero, in un secondo momento, in ossequio ad un nuovo  contesto storico, alle variazioni culturali  ed alla evoluzione dei tempi, necessitò un monaco specialista, studioso osservatore, dotato di spirito speculativo, che cresciuto nello spirito dell’ “ora et labora”,  “timorato di Dio”, arricchisse la sua opera, associandola al concetto cristiano della carità.

Successivamente il monaco infirmario fu autorizzato a  portare la sua opera anche all’esterno, e, più tardi ancora,  il suo compito poteva essere affidato  anche ad un laico ed, all’occorrenza, anche ad una donna.

Infermeria

L’idea di un locale adibito alle esigenze curative dell’infermo viene ripresa, anch’essa dall’oriente, basti ricordare l’iniziativa di S. Basilio di Cesarea, ma anche dalle sue personali esperienze dei numerosi monasteri creati intorno a Subiaco.

Di solito queste infermerie erano  sistemate in edifici separati dalla struttura centrale, sia perchè poteva prevedersi un isolamento per ragioni infettive, sia perchè potevano insorgere esigenze psico-sociali di necessità.

Per procurarsi le erbe medicinali si faceva ricorso al commercio di esse, allo scambio tra Monasteri, ma si ritenne necessario, per economia, di cercare un’ autosuffienza producendo in proprio erbe e piante  medicinali, quindi creare  l’”Hortus simplicium” .

Il Monastero secondo le “Regole” doveva  essere costruito su un terreno coltivabile non in ossequio al concetto ciceroniano: “si apud bibliotecam hortulum habes, nihil deerit”, ma , non solo, secondo la norma benedettina “ora et labora”, ma anche per coltivare erbe e piante medicinali.

Armarium Pigmentorium

All’epoca di Benedetto la scienza delle erbe e piante medicinali esisteva  ed era diffusa in tutti i monasteri, ma Lui fece incrementare la ricerca e la scienza medica, promovendo lo studio dei trattati di Medicina.

 Dalla sua impostazione del problema nacque, come scienza, una Medicina qualificata. I medici passati alla storia per la loro bravura  concorsero alla migliore fortuna della Scuola Salernitana. e , nello stesso tempo si avvalsero dei progressi che si verificavano a Salerno.

I benedettini  svilupparono questa scienza e, dall’ “armarium pigmentorium” iniziale, progressivamente organizzarono le farmacie.

I medicinali erano sicuri, i dosaggi e le indicazioni davano garanzie, così come la conservazione in quei vasi caratteristici, che ancora oggi abbelliscono le farmacie. Non sempre, infatti la stagione metteva a disposizione la pianta o l’erba necessaria: era importante l’essiccamento e la conservazione ed il rifornimento da altri monasteri, qualche volta anche dall’oriente.

Hospitium

 Benedetto, creando i suoi monasteri, non solo stabilì le Regole che informavano la vita dei monaci, ma volle che fossero “centri dinamici di vitalità spirituale  e sociale”. Il monastero accoglieva ogni pellegrino, nel quale si raffigurava la figura del Cristo Redentore. Il trattamento da riservare all’ospite, per S. Benedetto è talmente basilare, che vi ha espressamente dedicato il capitolo 53 nella sua Regola:

”Gli ospiti che arrivano siano accolti tutti come se fossero Cristo, perchè Egli dirà un giorno: fui pellegrino e mi riceveste. E a tutti si faccia onore come si conviene, ma particolarmente ai congiunti nella Fede ed ai pellegrini. Appena dunque sarà annunciato l’ospite, gli vada incontro il superiore o qualche fratello, con ogni dimostrazione di carità; e anzitutto preghino insieme, poi, scambino l’abbraccio di pace. Questo, però, non sia offerto se non dopo la preghiera per prevenire ogni illusione diabolica. Anche nel modo di salutare si mostri grande umiltà verso tutti gli ospiti che vengono o che partono: col capo chino, tutto il corpo prostrato in terrà, si adori Cristo che in esso viene ricevuto. Gli ospiti così accolti vengano accompagnati all’orazione, dopo che il superiore o quello che egli avrà a ciò destinato, terrà loro compagnia.

Sia letta all’ospite la Legge divina per sua educazione e, dopo di ciò, gli si usi ogni cortesia.

In onore dell’ospite il superiore interrompa il digiuno, a meno non sia  giorno solenne di digiuno, che non si possa violare. I fratelli, però, continuino i loro digiuno ordinari.

