cù-ra dal latino: [cura] derivato dalla radice [ku-/kav-] osservare. Da confrontare con il sanscrito [kavi] saggio.

Archivio per ottobre, 2013

IL POTERE FEMMINILE E LO SCIAMANESIMO

Occhi di terra e di cielo

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Lo sciamanesimo femminile si basa sul ciclo del sangue: i misteri di sangue del parto e delle mestruazioni sono il nucleo dello sciamanesimo femminile. Molte caratteristiche dello sciamanesimo possono appartenere sia agli uomini che alle donne senza riguardo per le loro differenze biologiche. Sciamani di entrambi i sessi che suonano tamburi, intonano canti rituali e compiono guarigioni esistono in tutto il mondo, anche se in molti luoghi gli sciamani di una tribù appartengono in modo predominante o a un sesso o all’altro. La tribù degli Huichol in Messico, per esempio, è specializzata sia in guarigione sciamanica che in arte sciamanica. Gli uomini sono per la maggior parte guaritori e ritualisti e le donne artiste. Da sempre uomini e donne Huichol operano insieme lungo i sentieri paralleli del guaritore e dell’artista e spesso mariti e mogli seguono l’apprendistato per lo stesso periodo di anni, offrendo sacrifici differenti alle diverse divinità che…

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LA MEDICINA MESOPOTAMICA E GLI ASSIRO-BABILONESI

La Mesopotamia (3600-2000 a.C.) può essere considerata la culla dell’anatomia. Questa disciplina si sviluppò a partire dall’Aruspicina, l’arte di prevedere il futuro dall’esame dei visceri degli animali sacrificati agli dei. I primi a praticare l’Aruspicina furono i Sumeri; anche i loro successori, Assiri Babilonesi, usarono questa tecnica divinatoria. Non sono arrivati fino a noi testi di medicina mesopotamici. Tuttavia, informazioni sulle pratiche mediche dell’epoca sono frequenti nelle tavolette di argilla rinvenute nelle biblioteche dei sovrani assiri e babilonesi. Come per i popoli antichi l’eziologia di una certa malattia è legata al soprannaturale e precisamente all’ira di un certo demone specifico per quella affezione e la relativa cura è basata su rituali magici di scongiurazione ed esorcismo. Le pratiche dovevano essere incentrate sul rito espiatorio e su una certa forma di empirismo primitivo. Spesso la malattia veniva considerata come un qualcosa d’impuro da cui ci si doveva liberare tramite un lavaggio e per cui erano prescritti abluzioni o bagni in determinati luoghi sacri o con rituali codificati. Il sacrificio era certamente presente, ma anche era radicata la conoscenza di piante ed erbe medicamentose donate all’uomo da una particolare divinità che prende il nome di Aura Mazda. (periodo ca. 3000 – 2000 a.C.)  Per i Mesopotamici quindi, così come per i loro antenati, la malattia era ancora considerata un castigo divino, anche se cominciavano ad intuire l’esistenza di cause non soprannaturali. I medici, perciò, ricorrevano alla divinazione per scoprire il peccato commesso dal malato e capire l’espiazione richiesta dagli dei, ma osservavano anche i sintomi del paziente per stabilirne la gravità. Presso i templi, poi, avevano sede delle vere e proprie scuole mediche, le prime della nostra storia; in esse avveniva la formazione del giovane medico per mezzo di attività pratiche e di una grande quantità di testi disponibili sotto forma di tavolette di creta. I medici della Mesopotamia, chiamati asu, ossia “colui che conosce le acque” (da questo si rileva l’importanza dell’acqua negli esorcismi), avevano la capacità di spiegare i sogni e usa impacchi, bagni e lavaggi nel fiume per le terapie; si occupavano certamente di preghiere e divinazioni ma, il loro compito fondamentale era la cura fisica del malato attraverso farmaci e operazioni. Essi esercitavano perlopiù presso la corte, i nobili e le persone di elevato rango, ma sembra che esistessero anche dei barbieri, gallubu, chirurghi barbieri di casta inferiore che incarna la figura del barbiere medioevale europeo, e che trovano omologhi in altre culture, come il Tepal azteca, e che eseguivano alcune operazioni chirurgiche, soprattutto estrazioni di denti, drenaggio di ascessi, flebotomie; si potevano trovare alcune varianti come baru, mago incaricato dell’interrogatorio rituale, ashipu, specializzato in esorcismi. Nel museo del Louvre si può contemplare un timbro di alabastro di più di 4000 anni con una scritta in cui si menziona il primo nome conosciuto di un medico. “Oh Ednimungi, servitore del dio Girra, protettore delle partorienti, Ur-Lugal-edin-na, il médico, è il tuo servitore”. Questo timbro, utilizzato per firmare documenti e ricette, rappresenta 2 coltelli circondati da piante medicinali.
La sede dell’intelletto era nel cuore, la sede essenziale della vita era nel sangue e l’organo centrale della circolazione era il fegato (dalla posizione, dalle irregolarità e dalla forma del fegato degli animali si traevano predizioni e auspici). La diagnosi per i popoli assiro-babilonese è incentrata sull’osservazione del fegato, ritenuto l’origine del sangue e dunque l’organo più importante e dunque oggetto della maggior parte dei riti prescritti.