L’abate dia acqua alle mani degli ospiti: egli, poi, e l’intera comunità lavino i piedi a tutti gli ospiti, dopo la lavanda, dicano questo verso: abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel mezzo del  suo tempio.

Soprattutto nel ricevere i poveri e i pellegrini  si usi gran riguardo e premura, poiché, in essi specialmente si riceve Cristo; mentre la potenza dei ricchi da se sola s’impone al rispetto. La cella degli ospiti essa pure abbia assegnato un fratello dall’anima piena del timor di Dio; e vi sia predisposto un numero sufficiente di letti: la casa del Signore sia affidata a dei saggi e amministrata con saggezza”.

“Scriptoria e Biblioteche”

Gran parte del patrimonio culturale che ci è stato trasmesso dai Benedettini è dovuto alla attività intellettuale  che i monaci dovevano rigorosamente esercitare in rispetto del capitolo LXVIII della Regola. Sono espressione del pensiero benedettino.

”Scholae coenobiales medicae”

Benedetto nella “Regola” si è preoccupato di dare ampio spazio alle attività speculative e lavorative, ma non ha trascurato di sollecitare i monaci allo studio ed alla traduzione di testi antichi. Ha istituito, nel Monastero, delle scuole, che hanno permesso all’arte medica di fare notevoli progressi e di facilitare per i giovani nuove scoperte. Le scuole, inoltre, servivano ad assicurare il ricambio in caso di decessi o abbandono, ma anche a creare specialisti. Esse rappresentano un’istituzione prettamente Benedettina .

VIII-XII secolo d.C.

l’influenza della Scuola di Montecassino

L’Attività monastica di Montecassino e la sua “Regula” influenzarono in un momento politico difficile, tutti i movimenti letterari e scientifici dell’Occidente.

Nacquero decine di monasteri, che, prima o poi, adottarono la regola di San Benedetto ed in linea generale tutta la nuova produzione si aggiungeva ai canoni antichi dei nostri avi cristiani..

Montecassino primeggiò sui tanti nuovi monasteri per l’opera grandiosa e l’esempio di  Benedetto da Norcia.

All’interno di quel Monastero lavorarono  studiosi importanti, che illuminarono l’opera e crearono, con San Benedetto, le basi della civiltà cristiana occidentale.

Tra i tanti monaci-abati eccellenti, emersero, Federico dei Duchi di Lorena, nominato abate di Montecassino dal papa Vittore II e chiamato a succedergli alla sua morte, divenendo papa Stefano IX;  il suo successore l‘abate Desiderio, divenuto papa Vittore III, (1085-1087), l’abate Bertario, il monaco medico Alfano, che diventò Vescovo di Salerno e l’illustre medico Costantino l’Africano, forse il più illuminato.

Desiderio ha lasciato opere importanti come i tre libri, i Dialoghi, tutti riguardanti la medicina. Egli si era formato nella Scuola Salernitana, a Salerno, da dove fece ritorno, portando con se il grande studioso Alfano, che, poi, diventò monaco.

Desiderio è ricordato anche perchè ha tradotto in latino l’opera di Nemesio “ De natura hominis” ed ha completato l’opera di un altro grande predecessore l’abate Bertario.

 Bertario pensava in ordine universale, tanto che a Montecassino aveva colloqui con il papa Adriano II, con il papa Giovanni VII, con l’imperatore Ludovico II e personalità di questo livello. Purtroppo la sua opera fu interrotta dall’invasione dei Saraceni che distrussero Montecassino e trucidarono  Bertario ed i suoi monaci. Era l’anno 883.

Alfano (1010-1085), nacque a Salerno, da famiglia agiata, diventò medico, compagno di studi di Desiderio, fu subito docente nella scuola medica salernitana. Per ragioni politiche lasciò Salerno, seguendo il suo amico Desiderio a Montecassino,  dove trovò amicizia  con Federico di Lorena e con Costantino l’Africano. Era amico del noto benedettino Ildebrando di Soana, divenuto, poi, papa Gregorio VII.

Alfano è passato alla storia come una delle figure più rappresentative come poeta, teologo medico illustre,  pastore di anime.

Questo periodo, decisamente florido per la medicina monastica, per l’impulso dei monaci-medici   più importanti dell’epoca, come Varioponto e Petroncello, ma soprattutto di Alfano,  che scrisse due testi importanti, “De quatuor humoribus” e “De Pulsis”, raggiunse l’apice del prestigio quando si avvalse dell’opera di, Costantino  l’Africano, un intellettuale famoso,  medico  che per la sua esperienza vissuta a Salerno, per le conoscenze acquisite girando per  il mondo, per la sua preparazione culturale, per la conoscenza delle lingue orientali. Perseguitato a Salerno, dove era docente della scuola Salernitana, seguì il suo amico abate Desiderio a Montecassino; da musulmano si convertì al Cristianesimo e, rimanendo in quel Monastero, tradusse molti trattati di medicina araba, che non erano conosciuti a Roma al tempo di Galeno, contribuendo a dare un notevole impulso alla medicina di quei tempi.

La medicina monastica di Montecassino e la Scuola Medica di Salerno si sono integrati a vicenda, sia come scambio di conoscenze che di docenti. Dai maestri di quell’epoca ci è stato tramandato il “Regimen Sanitatis”, che per secoli ha rappresentato una testimonianza  scientifica di avanguardia, un insegnamento per tutti gli studiosi, una codificazione completa del progresso scientifico di allora, merito e gloria di tanti monaci infirmari, che hanno saputo migliorare la Medicina  ed aprire una finestra sul futuro Rinascimento.

Alcuni esempi di Medicina dei Semplici

Dal “Regimen sanitatis” alcuni esempi di piante comuni, significativi di quel progresso  scientifico:

“Aloe: l’aloe dissecca le ferite,rigenera la carne, sana il prepuzio ulcerato, e, col miele, il nerume delle palpebre: efficacemente purga il cerume delle orecchie, gli occhi, il capo e la lingua, rafforza lo stomaco, giova all’itterico, risana il fegato, impedisce la calvizie, ma da solo offende le visceri.

IL Rosmarino. rafforza lo stomaco, toglie le sofferenze del tenesmo, inebria e col suo profumo inebria le membra..

L’Artemisia, bevuta facilita l’orina e toglie la pietra; se si beve soltanto la verde erba pestata si applica alle parti pudende e si pone sul ventre, espelle l’aborto.

La Canfora deprime la virilità con il suo odore.

La Cannella la vera cannella è apportatrice di moltissimi doni: rafforza le membra, il fegato, il petto, la voce, le visceri, e allontana dal cuore l’innaturale palpito.

Il Cappero apre le ostruzioni del fegato e della milza con forza allontana dallo stomaco i superflui umori, riduce la milza e allarga gli stretti meati dell’orina.

Il finocchio: il seme del finocchio bevuto col vino eccita ai piaceri di Venere e si dice che ridesti nei vecchi il giovanil vigore; il finocchio scaccia le sofferenze dei polmoni e del fegato, toglie lentamente il fetido alito e il nero umore, il seme del finocchio apre pure gli spiragli dell’ano.

La Liquirizia: abbi per te la disprezzata polvere di liquirizia. Essa bagnerà il petto, il polmone, le vene e darà calore; togliendo la sete, espelle dallo stomaco le sostanze nocive e viene in aiuto a tutti gli organi della respirazione.

La malva: gli antichi la chiamarono malva, perchè ammorbidisce il ventre; le radici della malva

sciolgono le feci. muovono il flusso mestruale e spesso lo espellono.

La Menta mentisce la menta, se sia lenta ad espellere dal ventre e dallo stomaco i dannosi lombrichi. giammai la menta indugiò ad   apprestare aiuto allo stomaco.

La Noce moscata rafforza i cuori indeboliti , giova allo stomaco e toglie dagli occhi la scotomia .

Il Rabarbaro curando il fegato, frena le visceri rilasciate.

La Ruta: nobile è la ruta, perchè rende la vista acuta; col suo aiuto, o uomo cisposo, acutamente vedrai. Mangiando la ruta cruda purghi gli occhi dalla caligine; essa frena negli uomini il desiderio del coito, nelle donne l’accende; rende casto la ruta. rischiara la vista e infonde scaltrezza; la ruta cotta libera la case dalle pulci.

Lo Zenzero zuccherato toglie la frigidità dello stomaco, del torace dei reni e arreca sollievo; mangiato al mattino, efficacemente purga il petto, lo addolcisce e scaccia la flemma dai reni; chiarisce la vista mangiandolo spesso, essicca gli umori e allontana l’afflusso del sangue dal cuore, aumenta il calore dello stomaco e facilita la digestione. Lo zenzero purga lo stomaco e ristora il cervello; allontana la sete e spinge i giovani all’amore”.