La principale testimonianza della forma di vita delle civiltà mesopotamiche si ritrova nel codice di Hammurabi, una ampia normativa deontologica, una compilazione di leggi e di norme amministrative raccolta dal re babilonese Hammurabi, tagliato in un blocco di diorite, alto 2,5 metri per 1.90 metri di base, collocato nel tempio di Sippar. In esso si specificano, in tredici articoli, le resposabilità del medico nell’esercizio della sua professione, le pene previste per mala praxis e i compensi riservati ai medici. (periodo ca. 1792 – 323 a.C.)
La cura dei malati viene, quindi, riconosciuta per la prima volta come attività professionale all’interno della prima società organizzata.
Grazie a questo testo e una serie di circa 30 mila tavolette compilate da Asurbanipal (669-626 a. C.), provenienti dalla biblioteca scoperta a Ninive nel 1841 da Henry Layard, si è potuto intuire la concezione della salute e della malattia in questo periodo, così come pure le tecniche mediche utilizzate da guaritori professionali. Di tutte queste tavolette corca 800 sono specificatamente dedicate alla medicina, e tra loro si trova la descrizione della prima ricetta conosciuta. La più eclatante è l’ intricata organizzazione sociale riguardo i tabù e gli obblighi religiose e morali, che determinavano il destino dei singoli. Primeggiava una concezione soprannaturale della malattia: si tratta di un castigo divino imposto da diversi demoni dopo la rottura un tabù. In quest’ottica la prima cosa che doveva fare il medico era stabilire quale, tra circa 6000 demoni, era quello che causava il problema. Per questo utilizzavano tecniche divinatorie basate sullo studio del volo degli uccellli, la posizione degli astri o del fegato di alcuni animali. La malattia era chiamata shêrtu, che in assirio significa anche peccato, impurità morale, ira divina e castigo. Qualsiasi divinità poteva provocare le infermità mediante intervento diretto, l’abbandono dell’uomo alla sua sorte, od attraverso incantesimi eseguiti da stregoni. Durante la cura, tutti queste divinità possono essere invocati e richiamati attraverso orazioni e sacrifici per ritirare la loro influenza nociva e permettere la cura dell’uomo inferno. Tra tutto il panteon degli dei Nizanu era conosciuto come “il signore della medicina” per la sua speciale relazione con la salute. La diagnosi include inoltre una serie di domande rituali per determinare l’origine del male. Anche i trattamenti non sfuggivano a questo padronato culturale: esorcismi, preghiere ed offrete sono rituali frequenti che cercano di ingraziare il paziente con la divinità o liberarlo dal demonio che è in agguato.Ma anche degno di nota è un importante arsenale di erbe raccolte in diverse tavolette: circa duecento e cinquanta piante curative si riflettono in loro, così come l’uso di alcuni minerali e diverse sostanze di origine animale.
La invasione della Persia dell’anno 539 a.C. segnò la fine dell’impero babilonese.


La medicina Egizia

La medicina egizia (3000 a.C.-1000 a.C.) è contemporanea alla mesopotamica. Si passa da una fase teurgica-magica ad un empirismo estremamente illuminato: notevoli sono la concezione biologica (concetto umorale sanguigno e concetto pneumatico), la conoscenza dei vari quadri sintomatologici e la farmacologia. Durante i tremila anni della storia dell’antico egitto si sviluppò una grande, variata e fruttifera tradizione medica. Erodotoarrivò a chiamare gli egizi il popolo dei sanissimi, grazie all’importante sistema sanitario che possedevano, ed alla esistenza di un medico per ogni infermità (prima segnalazione della specializzazione in campo medico). Erodoto riferisce che la medicina egizia era fortemente specializzata. Come attestano i papiri ritrovati dagli archeologi, gli antichi Egizi praticavano la medicina fin dai tempi più antichi, forse da prima delle dinastie faraoniche. All’interno della medicina egizia si potevano distinguere due diversi filoni: quello magico-religioso ( non visibile ), che comprendeva elementi molto primitivi, e quello empirico-razionale ( visibile ), basato sull’esperienza e l’osservazione ( traumi, ferite ), privo di componenti mistiche.

ORGANIZZAZIONE GERARCHICA DEI MEDICI EGIZI
I medici dell’antico Egitto erano molto numerosi, per questo motivo ognuno di loro si occupava quasi esclusivamente delle malattie che meglio conosceva. I medici erano organizzati secondo una gerarchia ben precisa. All’apice figurava il medico personale del faraone, cui erano sottoposti i medici del Palazzo, dei quali uno era il “supervisore” di tutti gli altri. Seguivano gli “ispettori dei medici”, poi alcuni medici meno importanti, e infine la gran massa dei medici “di base”; i medici ordinari erano affiancati dai professionisti di grado superiore, da ispettori e da sovrintendenti. Gli assistenti erano personale paramedico di sesso maschile; essi dovevano le loro conoscenze anatomiche all’osservazione degli animali durante il macello e non all’imbalsamazione del defunto che era riservata ai sacerdoti devoti ad Anubi perciò loro conoscenza dell’anatomia ossia del tipo, della struttura e della disposizione degli organi, era modesta e, di conseguenza, anche le procedure chirurgiche erano molto limitate: una pratica di antica tradizione e ancora largamente applicata era la trapanazione, ossia la perforazione del cranio allo scopo di curare cefalee e disturbi mentali.
I medici egizi erano altamente specializzati, (nelle malattie urinarie, nelle patologie delle orecchie, degli occhi e della pelle) e godevano di molto prestigio. Molti nobili venivano dall’estero per consultarli, oppure erano gli stessi medici, dietro autorizzazione o ordine del faraone, a recarsi presso i potenti vicini per prestare la propria opera.
Per ogni patologia vi erano veri e propri specialisti. Così c’era il medico generico (termine egiziano sunu), l’oculista (sunu-irty), lo specialista per l’addome (sunu khef), lo specialista per le malattie di origine sconosciuta e altri ancora. Il termine “sunu” dovrebbe significare “colui che appartiene al malato” o ” colui che appartiene a chi è ammalato”. Il numero degli specialisti era più alto nell’Antico Regno che nelle epoche successive che videro le varie specializzazioni accentrarsi sempre più in un’unica persona. Questi medici di alto rango, si tramandavano la professione da maestro ad apprendista, sia nelle ” case di vita ” ( istituzioni templari ), che nelle scuole di palazzo, le cui piu’ note erano quelle di Eliopoli e sais. Solitamente il medico trascorreva nelle scuole dei templi anni di duro addestramento, in modo da apprendere l’arte dell’interrogazione del malato, della sua ispezione e della palpazione (esame del corpo effettuato tastando con le mani la superficie corporea). I futuri medici imparavano l’arte di curare le malattie nelle “Case della Vita” situate vicino ai templi (le più celebrate erano quelle di Sais e di Eliopoli). Queste Case della Vita erano delle speci di biblioteche dove i giovani facevano esperienza con gli anziani, leggevano e ricopiavano gli antichi testi gelosamente custoditi dai medici-sacerdoti di Sekhmet, dea della medicina. L’istituzione medica nell’antico egitto, a partire dalla prima dinastia, fino alla diciannovesima dinastia, dispone per i medici una assicurazione medica, pensione e la licenza per malattia, ed un orario di lavoro di otto ore giornaliere. Nella societa’ Egizia i medici godevano di una posizione di prestigio e alcuni dipendevano direttamente dalla corte. Venivano assistiti da infermieri, ortopedici e massaggiatori. Veneravano Duau Horus dei della sanità degli occhi, TuerisHeget e Neit protettori della gestante durante il parto, il Dio Thot, Dio della saggezza e della scienza, ed erano sacerdoti di Sekmet, la dea sanguinaria ma compassionevole e misericordiosa verso i sofferenti e Dea della salute, il cui figlio, Imhotep, era considerato l inventore della medicina. Durante la terza dinastia il medico iniziò a distinguersi come figura, sia pure primitiva, di scienziato, diversa dallo stregone e dal sacerdote. Il primo medico egizio il cui nome è giunto fino a noi è appunto Imhotep (vissuto intorno al 2725 a.C.), famoso anche come costruttore di piramidi e come astrologo (fu architetto della piramide a gradoni del sovrano Djoser a Saqqara.) che fu egli stesso divinizzato.

LE MALATTIE
Le malattie venivano considerate risultato di misteriose influenze esterne che sarebbero penetrate nel corpo attraverso gli orifizi naturali corrompendo gli “umori”. Compito del medico era quindi quello di evacuare questi umori “corrotti”, facendoli uscire attraverso le normali vie di escrezione. Alcune malattie note erano l’ asma bronchiale, l’ epatite tropicale, la gonorrea, lo scorbuto, l’ epilessia, e le numerose malattie da parassiti così frequenti in Egitto. Ci furono più volte epidemie di lebbra e divaiolo che colpì anche il faraone Ramesse V come confermano gli esami sulla sua mummia. Non mancavano neppure altre malattie oggi di grande attualità come quelle delle arterie periferiche e delle coronarie: le mummie di Ramesse II, Ramesse III e Amenofi III mostrano segni di arteriosclerosi. L’esame radiografico ha addirittura consentito di accertare l’esistenza di calcificazioni arteriose in numerose mummie. La polmonite e la tubercolosi erano tra le malattie più diffuse a causa dell’inalazione di sabbia o di fumo dei focolari domestici. Le malattie parassitarie erano altrettanto comuni a causa della mancanza di igiene. Le comuni malattie erano solitamente curate dai medici con il metodo empirico-razionale, grazie soprattutto al fatto che questi organi sono direttamente accessibili; i disturbi di altre parti del corpo venivano, invece, curati da stregoni con magie e incantesimi.

CONOSCENZA MEDICA
Presso il popolo l’ igiene della persona era molto seguita. Esistevano norme ben precise (spesso sotto forma di precetti religiosi), come quelle di lavarsi regolarmente al mattino, di pulirsi bene la bocca e i denti, di lavarsi le mani prima di mangiare, di tenere i capelli e le unghie in ordine, di cambiare spesso le vesti. Le regole per una sana alimentazione erano piuttosto rigide (con la proibizione di mangiare carne di maiale e la testa di animali): colazione leggera al mattino, primo turno di lavoro, pasto leggero a mezzogiorno e breve siesta, secondo turno di lavoro, poi cena abbondante al tramonto. Ottima consuetudine era di dormire “dallo spuntar delle stelle fino all’alba”. Al fine di migliorare le condizioni sanitarie, i medici si occupavano anche dell’ igiene pubblica. Nelle case degli Egizi, non mancavano mai medicinali di primo soccorso contro scottature, punture di insetti e infiammazioni causate da schegge o spine. Molti di questi farmaci vengono usati ancora oggi dai fellahin. Alla medicina erano collegate la cura dell’ igiene e la bellezza, a cui gli Egizi dedicavano molto tempo. Il medico forniva anche unguenti per la pelle e tinture per i capelli. Durante lo studio delle varie malattie, delle cause che le hanno provocate e delle tecniche di guarigione sono uno degli aspetti più sbalorditivi dell’Antico Egitto.

Strumentario chirurgico nell' antico Egitto
Assai progredita era la chirurgia e la sutura delle ferite. Gli attrezzi più comuni di un medico erano: pinze, forbici, coltelli, fili di sutura, schegge, trapani e ponti dentari. Fin dall’Antico Regno venivano utilizzati strumenti chirurgici del tutto simili a quelli in uso nei nostri ospedali per operare i malati. Sembra siano stati effettuati con successo anche interventi per scongiurare tumori, mentre sono noti i clamorosi successi in fatto di applicazione di arti artificiali che consentivano ai pazienti di proseguire in tutta normalità la loro vita (un ritrovamento ha portato alla luce i resti di una donna alla quale fu amputata una gamba e quindi applicata una protesi di legno che, nella sua semplicità, era di una efficacia straordinaria e permise alla donna di vivere ancora per molti anni dopo l’intervento). La chirurgia nell’antico Egitto, riguardava soprattutto la riduzione delle fratture, l’ estrazione dicalcoli, le operazioni nell’ occhio, l’asportazione di tumori esterni, la circoncisione. Di fatto, gli Egizi conoscevano vari mezzi per praticare una sorta di anestesia con una speciale “pietra” che si trovava vicino a Menfi la quale, ridotta in polvere e applicata alla parte, faceva scomparire ogni dolore. Forse si trattava semplicemente di pezzetti di bitume che, a contatto con la fiamma, sprigionavano vapori che assopivano il paziente. Venivano anche sfruttati, a scopo anestetico, gli effetti sedativi del coriandolo, della polvere di carruba, e verosimilmente anche dell’ oppio.

La semeiotica:  sistematica della prassi appare ineccepibile: come i loro colleghi moderni, i medici egizi esaminavano il malato, identificavano la malattia in base ai sintomi (diagnosi) e ne prevedevano il decorso e l’esito (prognosi), e prescrivevano una terapia. Quando visitavano un malato i medici egizi compilavano un questionario annotandovi l’ aspetto del paziente, lo stato di coscienza, il potere uditivo, e persino l’ odore del suo corpo, nonché l’eventuale presenza di tremori, di secrezioni otumefazioni. Fatto questo valutavano la temperatura e le alterazioni del polso, eseguendo infine la percussione. Venivano anche osservati alcuni particolari caratteri delle urine, delle feci o dell’ espettorato. Al termine dell’esame, mettevano per iscritto la prognosi indicando tre possibilità: favorevole (“E’ un male che curerò”), incerta (“E’ un male che combatterò”), infausta (“E’ un male che non curerò”).