Per quanto riguarda la patologia e la terapia,è emblematico un esempio di trattamento di una affezione comune: la gotta.

“Varietà di gotta: la gotta che colpisce il lato destro produce la paralisi; se colpisce i piedi causa la podagra, se attacca le mani si ha la chiragra, se le articolazioni genera l’artritismo; se il nervo sciatico, è la sciatica che ne deriva; il tetano causa la rigidità di tutte le membra.”

Cura della gotta e dell’artritismo

“Si cuociano vino, castoreo, tasso e camomilla; aspergi le artritiche membra e ne avrai giovamento; si aggiunga balsamo, poiché si giudica che a tutti sovrasta, si afferma pure che molto giovi lo sterco di stambecco, se usato come cataplasma sia efficace la sua virtù.

Gioverà pure la cicuta cotta in pastello e, applicata come cataplasma, subito scaccerà i tormenti del male. In vino poderoso sia cotta la ruta medicinale, è provato che per la sua sicura virtù attenua questo male.

Mentre tormenta il dolore, tutto ciò che dà calore è lenimento, ma sia dopo, che prima, gioveranno gli sperimentati rimedi; tuttavia la camomilla , cotta in limpida acqua sarà efficace e con pezzuole in essa bagnate sempre lenirà il dolore.

Anche l’indivia giova, rinfresca, e nel tempo stesso , dà calore e nei malanni manifesta virtù lenitrici; si aggiunga balsamo, ed è provato che maggiore è il beneficio; il medico non può curare chi , affetto da podagra,sia nervoso.

San Benedetto e la sua “Regula”, centinaia d’illustri abati,  migliaia  di monaci umili e preziosi, per molti secoli hanno studiato, sperimentato, regolamentato una infinità di “semplici”, ponendo le basi alle Università Rinascimentali. Queste hanno dato avvio ad una medicina più scientifica mantenendo sempre una efficace collaborazione erboristica, che rappresenta ancora oltre che un valore storico una branca con caratteristiche e peculiarità che la rendono sempre efficace.”

 


La medicina nel Medioevo

Dal II al IV secolo: fame, pestilenze e guerre sconvolsero tutta l’Italia: c’erano pochi posti ove la gente potesse recarsi e sentirsi sicura. C’era anche la necessità di trovare un luogo ove i malati e i feriti potessero trovare ricovero e assistenza. La cura era quella già conosciuta: ciò che “funzionava”, semplicemente era ripetuto. Questo pose termine all’apprendimento medico e alla sperimentazione ed aprì la porta a falsi trattamenti, all’inganno e agli amuleti.

Per alleviare le sofferenze dei malati erano infatti considerati, tra l’altro: cuore di lepre (per la febbre quartana); carne lessata di cane neonato (per le coliche); tre violette (come prevenzione dalle malattie); e una infinità di frasi “magiche” per la cura, ad esempio di orzaioli, corpi estranei nell’occhio, paterecci, dolori addominali. Esistevano anche “giorni” adeguati per la preparazione delle medicine, tipi di preghiere da recitare, pratiche speciali da compiere (legare una scrofa al letto; usare uova di formica miste a olio di scorpione e carne di leone; bere sangue di capretto, eccetera).

I “malefici” erano nell’ordine comune delle cose, e quindi i sortilegi e la invocazione dei miracoli erano accetti e di largo uso. C’era sempre un santo per le malattie: sant’Antonio (fuoco sacro); sant’Andrea (spasmi); san Giovanni (convulsioni); oppure venivano compiuti pellegrinaggi in talune località per guarire l’epilessia, la corea, l’ergotismo, ecc. Con il decadimento intellettuale la gente tornò ai grandi insegnamenti del passato e per ogni necessità venivano consultati i testi di Ippocrate e Galeno. La sola istituzione che ebbe il potere di offrire ed assicurare assistenza a tali bisognosi fu la Chiesa di Roma: la medicina letteraria trovò una sede nelle chiese e nei chiostri. Qui l’informazione sopravvisse e poterono essere conservati i dati dei pazienti. Sfortunatamente i monaci erano conosciuti quali uomini pratici: essi sostenevano che leggi naturali governavano la vita degli uomini e che non c’era motivo di preoccuparsi delle acquisizioni mediche. Inoltre c’era un altro motivo per cui la pratica medica dei “secoli bui” si accentrò nei monasteri: essi erano dove erano gli ospedali e dove si possedevano le liste delle erbe mediche. La gente in cerca di aiuto doveva recarsi presso di loro.