Codice Egizio riportante i quattro segni dell' infiammazione
Gli Egizi avevano idee già abbastanza precise sul funzionamento del cuore e dei vasi sanguigni: “Il cuore parla ai vasi di ogni membro”, è detto nel papiro di Ebers, significando che il cuore pompa sangue a tutto il corpo. Non meno progredite erano le cognizioni relative ad altri organi come lo stomaco, il fegato, la vescica e l’utero. Nel papiro Ebers compare per la prima volta nella lingua dell’uomo la parola “cervello”, del quale vengono accuratamente descritte la forma, le circonvoluzioni e le meningi. Il cuore era considerato sede delle emozioni e dell’intelletto. Conoscevano e sapevano misurare il battito cardiaco dal polso. Il benessere del corpo si doveva, a loro avviso, allo scorrimento dei suoi liquidi nei metu, i vasi che lo attraversavano se uno di questi vasi si ostruiva si manifestava la malattia.
Cura per l'emicrania nell' antico Egitto

La funzione di farmacista veniva generalmente svolta dai sacerdoti e dai medici. La farmacopea del tempo includeva sostanze medicinali vegetali: era comune l’uso di lassativi comefichi datteri e olio di ricino, l’ acido tannico, derivato principalmente dalla noce di galla, era considerato utile nel trattamento delle ustioni; risultano molto precise le indicazioni relative alla terapia (nel solo papiro di Ebers sono menzionati 500 diversi medicamenti) ed alle sue varie forme di confezionamento e di somministrazione: polveri, tisane, decotti,macerazioni, pastiglie erano perfettamente conosciuti. Le medicine erano tutte a base di grasso, acqua, latte, vino o birra, ai quali si aggiungeva, per renderli più graditi, un po’ di miele. I medicamenti erano di origine vegetale, animale o, più raramente, minerale (ferro, piombo, antimonio), mentre di alcuni non si conosce l’azione terapeutica. Nel papiro Ebers sono citate circa 900 “ricette” di medicamenti, molte delle quali figurano ancora nelle moderne farmacopee, come la trementina, la senna, l’ olio di ricino, il timo, la celidonia. Una pianta certamente nota in Egitto era la mandragora che, per il suo inconfondibile aspetto antropomorfo, ha attirato su di sè leggende, credenze e superstizioni sino ai nostri giorni. I suoi effetti ipnotici e analgesici sono essenzialmente legati alla presenza di due sostanze, l’ atropina e la scopolamina. Come anestetico, naturalmente in dosi molto basse essendo la pianta molto velenosa, si usava il guscuiamo che contiene scopolamina, potente sedativo del sistema nervoso centrale. Ma il rimedio più importante per gli Egizi fu la birra. Non solo come veicolante di numerosi medicamenti ma anche come medicina per i disturbi intestinali e contro le infiammazioni e le ulcere delle gambe. L’effetto disinfettante era verosimilmente dovuto al lievito e al complesso B contenuti nella birra che producevano un’azione antibiotica come anche il “pane ammuffito“, prescritto in altre formule, risultava efficace per la sua azione antibiotica. Tra i purganti più in uso figurano l’ olio di ricino e la senna. Ma gli Egizi praticavano anche il clistere. Sembra che questa pratica sia stata loro ispirata dall’ ibis che introduce il lungo becco aguzzo nel proprio retto, irrigandolo a scopo di pulizia. L’enteroclisma veniva effettuato con l’aiuto di un corno, impiegando come lavanda bile di bue, olii o sostanze medicamentose. E’ certo che i medici egizi si servirono delle sanguisughe per decongestionare le parti congeste, ma è dubbio se conoscessero la tecnica del salasso. Notevoli erano anche le conoscenze in tema di ostetrica e di contraccezione. Non ci si limitava ad attendere la nascita del bambino, ma si cercava anche di prevederne il sesso.Un metodo molto diffuso era il seguente: “Metterai orzo e grano in due sacchetti di tela, che la donna bagnerà con la sua urina, ogni giorno; allo stesso modo metterai in sacchetti di sabbia i datteri. Se orzo e grano germoglieranno entrambi, ella partorirà. Se germoglierà per prima l’orzo sarà una femmina, se germoglierà per primo il grano sarà maschio. Se non germoglieranno né l’uno né l’altro, ella non partorirà”. Questo è sorprendente se si pensa che solo nel 1933 J. Manger, dell’Istituto di Farmacologia dell’università di Würzburg, dimostrò che l’urina della donna gravida che partorirà un maschio accelera la crescita del grano, mentre se ella partorirà una femmina la sua urina accelera lo sviluppo dell’orzo. Altre “prove di gravidanza” si basavano sull’osservazione degli occhi, della pelle e del seno: nessuna meraviglia visto le modificazioni che la donna subisce in gravidanza riguardo a questi organi. Quando cominciavano le doglie, i metodi per facilitare il parto erano diversi: accovacciarsi sui talloni su di una stuoia, oppure sopra quattro mattoni separati tra di loro per favorire l’uscita del bambino. Anche la contraccezione veniva praticata con metodi magici, ma anche a base di pozioni o di applicazioni locali. Un metodo molto in uso consisteva nell’applicare un po’ di feci di coccodrillo nel profondo della vagina; l’effetto anticoncezionale era assicurato sia dall’azione di “pessario” esplicata dalle feci, sia dalla loro acidità, notoriamente spermicida. Altro metodo era rappresentato dall’applicazione, sempre nel fondo della vagina, di un tampone imbevuto di succo d’acacia. Oggi si sa che la gomma acacia, fermentando con il calore, produce acido lattico, anch’esso dotato di un intenso potere spermicida.

Nella Odissea di Omero, si afferma che l’Egitto è un paese “la cui terra fertile produce tantissimi farmaci”, e dove ”ogni persona è un medico”. E di loro Omero affermava che fossero i migliori. La medicina egizia mantiene in larga misura, una concezione magica della infermità, e comincia a sviluppare un interesse pratico per l’anatomia, la salute pubblica e la diagnosi, la qual cosa presuppone un avanzamento importante nel modo di comprendere la genesi delle malattie. Secondo la tradizione Egizia, il primo manuale medico, venne scoperto in un tempio durante il regno di Cheope, infatti i piu’ antichi papiri medici risalgano al 1600 a.C. Il clima egiziano ha favorito la conservazione di numerosi papiri con riferimenti medici redatti in scrittura geroglifica (hieros = “sacro”, glypho = “registrare, scrivere, ovvero “le parole sacre””) o ieratica:

• Il papiro di Rameusseum (1900 a.C.), nel quale si descrivono ricette e formule magiche.
• Il papiro Kahun (1850 a.C.) e’ un compendio di ginecologia, dove e’ riportata una malattia ” che divora i tessuti ” : il cancro ; ma tratta anche materie tanto disparate come ostetricia, veterinaria ed aritmetica.
• Il papiro Ebers (1550 a.C.) proviene sicuramente dalla biblioteca di una scuola di medicina ed è uno dei più importanti e dei più grandi documenti scritti dell’antico Egitto : misura più di 20 metri di lunghezza e 30 centimetri di larghezza. Libro medico modello, contiene nozioni di anatomia, un elenco con patologie e relative cure, rimedi per moltissime malattie, dalla tosse ai problemi cardiaci e 900 ricette di farmaci. Infatti, contiene 877 commi che descrivono numerose malattie in vari campi della medicina come la chirurgia, la medicina generale e parecchie specializzazioni fra cui pediatria, gerontologia, l’oftalmologia, laginecologia, la gastroenterologia, malattie dell’ano e le loro corrispondenti prescrizioni. . Questo papiro include la prima relazione scritta sui tumori.
• Il papiro Edwin Smith (1650 a.C.) un rotolo di 4.5 mt, e’ un trattato di patologia interna e chirurgia ossea. Elenca 48 casi di ferite e lesioni, con le corrispondenti terapie. Il suo contenuto è principalmente chirurgico: l’informazione medica contenuta nel papiro Edwin Smith include l’esame obiettivo, la diagnosi, iltrattamento e la prognosi di numerose patologie, con speciale interesse a diverse tecniche chirurgiche e descrizioni anatomiche , ottenute nel corso dei processi di imbalasamazione e mummificazione, dei cadaveri. In questo papiro, vennero stabilite per la prima volta tre livelli di prognosi, in modo simile alla medicina moderna: favorevoledubbioso ed infausta. All’ interno delle numerose descrizioni afferte dai testi egizi c’è da segnalare il cure e l’ apparato circolatorio, raccolto nel trattato : “Il segreto del medico : conoscenza del cuore”, incorporato nel papiro di Edwin Smith : Il cuore è una massa di carne origine della vita e centro del sistema vacolare (…) Attraverso la pulsazione il cuore parla ai vasi ed alle membra del corpo. op. cit. Il papiro Smith descrive tre tipi di medici :
– i SUNU : medici civili, esercitano presso le classi più umili e traggono le proprie conoscenze dai libri e dalla pratica empirica
– gli UABU : i sacerdoti di Sekmet, curano le classi privilegiate. Sono mediatori con le divinità e conoscitori di un ampio assortimento di droghe; la pratica medica è piena di religiosità in quanto il potere di guarigione deriva dagli dei.
– i SAU : maghi guaritori, specializzati nella riduzione di fratture e lussazioni, lottano contro i poteri invisibili legati ai mali inspiegabili o contro i mali originati dagli animali che assalgono l’ uomo, come lo scorpione. Per la cura si servono di formule, incantesimi, amuleti e statue guaritrici.
• Il papiro Hearst (1550 a.C.) che contiene descrizioni mediche, chirurgiche ed alcune formule magistrali.
• Il papiro di Londra (1350 a.C.), dove si mischiano ricette e formule magiche.
• I papiri di Berlín (il “libro del cuire”) (1300 a.C.) che descrivono con sufficiente precisione alcune patologie cardiache.
• Il papiro médico Chester Beatty (1300 a.C.) ricettario vario.
• Il papiro Carlsberg (1200 a.C.) di tematica ostetrica ed oftalmologica.
Il papiro di Ebers
                                                                                        Il papiro di Ebers
Il papiro di Smith
                                                                                   Il papiro di Smith

I MEDICI

I primi riferimenti appartengono alla prima epoca monarchica (2700 a. C.). Secondo Manetón, sacerdote e storico egizio,Atotis o Aha, faraone della prima dinastía, praticó l’arte della medicina, scrivendo trattati sull’arte della dissezione. Gli scritti di Imhotep, visir del faraone Necherjet Dyeser, sacerdote, astronomo, medico e primo architetto conosciuto, datano lo stesso periodo. Tra i primi medici vi è Imhotep, personaggio dalle mille qualità, che sembra abbia ottenuto grandi successi in questo campo sia come medico operante che come ricercatore scientifico. Fu probabilmente il primo a scoprire e a studiare i batteri e quindi a sperimentare soluzioni antibatteriologiche che diedero i loro più noti risultati per quanto riguarda le malattie degli occhi. In questo campo specifico si riuscì ad unire l’utilità della cura ad un gradevole aspetto estetico. Infatti i vari trucchi utilizzati non erano altro che polveri utilizzate per curare le varie infezioni degli occhi che, opportunamente colorate, davano un risultato estetico molto piacevole. La sua fama come medico fu tale che fu deificato, e considerato il dio egizio della medicina. Altri medici noti dell’antico impero antico (dal 2500 al 2100 a. C.) furono Sachmet (medico del faraone Sahura) o Nesmenau, direttore di una delle case della vita, ovvero templi dedicati alla protezione spirtuale del faraone ed al contempo proto-ospedali, nei quali si insegnava agli alunni di medicina, mentre si curavano i malati. Tra le varie applicazioni della medicina ve ne sono alcune molto curiose che però evidenziano il suo livello di qualità: “Altro rimedio per eliminare i capelli bianchi e per il trattamento del cuoio capelluto è il sangue di bue nero. Immergere nell’olio ed ungere”. Inoltre la prima dottoressa conosciuta fu Peseshet, che esercitò la sua attività durante la quarta dinastia, oltre al suo ruolo di supervisore, Peseshet faceva l’ allevatrice in una scuola medica a Sais