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IL MONACHESIMO E LA MEDICINA MONASTICA

Alcuni cenni storici Nell’anno 300 ca. d.C. si ha la nascita del monachesimo cristiano in Egitto ed in Siria. San Pacomio (287-346) fonda il primo cenobio (vita comune) nel 320 circa, a Tabennisi nell’alto Egitto. Alla sua regola si sono ispirate tutte le successive regole monastiche. Sempre in Egitto era nato l’anacoretismo con Antonio (sant’Antonio abate) che si era ritirato nel deserto per cercarvi laperfezione dell’anima. è stata la prima figura storica del monachesimo. Le abitazioni dei suoi primi seguaci, sparse attorno alla cella del santo, furono chiamate “monasteri”. La tendenza naturale di riunirsi, avendo simili sentimenti e la stessa vocazione a un tipo di ascesi diversa, fece nascere i “conventi”. Pacomio (dal copto Pa-ahom, “dall’aquila”) educò i suoi discepoli alla vita comune, costituendo poco lontano dalle rive del Nilo la prima koinonia, una comunità cristiana, a imitazione di quella fondata dagli apostoli a Gerusalemme, basata sulla comunione nella preghiera, nel lavoro e nella refezione, e concretizzata nel servizio reciproco. In breve tempo un centinaio di monaci si unirono a lui e così poté fondare dieci nuovi monasteri. Contemporaneamente a quelli maschili nacquero i primi cenobi femminili: il più antico di essi in Occidente fu probabilmente il convento fondato a Roma attorno al 360; mentre una delle prime regole per monache fu quella dettata da san Cesario (470 circa – 542) per il cenobio di Arles, nel quale, tra le altre attività, una suora esercitava la medicina pratica. In seguito il convento femminile di Poitiers, fondato secondo la stessa regola da santa Radegonda, (518-587) si dedicò alla cura dei malati. San Benedetto da Norcia (480ca.- 547) dettò ai monaci del monastero di Montecassino, da lui fondato nel 529, la Regula Monachorum (Regola Benedettina), che divenne la più importante regola monastica dell’Occidente. Il monachesimo di san Benedetto oltre alle predominanti preghiere e lodi a Dio, promosse anche varie attività, tra cui gli studi medici, iniziando in effetti la “medicina monastica”. Si formarono centri di studio della medicina in tutta Europa. A titolo esemplificativo si possono ricordare i monasteri di Chartres, di Cluny, di San Gallo, di Aberdeen, di Reichenau. Lo studio della medicina comprese anche la copiatura, da parte degli amanuensi, di codici e testi di autori dell’antichità. Tale rinascita della medicina medievale, contrapponendosi a quella popolare, ebbe centro a Montecassino e a Roma ma anche a Farfa (Rieti), dove fu fondato un hospitale e a Fossanova, presso Latina, dove l’attività medica principale dell’abbazia consistette nella cura dei malarici delle vicine paludi e fatta segno di speciale benevolenza da parte dei numerosi pontefici, massimamente di Innocenzo III. Grande importanza, anche politica, acquistarono infatti quei centri monastici in luoghi malarici, non esclusa l’opera di risanamento prestata dai monaci. L’attività medica dei monaci cistercensi va inquadrata pertanto in questa secolare tradizione, ispirata non soltanto alla Regola di san Benedetto, ma rispetto a quanto mano a mano nei secoli veniva deciso dai Concili, dai papi e dalle autorità laiche. A Montecassino Flavio Magno Aurelio Cassiodoro incoraggiò i monaci allo studio della medicina e all’insegnamento delle erbe e dei medicamenti. Riprese lo studio e la diffusione di Ippocrate, Galeno, e altri: diede un forte sostegno e sviluppo all’educazione medica. Durante tutto l’Alto Medioevo, i monasteri, disseminati lungo le grandi vie di pellegrinaggio verso la Terra Santa, si dedicarono all’assistenza dei pellegrini ammalati, oltre alla costruzione ed alla gestione di altri centri di assistenza (xenodochi) presso ai monasteri stessi. Si diffusero anche i medici – monaci vaganti. I Benedettini fondarono le scuole di Carlo Magno ed egli ne ampliò la diffusione. Nell’ 805 Carlo Magno ordinò che la medicina, sotto il nome di fisica, fosse introdotta nei programmi regolari di insegnamento. Si registra che il monastero di San Gallo nell’820 avesse un giardino di erbe mediche, 6 camere per malati, una farmacia e un alloggio speciale per i medici. Questo fu forse il primo esempio di ospedale nell’Europa Occidentale.