Gli strani rimedi del dottor Sermon

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London SE4

Sermon, WilliamIl ritratto che vedete è quello di William Sermon, medico e inventore di pozioni, disegnato e inciso da William Sherwin nel 1671. Sermon è raffigurato in toga da dottore, all’età di 42 anni. Il medico inglese si era distinto per aver curato numerosi casi di peste a Bristol, nel 1666, e per aver trattato con successo il duca di Albemarle, George Monck, da un eccesso di liquidi, o idropisia, nel 1669. Il duca, riconoscente, provvide Sermon di un certificato, che, assieme ad una lettera del re Carlo II, gli garantì una laurea in medicina a Cambridge. Sermon si trasferì a Londra e divenne medico personale del re, dedicandosi anche alla pubblicazione di manuali medici su argomenti vari, dalla cura dell’idropisia alle pratiche ostetriche.
Un compendio, dal titolo ‘A Friend to the Sick, fu dato alle stampe nel 1673.  Nel volume, preceduto da esametri latini di…

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Storia dell’Omeopatia

Funziona l’omeopatia? Ovviamente l’omeopatia funziona ma è necessario prima capirne il significato e il possibile impiego analizzando l’omeopatia partendo dalla sua storia. Omeopatia è un sistema di medicina che risale ormai a due secoli fa che si basa su diluizioni di sostanze tratte da piante, minerali e animali usate a fini terapeutici, il significato della parola omeopatia deriva dalla parola greca omòs (significa simile) e pàthos (significa soffrire). L’omeopatia si basa infatti sul “principio di similitudine del farmaco”. L’omeopatia fu fondata alla fine del XVIII secolo dal dottor Samuel Hahnemann, un medico tedesco che cercava un’alternativa ai salassi, all’arsenico e ad altre terapie aggressive tipiche della medicina dell’epoca. Nel corso delle sue ricerche Hahnemann si imbatté nella corteccia dell’albero di cinchona da cui si ricava il chinino. All’epoca si sapeva già che il chinino curava la malaria, ma Hahnemann scoprì che dopo averlo assunto da sano aveva invece sviluppato i sintomi della malaria. 
Omeopatia oggi
Oggi l’omeopatia è talora usata insieme alla medicina tradizionale per curare malanni comuni come l’influenza e patologie croniche come l’artrite. Non è però da usarsi in casi d’emergenza. La sua popolarità è maggiore in Europa. Nel Regno Unito l’assistenza sanitaria fornisce anche terapie e ricoveri in ospedali e cliniche omeopatiche e vi sono corsi post-universitari di specializzazione in omeopatia
I rimedi omeopatici vengono prescritti in base ai sintomi del singolo paziente

Altro non sono che diluizioni di sostanze che inducono tali sintomi vengono poi usate per curare la patologia. Ciò significa che un rimedio che in un soggetto sano può creare i sintomi di una data malattia, li curerà in un soggetto malato. Per esempio, Rhus toxicodendron, un rimedio omeopatico ottenuto dall’edera velenosa, è usato per curare il rash cutaneo causato dal contatto con quella pianta. All’inizio di una cura omeopatica i pazienti possono peggiorare, prima di trarre giovamento dalla terapia: è un fenomeno noto come «crisi risanatrice », considerata un buon segno perché indica che il rimedio scelto per debellare la malattia ha adeguatamente stimolato le forze di auto guarigione dell’organismo.

Esistono migliaia di rimedi omeopatici, ciascuno creato diluendo ripetutamente una sostanza in acqua o alcol

La potenza di ciascun rimedio è identificata dal suo grado di diluizione e dal numero di volte che è stata diluita. Il numero delle diluizioni successive è etichettato X (una diluizione 1:10 – una parte di sostanza in nove parti d’acqua), C (una diluizione 1:100) e M (una diluizione 1:1000). Un rimedio omeopatico etichettato 6X è stato diluito e dinamizzato (scosso) sei volte alla concentrazione di 1:10; uno etichettato 12C è stato diluito e dinamizzato dodici volte alla concentrazione di 1:100, e cosi via. Più una soluzione è diluita, più è ritenuta potente. Alcuni rimedi omeopatici sono talmente diluiti che la sostanza originaria non può più essere misurata.  Uno dei rimedi omeopatici più noti e usati è l’Oscillococcinum, un estratto altamente diluito di cuore e fegato d’anatra che viene prescritto per curare l’influenza, Il cuore e il fegato d’anatra vengono usati perché si ritiene contengano virus influenzali. I rimedi omeopatici possono alleviare i sintomi delle allergie stagionali. Per esempio, uno spray nasale omeopatico è efficace come uno spray nasale tradizionale al cromalinsodico per alleviare i sintomi della rinite allergica e via discorrendo per gli altri innumerevoli rimedi omeopatici…