Nel XII secolo aumentò l’opposizione alle attività extraconventuali dei medici-monaci, e tale posizione venne sancita a più riprese dalle massime autorità ecclesiastiche. Papa Innocenzo II (1130-1143), in tre concili, fece vietare ai monaci l’esercizio della medicina intesa come fonte di profitti materiali. Di qui derivò l’osservanza strettamente letterale della Regola Benedettina propugnata dai Cistercensi: di qui derivarono compiti e nuovi indirizzi all’assistenza dei malati svolta nei conventi.

Proibizione dell’esercizio della medicina ai religiosi 1131 – Concilio di Reims Innocenzo II proibisce che canonici e monaci studino medicina a scopo di lucro 1157 – Capitolo generale dei Cistercensi Proibizione dell’esercizio esterno 1163 – Concilio di Tours Proibizione che i religiosi “escano” per studiare medicina 1195 – Concilio di Montpellier Proibizione dello studio della medicina 1212 – Concilio di Parigi Minaccia di scomunica per i religiosi che, trovandosi fuori per l’esercizio della medicina, entro due mesi non rientrino nel convento 1215 – Concilio Laterano Ecclesia abhorret a sanguine: proibizione della pratica della chirurgia

Le infermerie monastiche raggiunsero talvolta ragguardevoli dimensioni. Gli statuti dei monasteri cistercensi ricordano spesso l’infermeria riservata ai poveri, infirmarium pauperum; inoltre i conventi erano spesso forniti di appositi edifici per l’isolamento e la cura dei lebbrosi e degli appestati. I medici-monaci potevano uscire dal convento soltanto per curare gli ammalati che si trovavano nelle immediate vicinanze, ed era loro vietato il pernottamento fuori sede.

Gli ospedali annessi alle abbazie Cistercensi venivano fondati allo scopo di nutrire i poveri, come si praticava nel monastero di Valle S. Egidio di Buch. La sede di monasteri ed abbazie fu spesso scelta nei luoghi paludosi nelle zone infestate dalla malaria. Ai monaci veniva richiesta la presenza in tali luoghi, anche a costo della loro morte. La medicina monastica basava la “speranza della guarigione” sulla misericordia di Dio e l’azione dei semplici. Nasce così, dentro le mura del monastero, l’orto dei semplici e l’armarium pigmentariorum, rispettivamente per la coltivazione delle erbe medicinali e per la loro conservazione. Il monachus infirmarius svolgeva queste funzioni, a somiglianza, si potrebbe pensare, di un farmacologo, un medico ed un farmacista. Costui infatti preparava le medicine e curava ad un tempo i monaci malati, i pellegrini, i vecchi ed i poveri in genere.