Mela chiodata

mela-parti

Questa preparazione Bionutrizionale era utilizzata nella tradizione popolare nei casi di carenza organica di ferro, quando i preparati farmacologici a base di ferro non erano ancora conosciuti. Si utilizza questo rimedio semplicissimo ed efficace, anche in considerazione dei numerosi effetti collaterali provocati dai farmaci contenenti il suddetto ione. In questa sede ricordiamo che l’emoglobina è il trasportatore per eccellenza non solo di ossigeno, ma anche di tutti i metaboliti e cataboliti; una carenza cronica di ferro provoca uno scarso assorbimento di sostanze alimentari per difetto di trasporto e una detossicazione organica insufficiente: si considerino i sintomi di un soggetto anemico con tutte le sue problematiche. La somministrazione di farmaci contenenti ferro esercita un effetto inibitorio, se non addirittura un blocco, sulla residua capacità fisiologica di assorbimento intestinale di questo ione.
La mela chiodata si prepara con un comune chiodo di ferro di carpenteria, che viene lavato accuratamente con detergenti ( per eliminare gli oli minerali usati durante la lavorazione); è sufficiente impiegare 1 solo chiodo, in quanto l’assorbimento massimo giornaliero in un individuo adulto è di circa 1 mmg di ferro al giorno. Il chiodo si infila totalmente in una mela e qui viene lasciato per 24 ore. Il rischio di contaminazione paventato da qualche paziente è in realtà inesistente, poichè l’acido malico della mela, oltre a rendere il ferro biodisponibile, esplica un’azione di inibizione sulla flora batterica.
La mela va consumata di mattina, e comunque sempre a digiuno, affinchè il ferro reso biodisponibile si trovi a contatto con una mucosa intestinale libera dalla presenza di altri componenti alimentari. Lo stesso chiodo deve essere infilato, appena liberato dalla prima mela direttamente in un’altra mela, e non va lavato, altrimenti l’acqua provocherebbe un’ossidazione non necessaria.
Dopo qualche giorno il chiodo perde la zincatura ( molto utile sarà anche la piccola quota di zinco assorbita quotidianamente) e assume gradualmente un colore bruno: solo a questa punto la cessione del ferro diventa quantitativamente significativa e l’accelerato metabolismo della serie rossa migliorerà ulteriormente la capacità di assorbimento e di utilizzazione organica. La mela chiodata è priva di effetti collaterali e viene prescritta in tutte le sideropenie primarie o secondarie, a parassitosi intestinale, sindromi di malassorbimento, gravidanza, allattamento, trattamenti chemioterapici ecc; i risultati si manifestano dopo 2 settimane circa e a distanza di 1-2 mesi di cura le riserve organiche di ferro rientrano solitamente nei valori normali, a meno di gravi patologie della serie rossa.

Che cos’è la “serie rossa”? qualche ragguaglio lo trovi su questo link

Fonte: Bioterapia nutrizionale, Il potere farmacologico degli alimenti, Arcari Morini, D’Eugenio, Aufiero


La cura ayurvedica e il medico Ayurvedico

La Medicina Ayurveda è una medicina tradizionale che è stata applicata in India per millenni, ed è una medicina nel senso pieno del termine, si occupa cioè di tutti gli aspetti della persona. La pratica della medicina Ayurveda, in occidente, è riservata a chi ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia e l’abilitazione all’esercizio della professione medica ed è iscritto all’Ordine Provinciale dei Medici e Chirurghi. La condotta professionale si attiene alle norme del Codice Deontologico in vigore, in assenza di una normativa concernente le attività di medicina non convenzionale in Italia.

Lo scopo della cura con la Medicina Ayurveda sarà considerare la condizione attuale della forza vitale del paziente e la sua natura propria per rigenerarla e ripristinare la salute. Per l’Ayurveda, i disturbi e le malattie nascono principalmente da alterazioni dell’equilibrio dei “dosha”, che rappresentano gli elementi fondamentali della costituzione dell’individuo.

Trattandosi di una medicina complementare a quella occidentale tradizionale, la pratica della medicina ayurvedica non può prescindere dall’applicazione di tutte le attuali conoscenze della medicina occidentale. Pertanto, nell’esercizio della professione il Medico di Ayurveda dovrà, laddove ritenga opportuno, prescrivere i trattamenti diagnostici e terapeutici della medicina occidentale di provata efficacia, se ritenuti utili e accettati dal paziente, in linea con le raccomandazioni più recenti. Analogamente, potrà richiedere consulenza a colleghi e specialisti non ayurvedici a supporto del proprio operato, chiarendo col paziente e coi colleghi stessi, il suo ruolo guida nella condotta terapeutica.  Nell’ambito di quanto sancito dal Codice Deontologico, il Medico di Ayurveda opera utilizzando al meglio tutte conoscenze, le tecniche, le strutture e le competenze umane disponibili nelle condizioni socioeconomiche in cui si trova, al fine di una terapia efficace. Il paziente, debitamente informato delle alternative possibili, potrà scegliere liberamente di seguire i suggerimenti concernenti lo stile di vita e le proposte terapeutiche del Medico d Ayurveda.

testi ayurveda

 

Per chi vorrà servirsi dell’Ayurveda solo come supporto ad altri tipi di diagnosi e terapia andrà proposto il sostegno generico che gli opportuni preparati ayurvedici possono fornire in assenza di interazioni farmacologicamente negative.

Il successo terapeutico della medicina ayurvedica poggia su quattro pilastri: il medico, le sostanze terapeutiche, l’operatore o terapista, per i trattamenti fisici, ed il paziente. Solo la collaborazione integrata fra questi quattro fattori è in grado di ristabilire l’equilibrio fra i dosha, il cui disequilibrio è la causa della malattia. Il Medico di Ayurveda è in grado di spiegare al paziente la sua condizione ed il paziente potrà collocare lo stato alterato nella sua storia personale, relazionale e spirituale, realizzandosi così lo scopo massimo dell’arte medica: prendere cura di sé consapevolmente per guarire.

La Medicina Ayurvedica considera primario il ripristino della salute, dopo aver compreso ed ovviamente, correttamente diagnosticato quali sono i disturbi dello squilibrio corporeo. Dopo la diagnosi, possono essere quattro i principali metodi per trattare una patologia dal punto di vista ayurvedico:

§         Shodan (Pulizia e Detossificazione)

§         Shaman (Attenuazione)

§         Rasayana (Ringiovanimento)

§         Satvajaya  (Igiene mentale e Guarigione spirituale)

Il ruolo che la pulizia svolge nella Medicina Ayurvedica è quello di rilasciare

le tossine presenti nello stomaco, nei seni nasali,nell’intestino, ecc. Le tecniche di purificazione sono quelle del vomito, del purgante, del clistere, della donazione del sangue e della doccia nasale, che insieme sono chiamati pancha karma, sono spesso utilizzati dal medico ayurvedico per rimuovere le tossine da differenti aree del corpo. La medicina ayurvedica considera le tossine (ama) come la radice dei mali, e sono il risultato dei cibi non assimilati, indigesti e che tendono a fermentare nel sistema digerente. Nella preparazione per la pulizia, il medico ayurvedico consiglia, un massaggio con oli a base di erbe in forma liquida, che possono essere ben assorbite attraverso la cute. Una volta penetrato nel sistema, l’olio essenziale può prelevare le tossine così come i pesticidi, i virus ed i batteri, eliminandole attraverso i classici canali d’eliminazione