Nella seconda metà dell’XI secolo, Costantino Africano, monaco del monastero di Montecassino, iniziò la traduzione in latino dei testi arabi d’argomento medico. Il rapporto tra il monachesimo e la medicina andò mutando nel tempo: se i primi monaci predicavano l’umiliazione della carne, i benedettini, dal concetto che il corpo deve essere dominato giunsero, dopo la riforma cluniacense (X-XI secolo), a preferire il raccoglimento e la preghiera. Negli infirmari monastici, il frate malato veniva ricoverato per il tempo che bastava perché potesse tornare a pregare e a lavorare. In seguito, nei secoli XII e XIII ci fu l’assistenza anche ai malati laici, con l’istituzione degli Ordini Ospedalieri, modellati sulla Regola di sant’Agostino. In Europa si diffusero gli ospedali ed i lebbrosari, con il compito dapprima dell’assistenza, ma successivamente anche della cura dei pellegrini e degli ammalati Con il concetto cristiano di charitas nacquero gli ospedali, intesi dapprima come luogo di accoglienza dei deboli (poveri, pellegrini e ammalati), poi come strutture dedite alla cura delle malattie. I primi ospedali, a partire dall’editto di Costantino, sono individuati in luoghi di ospitalità costruiti accanto alle chiese, specie quando queste sorgevano lungo le principali vie di comunicazione. La medicina divenne conventuale non solo perché gli studi medici ebbero asilo e sviluppo esclusivamente nei conventi, ma anche perché fu attorno ad essi che si formarono i centri di ricovero e poi gli ospedali. Nessuno infatti, in quell’epoca di sanguinose contese, avrebbe potuto avere la pace e la serenità necessarie per compiere l’assistenza agli infermi fuorché gli ordini religiosi. In particolare fu in Irlanda, ove si era diffuso il Cristianesimo nel V secolo, che si sviluppò un centro di studi sugli antichi testi nei conventi fondati da san Patrizio. Nel VI e VII secolo i monaci si distribuirono in Inghilterra e nel continente fondando molti chiostri che divennero famosi per gli studi medici, come quello di San Gallo, ma anche di Bobbio, presso Piacenza. Con l’incremento dei traffici e dei pellegrinaggi, a partire dal X secolo vi fu un aumento dei luoghi di assistenza che, dal XII secolo in poi, furono spesso sotto la custodia di Ordini monastico-militari sorti con le Crociate, quali Templari, Teutonici, Ospitalieri di San Lazzaro e soprattutto Gerosolimitani.

Dal XIV secolo gli Ospedali entrarono a far parte del contesto amministrativo urbano: retti da confraternite religiose o dalle stesse amministrazioni comunali, ebbero a loro disposizione uno o più medici e chirurghi per i ricoverati, e furono retti da statuti che assicuravano un trattamento ottimale di vitto e alloggio ai ricoverati secondo i principi igienici dell’epoca.

Gli ospedali comunque non offrivano assistenza ai lebbrosi, per i quali esistevano appositi lebbrosari, che erano strutturati come comunità di malati, isolati dal mondo (il lebbroso era considerato quasi un morto vivente) e spesso autogestiti. Nei monasteri invece esistevano strutture specializzate dedicate ai monaci, ma talora aperte anche ai pellegrini, in cui, secondo la Regola del monastero, venivano ricoverati i monaci malati per il tempo strettamente necessario per riacquistare la salute.

Generalmente i malati erano assistiti da un monaco infirmario, pratico di medicina. La letteratura medica è quasi esclusivamente ecclesiastica, perché soltanto i clerici conoscevano la scrittura ed erano in grado di leggere gli antichi testi. Questa medicina conventuale, anche fuori d’Italia, si sviluppò rapidamente e ricorda, fra i suoi maggiori maestri, il magontino Hrabanus Maurus (776-856), monaco del Chiostro dei Benedettini di Fulda, allievo di Alcuino, e Walfrido Strabone (m. 849), abate del Chiostro di Reichenau. Essi mantennero l’antica tradizione degli studi medici, iniziarono a costituire piccoli ospedali annessi ai conventi, iniziarono a curare amorevolmente i degenti.


La medicina cinese

medicina-cineseL’esempio più autorevole e senza dubbio la medicina tradizionale cinese che tiene banco ancora oggi, questa dovrebbe risalire a non meno del 3500 a.C. con i suoi primi testi che ancora oggi sono materia di studio.
Lo stato di salute è fondato sull’equilibrio di due principi basilari: lo Yang (o principio maschile) e lo Yin (o principio femminile). Certo anche la medicina cinese non appare come una pratica a sé stante, cioè priva di contaminazioni da parte di discipline non scientifiche come la filosofia o la religione, ma segna un passo notevole verso la concezione moderna. La farmacologia cinese poteva contare su ben 2000 farmaci codificati alcuni dei quali ancora oggi in uso presso le culture occidentali come l’oppio, il ferro contro l’anemia ecc. La chirurgia era praticata e ben conosciuta, notevoli gli interventi di chirurgia plastica sugli arti o gli interventi di castrazione.
All’arte medica cinese si deve anche il primo tentativo, pare, di immunizzazione attiva contro il vaiolo: venivano infatti fatti inalare piccoli quantitativi di polvere derivante da croste essiccate estratte da soggetti malati. La testimonianza forse più forte della validità della medicina tradizionale cinese resta sicuramente l’agopuntura che ancora oggi molto praticata in tutto il mondo trova le sue origina circa nel 2700 a.C.