Il medico ayurvedico pone particolare attenzione al polso, alla lingua, al viso, agli occhi e alle unghie. Il medico ayurvedico descrive un polso radiale di tre tipi: vata, pitta e kapha, e con sei differenti pulsazioni per braccio, tre profonde e tre superficiali, dove è possibile percepire la forza, la vitalità e il normale tono della fisiologia degli organi specifici. Attraverso l’osservazione della superficie della lingua e guardando le differenti colorazioni e/o impronte di particolari aree, il medico ayurvedico può adottare e guadagnare informazioni in proposito allo stato funzionale degli organi interni. Raccogliendo l’urina al mattino dopo l’emissione del primo mitto urinario ed osservandone il colore, il medico ayurvedico può aiutarsi nella diagnosi dello squilibrio dei dosha. Un colore scuro-brunastro indica un disordine vata, uno scuro-giallastro uno squilibrio pitta. Allorché le urine si presenteranno torbide è presente un disordine kapha

IL MASSAGGIO AYURVEDICO

Il massaggio ayurvedico ha come scopo principale quello di ripristinare l’equilibrio dell’organismo e di mantene­re la salute fisica e mentale.

La tecnica consiste nello stimolare, attraverso la pressione, lo sfioramento e la palpazione, i Marma (i punti energetici attraverso i quali si sposta il Prâna), con lo scopo di riequilibrare le funzioni organiche. Dai piedi alla punta dei capelli, tutte le zone vengono massaggiate, una alla volta, con movimenti che permettono la riarmonizzazione del corpo, tenendo conto dei diversi elementi che lo costituiscono: l’aria, l’acqua e il fuoco. Questi elementi sono organizzati secondo tre sistemi: il vata (sistema nervoso e ormonale), il pitta (sistema digestivo e enzimatico) e il kapha (fluidi). Si alternano movimenti tonificanti e rilassanti, per procurare contemporaneamente energia e relax.

Se viene praticato con regolarità arresta i segni dell’invecchiamento prematuro e permette di restare giovani e attivi più a lungo. La tradizione ayurvedica prevede il massaggio che allontana la vecchiaia, nutra i dhatu (tessuti del corpo), toglie la fatica fisica, mentale, emotiva, migliora la vista, rinforza il corpo (favorisce il sistema digerente, circolatorio, escretorio, nervoso, energetico), favorisce il sonno e di sogni, migliora la concentrazione, rinforza la pelle, armonizza i tre dosha (caratteri energetici individuali), aumenta la resistenza alle malattie, attiva le sensazioni del corpo. Il massaggio ayurvedico viene attuato in sincronia coni ritmi del corpo e prevede l’uso dell’olio tradizionale indiano, Il massaggio ayurvedico si pratica sulla pelle nuda o coperta da indumenti intimi. Il massaggiatore usa un olio caldo, per lo più l’olio di sesamo da solo o associato ad altri tipi di olio.

Si può affermare che il massaggio ayurvedico rappresenta un sup­porto ideale da associare ad altri generi di cure di tipo alternativo o tradizionale.

Il massaggio ayurvedico si avvale anche della “riflesso­logia plantare”, secondo questa tecnica, ogni punto della pianta del piede è collegato, tramite una terminazione nervosa, agli organi del corpo umano. Infatti, maneggiando in modo adeguato determinati punti della pianta del piede si ottiene, di riflesso, un massaggio della zona corri­spondente del corpo, permettendo l’intervento anche su aree non raggiungi­bili manualmente, come per esempio gli organi inter­ni.

Queste sono le proprietà di questa antichissima arte di massaggio:

· attivazione della circolazione sanguigna e linfati­ca, con un più facile nutrimento di tutti i tessuti;

· conseguenze positive sullo stato psicologico della persona;

· riequilibrio dei livelli ormonali;

· miglioramento dell’interscambio dei fluidi corporei con una più semplice eliminazione delle tossine;

· azioni positive su insonnia, emicrania, stanchezza e digestione;

· azione benefica sulla colonna vertebrale;

· effetti tonici sui muscoli;

· efficace nelle slogature, contratture, distorsioni, tendiniti, stiramenti muscolari, edemi degli arti e crampi;

· effetti benefici per le donne in gravidanza eaiuta per il mal di schiena e per la circolazione.

Prima di una seduta è importante informare il massaggiatore delle proprie condizioni fisiche, è bene metterlo al corrente, per esempio, se si soffre di qualche disturbo cronico, se si è subito un intervento di recente, se negli ultimi tempi si è stati sottoposti ad ingessature. In generale, qualsiasi dettaglio, che influenzi il proprio stato di salute, può essergli di aiuto: per la personalizzazione del trattamento, per indicargli le zone che hanno un bisogno maggiore e affinché prenda tutte le accortezze necessarie al caso specifico. Il massaggio ayurvedico è controindicato quando un dolore o un’infiammazione è in fase acuta. Se si soffre di ipertensione o problemi di cuore il massaggio potrebbe essere indicato, ma è meglio prima consultare il medico; lo stesso vale in caso di flebiti o problemi circolatori particolarmente seri. Le ferite aperte non vanno mai massaggiate, evitare il massaggio anche se si soffre di micosi o di altre malattie cutanee infettive per eludere i rischi di contagio ad altre persone.

In ogni caso, la regola fondamentale da tener presente è questa: se si soffre di disturbi particolari e non si è sicuri del beneficio del massaggio, chiedere il parere del proprio medico.

Una seduta dura circa 60/80 minuti, e dev’essere svolta in un ambiente particolare. Per favo­rire la distensione ed il rilassamento, indispensabili per lavorare sul corpo, non potranno mancare, durante un trattamento:

§         un ambiente calmo e tranquillo, adeguatamente riscaldato ed illuminato da una luce tenue;

§         la diffusione di incensi ed essenze profumate;

§         musiche rilassanti e mantra indiani (sono parole antiche considerate sacre, esse corrispondono a suo­ni che producono effetti distensivi sulla mente).